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Assumersi la responsabilità di vivere con discernimento lo spazio e l’ora che ci è toccato di abitare

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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

Cosa avvertiamo in questa fase della storia del mondo ? La risposta spontanea è thaumazein: lo stupore di chi viene sorpreso da un contesto spiazzante, spesso angosciante.

Bisogna essere davvero abbrutiti per non chiedersi, sfogliando un giornale o guardando un servizio televisivo, perché tanto bene e perché tanto male oggi nel mondo.

Un perché per sopportare (quasi) ogni comeIl vuoto e il contesto spiazzante del nostro futuro

Come racconta Victor Frankl, nell’illuminante libretto autobiografico Uno psicologo nei lager, egli notò, durante la detenzione, che a resistere maggiormente erano le persone non tanto più robuste fisicamente quanto convinte che le tremende prove cui erano sottoposte avessero comunque un senso (nella prospettiva di una fede religiosa o di una ideologia politica). Ciò gli suggerì un approccio psicoterapeutico poi sperimentato negli anni successivi alla guerra: che in alcune situazioni a essere mortificata non è la nostra libido (Freud) né la nostra volontà di affermazione (Adler) quanto il nostro bisogno di “significato” (in greco logos). Alla luce di una celebre affermazione di Nietzsche (“Datemi un perché e sarò in grado di sopportare quasi ogni come”) Frankl ha elaborato la sua “logo-terapia”: «Sono in notevole aumento coloro che si rivolgono a noi accusando un senso di vuoto interiore, da me descritto e indicato come “vuoto esistenziale”, un senso cioè di abissale assurdità della propria esistenza» scrive egli nel 1980 in Come ridare senso alla vita. La risposta della logoterapia. E aggiunge qualche pagina dopo: «Accanto alle nevrosi psicogene, cioè le nevrosi intese in senso stretto, ci sono anche quelle che ho definito nevrosi noogene: in tal caso non si tratta propriamente di una malattia psichica, quanto piuttosto di un bisogno spirituale e non raramente sono conseguenze di un profondo sentimento di assurdità».

Due scenari alternativi Assumersi la responsabilità di vivere con discernimento lo spazio e l’ora che ci è toccato di abitare

Assimilare, fare proprio, metabolizzare un senso dell’esistenza: ma da “scoprire” o da “creare”? Da “trovare” o da “inventare”? Da “incontrare”, restandone affetti come s’incontra un dato oggettivo, o da “produrre”, ad uso strettamente soggettivo?

Suppongo che il bivio sia chiaro, anzi evidente. Spero solo che non siano numerose le persone che risolvano il dilemma con argomentazioni di convenienza psicologica del genere: “Non ho ragioni per ritenere vero uno dei due corni dell’alternativa, ma decido che il significato della vita sia oggettivo, universale, perché starei troppo male al pensiero che invece sia solo una mia costruzione per tirare avanti”. No, questa non sarebbe una manovra filosoficamente legittima: l’onestà intellettuale impone di preferire la più amara delle verità alla più carezzevole delle illusioni. Due gli scenari principali possibili, dunque.

La Totalità è intrinsecamente sensataAssumersi la responsabilità di vivere con discernimento lo spazio e l’ora che ci è toccato di abitare

In un primo scenario, la Totalità è intrinsecamente “logica” nell’accezione letterale: è abitata, penetrata, permeata, da un Logos, da una Ratio assoluta, da un Senso originario. Il grande francobollo che è l’universo è tale perché impregnato da una filigrana. In Occidente ritroviamo, ogni volta modulata differentemente, questa intuizione: da Eraclito agli Stoici, dall’autore del vangelo attribuito a Giovanni sino a Spinoza e ad Hegel.  Nel vocabolario delle tradizioni orientali troviamo termini abbastanza equivalenti: il Tao di Lao Tzu, il Brahman degli induisti, il Dharmakaya dei buddhisti…

In questo scenario ha senso cercare il senso della propria esistenza nel mondo come ha senso cercare il posto di una tessera all’interno di un mosaico di cui vediamo solo alcune parti. Siamo dentro un progetto, una sceneggiatura, sia che ipotizziamo un Progettista, uno Sceneggiatore che ci assegna i ruoli sia che – rifiutato ogni antropomorfismo – ipotizziamo un Progetto, una Sceneggiatura al di là di ogni ipostatizzazione antropomorfica.

