Un flash d’agenzia:” E’ morto il giornalista Alberto Stabile”, una riga che trafigge il cuore di quanti l’hanno conosciuto, hanno lavorato assieme a lui all’Ora ed a Repubblica, e soprattutto hanno letto i suoi articoli dalla scrittura elegante, colta, che ponevano interrogativi e delineavano l’esatta situazione sul campo.

Un campo spesso minato, rappresentato dai campi di battaglia di tutti contro tutti di Beirut e del Medio Oriente. Esperienze d’inviato internazionale e di corrispondente da Mosca, Gerusalemme, dal Cairo, Damasco e Beirut sulle quali, aveva scritto ne “Il giardino e la cenere”, il suo ultimo libro pubblicato nel 2024 da Sellerio.
“Una finestra spalancata su una realtà complicata” l’aveva definito. Un saggio che a rileggerlo ora, mentre Alberto Stabile giace con una immobilità immanente inimmaginabile per chi lo ricorda accalorarsi nei dibattiti e nelle nuotate a Favignana, fa trasparire tutta la drammaticità del resoconto personale del conflitto tra Israele e Palestina.
Un conflitto infinito ricostruito attraverso la voce dei personaggi e dei giornalisti passati dall’American Colony Hotel, di Gerusalemme, luogo di ritrovo per gli inviati delle grandi testate, i fotoreporter e le troupe televisive.
Delle cause profonde del conflitto Alberto ha continuato a scrivere per l’Espresso e per diversi anni ha organizzato, come esperto e testimone diretto cicli di incontri e di dibattiti nell’isola di Favignana dove risiedeva d’estate e alla quale era molto legato.
Testimonianze di grande professionalità e di impegno civile destinate a sopravvivergli perché, quando rispettano l’impegno primario ad attenersi alla verità ed a denunciare le ingiustizie e gli esempi – come nel caso di Alberto Stabile – lasciano tracce ed eredità concrete, i giornalisti sopravvivono nella memoria collettiva, oltre che nell’affetto e nel ricordo dei colleghi e degli amici.

