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Rubrica di critica recensioni anticipazioni
by Pino Casale
La recente scomparsa di Gianni Pettenati, ha riportato l’attenzione sul cosiddetto “mondo beat”, ovvero la musica italiana di quel periodo.
Pur celebrando con molta nostalgia Bandiera gialla, é stato sottolineato come quel brano fosse il rifacimento italiano di un successo inglese (The pied piper).
Le cover rappresentano la caratteristica di quel momento storico-musicale datato intorno alla metà degli anni ’60. Chi si ricorda di tutte quelle bellissime canzoni che venivano riprodotte dai mangiadischi dell’epoca e che hanno accompagnato la nostra adolescenza?
Ebbene, allora spesso non ci era dato di saperlo (talvolta lo scoprivamo molto tempo dopo, altre volte mai), ma per la maggior parte si trattava di successi internazionali cui veniva cucito addosso un nuovo abito, sotto forma di un testo in italiano, che alcune volte ricalcava il titolo originale, altre volte non c’entrava nulla: che le parole rientrassero nella stessa metrica era l’unica condizione necessaria per farlo diventare un prodotto “autoctono” e lanciarlo sul mercato.
Basta ricordare alcune di queste canzoni con i loro interpreti, che sebbene siano famosissime, probabilmente per alcuni saranno una scoperta.

La cover story parte da alcuni gruppi, probabilmente i più famosi di quel periodo. Si inizia dai Dik Dik: gruppo formatosi a Milano. Pochi sanno che ottennero il loro contratto discografico con la Dischi Ricordi grazie ad una segnalazione dell’allora arcivescovo del capoluogo lombardo, Giovanni Battista Montini, si proprio lui, il futuro Papa Paolo VI!!!
Nessuno, credo, ignora che la loro “Sognando la California” fosse la “California dreamin’” dei Mamas & Papas (uno dei casi in cui si cercò di far aderire il più possibile il testo italiano a quello scritto da John e Michelle Phillips), e che l’altrettanto celebre “Senza luce” provenisse dal repertorio dei Procol Harum (“A whiter shade of pale”, ovviamente);
ma quanti sanno che altre loro celebri canzoni celassero le firme di autori illustri? Parlo ad esempio di “L’esquimese” (“Mighty Quinn” scritta da Bob Dylan e resa celebre da Manfred Mann), oppure di “Il mondo è con noi” (ancora i Mamas & Papas, in originale era “I saw her again”), e persino un brano di The Band, la celeberrima “The weight” divenne “Eleonora credi”. Formazione originale dei Dik Dik: Lallo Sbriziolo, Pietruccio Montalbetti, Pepe Salvadori, Sergio Panno, Mario Totaro.
Ce ne sarebbero tante altre, ma é il momento di occuparci di un altro dei gruppi italiani più in auge all’epoca, i modenesi Equipe 84. 
Questa band, i cui componenti venivano da formazioni differenti, tutte rodate da un buon numero di concerti, prima di portare al successo un paio di brani scritti da Lucio Battisti, aveva riproposto in italiano tante canzoni provenienti da Inghilterra o Stati Uniti: tra le tante, le più celebri sono “Io ho in mente te” (You were on my mind” dei canadesi Ian & Sylvia), “Tutta mia la città” (“Blackberry way” dei Move, da Birmingham), “Ora puoi tornare” (“Go now” dei Moody Blues, di Birmingham anche loro), “Pomeriggio ore sei” (Marley purt drive” dei Bee Gees), “Un anno” (“No face, no name, no number” dei Traffic provenienti, ancora (!) da Birmingham).
Formazione originale dell’Equipre 84: Maurizio Vandelli, Franco Ceccarelli, Victor Sogliani, Alfio Cantarella.
Passiamo ora ai Camaleonti, anche loro formatisi a Milano: da segnalare che nella loro formazione originale militava Riki Maiocchi, che presto li abbandonò per dedicarsi ad unacarriera solista (“Uno in più”, “Prendi fra le mani la testa”, entrambe di Battisti, i suoi brani più celebri ).
Uno dei loro più grandi successi fu certamente “L’ora dell’amore”, ovvero “Homburg” anche questa dei Procol Harum, ma di loro non si può non citare “Io per lei”, originariamente incisa da Frankie Valli col titolo “To give”; molti altri furono poi i rifacimenti, brani presi dal repertorio di Moody Blues, Animals, Spencer Davis Group, persino dei Beatles (“Norwegian wood” che diventò “Se ritornerai”) e di tanti altri artisti in voga in quel periodo.
Formazione originale dei Camaleonti: Livio Macchia, Tonino Cripezzi, Paolo De Ceglie, Gerry Manzoli, Riki Maiocchi.

Cocludono la serie delle band i Nomadi, anche loro provenienti dal Modenese, ancora oggi molto attivi sotto la guida di Beppe Carletti, tastierista e fondatore del gruppo nel 1963, nonché ultimo superstite della formazione originale.