La Totalità è intrinsecamente insensataAssumersi la responsabilità di vivere con discernimento lo spazio e l’ora che ci è toccato di abitare

In uno scenario alternativo, la Totalità è intrinsecamente il-logica, priva di qualsiasi ragion d’essere: in una parola amata da Nietzsche e da Sartre, assurda.  Nietzsche l’ha saputo esprimere con efficacia anche letteraria: «La parodia più seria che io abbia mai sentita è questa: “in principio era l’Assurdo, e l’Assurdo era, al cospetto di Dio, e Dio (divino) era l’Assurdo».

Qui non si tratta più di disputare se Dio sia personale o impersonale o transpersonale: siamo al punto estremo della negazione radicale di ogni elemento che, in qualsivoglia senso, possa dirsi “divino”. Il grande francobollo che è l’universo è un pezzo di carta irrilevante perché privo di filigrana. Tecnicamente siamo al nichilismo ontologico: l’essere è nihil.

In questo contesto sarebbe da stupidi chiedersi che senso abbia l’essere umano. Se, come scrive Sartre ne La nausea, «ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione»,non c’è alcun motivo per supporre che l’esistenza umana faccia eccezione.

Ma allora che resta nell’epoca del nichilismo estremo? Inventarsi un qualsiasi ideale, un qualsiasi motivo, per non impazzire o non lasciarsi appassire nell’immobilismo. La nostra singolarità può crearsi e darsi un senso solo parziale, relativo, soggettivo, provvisorio.

Una base comuneAssumersi la responsabilità di vivere con discernimento lo spazio e l’ora che ci è toccato di abitare

Confidenti nel Logos o convinti del Nihil: ecco dunque il dilemma. Nell’attesa di dirimerlo, a entrambi è aperta una possibilità: accordarsi su una base condivisa che faccia da presupposto e garanzia di ogni altra eventuale opzione teoretico-ontologica. Prima abbiamo gioito per esserci liberati dalle teologie; poi dalle ideologie; infine – è la tentazione di alcuni approcci mistici che propongono come stile di vita quella sospensione del pensare che dovrebbe realizzarsi solo in alcuni momenti “estatici” della vita – gioiamo di liberarci dalle filosofie: ma questo vuoto è davvero una conquista o uno spossessamento che ci rende inermi davanti all’universo e perfino ai potenti della Terra?

Hang ai nostri giorni ci avverte: «Il sociale si sta erodendo. Perdiamo ogni empatia, ogni attenzione verso il prossimo. Gli sprazzi di autenticità e creatività ci fanno credere che godiamo di una libertà individuale sempre più grande. Allo stesso tempo, però, sentiamo che in realtà non siamo liberi, ma che ci trasciniamo da una assuefazione all’altra, da una dipendenza all’altra. Siamo invasi da un senso di vuoto».

Al vuoto esistenziale e storico-epocale molte voci, statisticamente minoritarie ma diffuse a macchia di leopardo sull’intero pianeta, reagiscono proponendo una spiritualità “laica” nell’accezione etimologica di “popolare”: una spiritualità che, raccogliendo il succo di varie tradizioni sapienziali, si appella non agli insegnamenti esoterici di alcuni illuminati né tanto meno alle rivelazioni dogmatiche di questo o quel profeta, ma al buon senso, alla ragionevolezza, all’esperienza quotidiana. Una spiritualità, forse insufficiente ma certamente necessaria: se ci si basa su di essa, e non si pretende di bypassarla, si possono poi tentare (se proprio se ne avverte il desiderio) voli più arditi verso la mistica o verso il profetismo militante. Ma essa resta come una sorta di inaggirabile pista di decollo, intessuta di princìpi basilari il cui misconoscimento toglie fondamento a fedi religiose, proclami ideologico-politici, proposte palingenetiche di ogni genere e specie.Assumersi la responsabilità di vivere con discernimento lo spazio e l’ora che ci è toccato di abitare

In questa costellazione di criteri – in linea di principio, se non di fatto, condivisibili da credenti, agnostici e atei – rientrano, fra molti altri, l’esercizio del senso critico, il gusto del silenzio meditativo, la com-passione verso tutti gli esseri senzienti, l’impegno attivo e fattivo per condizioni sociali meno ingiuste…

Ma ognuno/ognuna ha da assumersi la responsabilità di tradurre questi criteri nel concreto dello spazio e dell’ora che ci è toccato di abitare, se non si vuole ricadere nella stessa distanza fra proclami programmatici e stili di vita quotidiani che rimproveriamo agli ambienti ecclesiastici, partitici e sindacali di cui siamo disgustati.Assumersi la responsabilità di vivere con discernimento lo spazio e l’ora che ci è toccato di abitare

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Augusto Cavadi
Augusto Cavadi
Giornalista pubblicista, Filosofo. Fondatore della Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone di Palermo
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