L’analisi dell’editorialista dell’Agenzia Italpress Stefano Vaccara evidenzia come, anche se con tempi diversi e differenti modalità, la voragine dello scandalo Epstein stia replicando effetti e conseguenze dell’inchiesta sul Watergate che nel 1974 provocò le dimissioni del Presidente Richard Nixon.
by Stefano Vaccara*
Qualsiasi cosa accada in America nel secondo anno del secondo mandato dell’amministrazione Trump, tutto continua a tornare lì: agli Epstein Files.
Lo scoop del giornalista freelance Stephen Fowler, rilanciato per primo da NPR, ha allargato una crepa che sta diventando un canyon.
Decine di pagine mancanti nel rilascio ufficiale dei documenti, legate alla denuncia nel 2019 di una donna che da minorenne sarebbe stata abusata da Jeffrey Epstein e, secondo quanto raccolto dall’FBI anni dopo, anche da Donald Trump.
Nei verbali compaiono descrizioni esplicite: nel 1985 Trump avrebbe aggredito sessualmente la denunciante allora tredicenne; lei avrebbe reagito mordendolo ai genitali e lui l’avrebbe presa a calci.
I numeri interni dei fascicoli indicano un vuoto di oltre cinquanta pagine. A far tremare é ciò che potrebbe esserci ancora. Se venisse confermato che il Dipartimento di Giustizia ha trattenuto o omesso materiale, saremmo davanti a un insabbiamento.
E la prima a finire sotto pressione sarebbe la Segretaria alla Giustizia Pam Bondi, che al Congresso ha ripetuto che non esiste altro materiale rilevante da pubblicare.
In questo clima è arrivata la deposizione di Hillary Clinton. Sei ore a porte chiuse davanti alla Commissione di Vigilanza, che si é spostata fino a Chappaqua, vicino New York, per interrogarla sul caso Epstein.
Ma Clinton aveva chiesto un’audizione pubblica, telecamere accese, giornalisti in sala. I repubblicani hanno rifiutato.
Poi una deputata del Gop ha fatto trapelare una foto dall’interno, violando le regole. La seduta è stata sospesa. Clinton ha definito l’episodio “molto preoccupante”.
All’uscita l’ex segretario di Stato ha ribadito di non aver mai incontrato Epstein, di non aver mai volato sul suo aereo, di non aver visitato le sue proprietà.
Ma il passaggio politicamente più forte è stato un altro: se davvero si vuole trasparenza, ha detto ai legislatori, allora va convocato Donald Trump sotto giuramento.
Serve una sua testimonianza formale. I democratici ora chiedono la pubblicazione integrale e non modificata della trascrizione dell’audizione. E in giornata toccherà a Bill Clinton, prima volta per un ex Presidente davanti a una commissione. Un precedente che deve far tremare Trump.
Intanto il sistema si muove in modo inquietante. Il direttore dell’FBI Kash Patel ha licenziato almeno dieci agenti coinvolti nelle indagini sui documenti classificati di Trump. Il messaggio è chiaro: chi indaga sul presidente paga.
Sul piano internazionale incombe l’Iran. I negoziati continuano, ma la tensione resta altissima. Al Congresso si parla già di war powers resolution per limitare eventuali azioni militari senza autorizzazione.
Una crisi esterna é storicamente il modo più efficace per spostare l’attenzione interna.
La Corte Suprema, appena una settimana fa, ha ricordato che il Presidente non é onnipotente, bocciando i suoi dazi generalizzati e ribadendo che il potere di tassare spetta al Congresso.
Trump ha detto di provare “vergogna per alcuni membri della Corte” e ha promesso di aggirare la sentenza con altri strumenti.
Ma oggi il centro non è quello. Il centro ha un’altra parola: responsabilità.
Fa impressione vedere Robert De Niro commuoversi in un’intervista e invitare gli americani a “resistere” per “salvare il Paese”.
Robert De Niro
Trump ha definito sui social l’attore “una persona malata e demente”, con “un Quoziente d’intelligenza estremamente basso”.
Ma di basso qui c’è solo la scena di un presidente che invece di unire, divide.
E mentre l’America vive la tensione, lunedì accadrà qualcosa di inedito: Melania Trump presiederà una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
È la prima volta che una First Lady guida formalmente una sessione dell’organo più potente delle Nazioni Unite. Un gesto simbolico fortissimo. Ma a favore di chi?
Anche questo momento storico rischia di essere inghiottito dal rinnovato scrutinio sul passato rapporto di Trump con Jeffrey Epstein, la cui rete sociale si sovrapponeva al mondo di Trump nella New York degli anni Novanta.
Alla fine é lì che tutto converge: le pagine mancanti, le accuse di cover-up, le epurazioni all’FBI, le audizioni segrete, le guerre possibili, le sentenze aggirate, i duelli mediatici.
Ogni notizia sembra orbitare attorno a un buco nero che si allarga e inghiotte tutto.
La storia americana insegna che spesso non é il reato a travolgere un presidente, ma il tentativo di coprirlo.
Nixon lo scoprì nel secondo anno del suo secondo mandato. Come finirà il secondo anno del secondo mandato di Trump?
Nessuno lo sa, ma più si prova a cambiare canale, più lo schermo torna sempre sulla stessa immagine.
*Stefano Vaccara, Giornalista e scrittore. Nato in Sicilia, a Mazzara del Vallo, cresciuto a Palermo, laurea a Siena e master alla Boston University, da dove ha iniziato a scrivere per Il Giornale di Montanelli. Negli Usa, dove insegna, fonda nel 2013 “La Voce di New York” e dal Palazzo di Vetro, dopo esserlo stato per 10 anni per Radio Radicale, é attualmente corrispondente per l’Agenzia Italpress.