Ebbero la fortuna di incontrare un giovane e (allora) sconosciuto autore, che firmò per loro alcuni brani che divennero dei successi: “Dio è morto”, “Noi non ci saremo”, “Canzone per un’amica”, “Per fare un uomo”. Si trattava di Francesco Guccini, accanto alle cui composizioni originali i Nomadi non mancarono di incidere anche canzoni di autori stranieri: “The revolution kind” di Sonny Bono diventò “Come potete giudicare”, “Ho difeso il mio amore” era la celebre “Nights in white satin” dei Moody Blues, “Ti voglio” coverizzava, con un titolo che per una volta ricalcava l’originale, “I want you” di Bob Dylan, “Ala bianca” era la loro versione di “Sixty years on” di un giovanissimo Elton John, mentre quel brano con un titolo un po’ improbabile come “Un figlio dei fiori non pensa al domani” non era altro che “Death of a clown” dei Kinks, il brano più celebre scritto da Dave, il minore dei fratelli Davies (é noto che invece il 99% della produzione della band londinese portasse la firma di Ray).
Formazione originale dei Nomadi: Augusto Daolio, Beppe Carletti, Franco Midilli, Gianni Coron, Bila Copellini.
Non si possono tralasciare gli inglesi di nascita, ma italiani acquisiti,i Rokes, che “rubarono” due canzoni al cantautore folk americano Bob Lind, il quale probabilmente trascorre ancora oggi una vita tranquilla con i diritti percepiti sulle due canzoni “Cheryl’s going home” e “Remember the rain”, diventate rispettivamente “Che colpa abbiamo noi” e “E’ la pioggia che va”. Senza dimenticare il brano scritto da Cat Stevens e portato al successo dai Tremeloes “Here comes my baby”, trasformata in “Eccola di nuovo”.
Formazione originale dei Rokes: Shel Shapiro, Bobby Posner, Johnny Charlton, Mike Shepstone. 
I Corvi, originari di Parma, furono forse gli interpreti più veri, più sinceri del beat italiano, con la canzone simbolo “Ragazzo di strada”, un testo abbastanza diverso rispetto agli stereotipi dell’epoca: Angelo Ravasini, cantante del gruppo, disse una volta in una intervista, che lo aveva scritto insieme a Califano, il quale non é però mai apparso ufficialmente nei credits; l’originale si intitolava “I ain’t no miracle worker”, dei californiani Brogues, ed è l’unico brano che si ricordi di questo gruppo che ebbe vita brevissima. Altra celebre cover fu “Sospesa a un filo”, ovvero“I had so much to dream” degli Electric Prunes, anche loro provenienti dalla California.
Formazione originale dei Corvi : Angelo Ravasini, Claudio Genassi, Fabrizio Levati, Gimmi Ferrari.
Ci sarebbe da scrivere un libro sull’argomento tanta é la carne al fuoco, o probabilmente qualche volume esiste già: tuttavia prima di arrivare alla conclusione, é necessario ricordare qualche altro nome: tra i cosiddetti “big” Caterina Caselli, che rifece la “Paint it black” dei Rolling Stones con un titolo che manteneva una certa assonanza, “Tutto nero”; la celeberrima e vendutissima “A chi” (“Hurt” di Jimi Yuro) di Fausto Leali, poi “Happy together” dei Turtles che venne rifatta dai Quelli, ovvero la PFM in embrione con l’aggiunta di Teo Teocoli(!), diventando“Per vivere insieme” e Patty Pravo che tra le altre portò al successo “Il paradiso” (“Half as nice” dei gallesi Amen Corner) e “Ragazzo triste” (“But you’re mine” di Sonny & Cher).
Si é costretti a tralasciarne tantissime, ma bisogna fare una menzione per uno dei pezzi più “strampalati” di quel periodo: si intitolava “They’re coming to take me away, ha haa!” ed era diventata un clamoroso successo negli Stati Uniti, l’autore si chiamava Napoleon XIV (Jerry Samuels il vero nome): si trattava di un brano demenziale che descriveva in modo bizzarro la mentalità malata dell’uomo. Ebbene, anche in Italia ci fu chi volle riproporla! Lo fecero i Balordi, un eccentrico gruppo lombardo che usava batterie di pentole durante le esibizioni, e che ebbe una discreta notorietà, anche se il loro essere dissacranti (indossavano spesso abiti femminili) creò qualche problema. Incisero il brano mantenendo praticamente lo stesso titolo, ovvero “Vengono a portarci via ah! aah!”. Poco prima del loro scioglimento é da segnalare che la loro ultima formazione vide la presenza di Marco Ferradini.
Il fenomeno delle cover si avviò verso l’esaurimento verso la fine degli anni ’60: l’avvento di autori come Guccini, Battisti e lo stesso De André, e di gruppi che avevano iniziato ascrivere il loro materiale (Formula 3, Orme, New Trolls che proprio con De André collaborarono per il loro primo LP “Senza orario senza bandiera”), fu uno stimolo per tutti ad abbandonare la strada più facile per inerpicarsi sui sentieri della canzone d’autore, sicuramente più impervi ma che avrebbero dato grandi soddisfazioni e prodotto veri e propri capolavori nel decennio successivo.







