Soltanto G7 ? No, c’é ben altro. E’ la politique d’abord della Premier, che ha trasformato il G7 in G Giorgia Meloni, a far lievitare l’onnipresenza del suo ruolo di governo e di leader.
Per occupare da protagonista tutti gli spazi, la presidenza italiana del Group of Seven non basta, se non si é in grado di interloquire con competenza ed efficacia sulle varie problematiche.

Da Biden a Trump ed a Elon Musk, da Von der Leyen a Mark Rutte, da Netanyahu ad Abu Mazen e da Narenda Modi a Javier Milei, la quintessenza della politique d’abord della Presidente del Consiglio italiana si sviluppa, con riconosciuto successo, contemporaneamente sugli scenari internazionali e nazionali.
Più vicina al pragmatismo liberale che all’originaria visione del nazionalista francese Charles Maurras, la politique d’abord della Premier concretizza una sorta di inedita ubiquità politica, consistente nella capacità di padroneggiare tutte le tematiche, che all’inizio del terzo anno a Palazzo Chigi le consente di evidenziare i risultati positivi conseguiti, soprattutto a livello internazionale, e di scaricare i fallimenti delle mancate riforme sulle défaillance degli alleati di governo, Tajani e Salvini, nonché sulle divisioni di un’opposizione frammentata e senza bussola.

Assieme all’invito rivoltole personalmente da Donald Trump di partecipare alla cerimonia d’insediamento alla Casa Bianca, il successo più evidente é il riconoscimento di interlocutrice europea della nuova amministrazione americana.
Un’influenza in grado di fare decollare il ruolo dell’Italia in Europa e soprattutto nel Mediterraneo, in un momento di assestamento geo politico mondiale che, con l’imminente pace in Medio Oriente e lo stop all’invasione russa all’Ucraina, che prima o poi Putin sarà costretto ad accettare, determinerà con le ricostruzioni dei vari paesi un enorme rilancio economico globale.
Non diverso l’impatto sullo scenario nazionale, dove Giorgia Meloni interviene sistematicamente su tutte le tematiche, della maggioranza e dell’opposizione.
Senza lasciare spazi, se non quelli degli autogol alla Lega di Salvini e a Forza Italia e invadendo anche i tradizionali ambiti dell’opposizione, a cominciare dalla difesa dell’occupazione, l’abbattimento del numero dei disoccupati, il distinguo fra sindacalismo ideologico e non, il rilancio del Mezzogiorno, la lotta alla mafia e alla criminalità.
Attaccando su tutti i fronti più che indugiare in difesa, non espungendo nostalgici e fiamma, ma aggiungendo sempre nuovi consensi, la Premier sembra essere riuscita a dividere Pd e Cinque Stelle, cattolici e sinistra e ad innescare uno scontro fratricida sul miraggio di un baricentro del centro della politica.
Tutto questo rappresenta tuttavia solo l’oggi, un’attualità contingente destinata solo in parte a perpetuarsi nel 2025.
Parafrasando la definizione teologica, l’ubiquità politica di Giorgia Meloni lascia infatti intuire per i prossimi mesi un’evoluzione degli scenari che partendo dalla situazione internazionale si riverbererebbe in Italia sull’attività di Governo.
Il balzo in avanti dell’economia, sull’onda dell’avvio delle ricostruzioni dei paesi in guerra e della normalizzazione degli scambi commerciali globali, con o senza gli eventuali dazi americani, dovrebbe infatti avvantaggiare in modo particolare il nostro Paese.
L’instabilità politica e le pesanti crisi produttive e finanziarie che attanagliano Germania e Francia stanno via via già spostando gli equilibri dell’interscambio europei a favore della penisola che oltre alla posizione geografica sarà avvantaggiata anche dalla stabilità certificata dalla fiducia dei mercati e dalla minore congiuntura produttiva.
Prospettive che é facile prevedere accresceranno ulteriormente il consenso elettorale della Premier. Consenso che aggiungerà al bacino degli elettori di Fratelli d’Italia i voti del centro moderato.
L’utopia del centro, agognato da Matteo Renzi, Carlo Calenda, Beppe Sala, dai cattolici bistrattati dal Pd di Elly Schlein e da tutti gli aspiranti federatori di un’area consistente, ma eterogenea, sembra dunque destinata ad essere trasformata in realtà dalla leadership in espansione di Giorgia Meloni.

Più che un Meloni party, si delinea un eventuale Partito degli Italiani guidato dalla leader di Fratelli d’Italia in grado di calamitare e motivare non solo i consensi dei cattolici e dei moderati ex Dc, dei laici e dell’area liberal socialista, ma pure i voti di quanti per una molteplicità di motivi (contraddittorietà, inconsistenza, eccesso di propaganda, dirottamento delle risorse a nord e penalizzazione del mezzogiorno) non approvano più le scelte della Lega e non riscontrano più in Forza Italia e nei Cinque Stelle lo spirito originario di fondatori come Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Due protagonisti assoluti ai quali sono subentrati eredi familiari ed epigoni interessati al mantenimento delle posizioni personali, oppure premier e deputati per caso senza una reale visione politica, tranne quella del proprio narcisismo.
Un orizzonte legittimato e rafforzato, nonostante la vulgata interessata di retroscenisti ed editorialisti inclini alla propaganda, dal costante richiamo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai valori della Costituzione, dell’antifascismo, del diritto d’asilo e dell’accoglienza.

Un ruolo essenziale quello del Capo dello Stato che conferisce all’Italia il prestigio di un insostituibile riferimento internazionale, riconosciuto e apprezzato dai leader mondiali, come ha testimoniato la recente visita a Roma del Re di Spagna.
Il confronto istituzionale col Quirinale rappresenta per Palazzo Chigi un imprescindibile punto di equilibrio per placare, o impedire, le fughe in avanti della deriva populista e nord centrica della Lega e l’arrembaggio di Forza Italia alla giurisdizione e al ruolo della magistratura, sanciti dalla Costituzione.
Nel panorama in progress del 2025, la Premier tiene in conto un’eventuale utilizzazione dell’esperienza a tutto campo di Mario Draghi e non sottovaluta il tentativo di rivincita elettorale del Pd apparentemente egemonizzato dalla segreteria di Elly Schlein.
Dietro le quinte del Nazzareno si stanno ricompattando diverse anime della storica sinistra Dc. Oltre che per l’area Franceschini, c’è attesa per il ritorno dell’ex Premier e Commissario europeo all’economia Paolo Gentiloni.

Considerato equidistante fra gli ex comunisti e gli ex democristiani, dei quali é stato uno dei principali leader, Gentiloni ha molte più credenziali, ma molti meno voti congressuali, della Segretaria per aspirare alla candidatura alla Premiership alle prossime politiche.
Resta il rebus dei partiti che faranno parte, oltre all’Alleanza Verdi e Sinistra e a qualche cespuglio di centro, del fronte delle opposizioni guidato dal Pd.
Tuttora impelagati nella contrapposizione con Grillo per la titolarità del simbolo, per i Cinque Stelle di Giuseppe Conte l’orizzonte politico si presenta molto incerto e, secondo i sondaggisti più pessimisti, a rischio soglia di sbarramento.


