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Rubrica di critica recensioni anticipazioni
by Augusto Cavadi
Tra le molte ragioni della disaffezione nei confronti del dibattito politico va, forse, annoverato il provincialismo pettegolo. Certo la maggioranza degli elettori lo ignora, ma propendo a ritenere che essa nutra inconsapevolmente l’esigenza di essere interpellata su questioni alte, di fondo, piuttosto che su baruffe da cortile: quanta popolazione può sopportare la Terra, quali cambiamenti climatici ci attendono, come evitare una terza guerra mondiale…E ciò non perché non sia interessata ai salari inadeguati, all’assistenza sanitaria preclusa ai meno abbienti, al sistema dell’istruzione in declino o alle crepe del sistema giudiziario: intuisce confusamente, però, che un nesso – invisibile, ma ferreo – collega gli sfaceli planetari alla quotidianità concreta. In ogni disastro ecologico o epidemia o guerra le fasce socio-economiche della popolazione pagano prezzi assai differenti.
A elevare il livello del confronto – e dello scontro – politico possono contribuire libri che, prima di esprimere opinioni legittimamente soggettive, riportano dati di fatto incontrovertibili. Il Manifesto di una Dittatura Planetaria, di Alberto Marco Cacopardo, Edimedia, Firenze 2026 (pp. 134, euro 8,00) è uno di questi rari, preziosi, indispensabili, libri. Non si può leggere senza immaginare che se lo leggessero, e lo comprendessero, i dirigenti politici di maggioranza e di opposizione proverebbero imbarazzo per la banalità delle polemicuzze abituali e metterebbero sul tavolo le alternative decisive: a quale modello di civiltà il nostro Paese intende contribuire? Vogliamo andare verso il mondo disegnato dalla Carta delle nazioni unite dell’ONU all’indomani della seconda guerra mondiale, o verso il mondo proposto, in maniera trasparente, articolata ed efficace, da Donald Trump e dalla cerchia dei suoi consiglieri e dei suoi sostenitori?
Non si può rispondere con un minimo di credibilità se non si leggono i due fondamentali documenti che in questo agile volume sono riportati integralmente e commentati magistralmente: la Strategia di Sicurezza Nazionale di Donald Trump e la Strategia di Difesa Nazionale di Pete Hegseth.
Nessun sospetto di complottismo o di manipolazione ne può inquinare la lettura: come scrive nella brillante e informata prefazione Domenico Gallo, sono documenti «disponibili in internet» (ovviamente in lingua inglese) e «visibili a tutti, ma il sistema mediatico li nasconde e li rende invisibili» (p. 8) o per complicità o perché, ingenuamente, considerato – come nota Cacopardo – «uno dei consueti esercizi di retorica» (p. 17) a cui i governi di tutto il mondo, e l’Amministrazione Trump in particolare, ci hanno abituati.
Cosa dice in sintesi il primo dei due testi? Nelle prime due sezioni che «gli Stati Uniti sono e vogliono restare il paese più ricco, più potente e più armato del mondo, vogliono essere liberi di perseguire i propri interessi in qualsiasi parte del mondo, perpetuando il proprio “dominio economico” e la propria “superiorità militare”, senza essere intralciati da regole o istituzioni internazionali che col loro “transnazionalismo” pretendano di giudicare il loro operato, di “limitare la loro sovranità” o di tutelare la pace nel mondo, della quale si attribuiscono loro stessi la responsabilità. Esigono un potere senza limiti. Ecco il disegno della Dittatura Planetaria» (p. 28). Nella terza sezione si espongono i mezzi di cui gli USA dispongono per perseguire il progetto e, nella quarta, i metodi che intendono adottare per realizzare «ciò che può essere utile all’America o, in due parole, America First» (p. 31).

Il secondo documento non è meno impressionante: in esso il Segretario alla Difesa espone un memorandum destinato prioritariamente, ma non segretamente, ai capi del Pentagono, ai comandanti delle Forze armate combattenti e ai direttori di alcune agenzie operanti nel campo della difesa e della guerra. Il leitmotiv ribadito martellantemente è «trasformare in realtà la visione del presidente Trump di una pace attraverso la forza» (p. 198), nel misconoscimento totale dell’evidenza storica che se uno Stato si arma in maniera crescente, prima o poi avrà necessità di svuotare gli arsenali sulla testa di qualche popolazione meno armata. Chi non è alleato, subordinato e obbediente, è un nemico o un avversario o un concorrente: «la deterrenza nei confronti della Cina» (ivi) è ribadita paranoicamente quasi ad ogni pagina, nonostante che – come nota Cacopardo – «il governo e i media cinesi non perdono occasione da decenni per insistere che la cooperazione è preferibile alla competizione e che loro non vogliono essere avversari di nessuno» (p. 41).

In questa ossessiva ricerca, o costruzione, del nemico non mancano le critiche dure alle Amministrazioni statunitensi del passato, soprattutto di aver pagato somme altissime per la difesa militare di Stati alleati (in primis europei) che dovranno da ora in poi destinare almeno il 5% del P.I.L. alla «spesa militare propriamente detta» e alle «spese legate alla sicurezza» (p. 109). In vista dell’obiettivo centrale – «tornare a rendere grande l’America» – l’imperativo categorico è: «Basta con l’idealismo utopico: è tempo di un realismo duro e pragmatico» (p. 111). Dunque, armiamoci non solo con ordigni «nucleari», ma anche con attrezzature «convenzionali, spaziali, cibernetiche ed elettromagnetiche» (p. 114).
Nel testo in esame le affermazioni strabilianti (o che possono suonare tali in fonti non sospettabili di filo-putismo) sono diverse. Ad esempio che «Mosca non è in condizione di ambire all’egemonia sull’Europa. La Nato europea supera enormemente la Russia per dimensione economica, popolazione e di conseguenza potenziale militare latente» (p. 112): «perché mai» – osserva Cacopardo – «sia così urgente impiegare 1300 milioni di dollari all’anno in spese militari contro un paese ce a un Pil di appena 2000, non si sa» (p. 46).
A lettura terminata, possiamo comprendere più a fondo la tesi enunciata da Gallo nella prefazione: sarebbe un errore considerare Trump un «clown» perché, «se riusciamo a guardare oltre l’aspetto grottesco-folcloristico, dobbiamo renderci conto» che – shakespearianamente – «c’è del metodo in questa follia» (p. 7). E, comunque, la sapienza popolare insegna che, più Pulcinella di Pulcinella, c’è solo chi gli si mette al seguito.

