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Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile

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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Beatrice Agnello

Con Alberto Stabile abbiamo parlato tante volte del suo libro, mentre lo andava scrivendo e limando, e so quanta cura e quanta passione gli abbia dedicato, ancora di più di quanto era abituato a fare con i suoi articoli dal Medio Oriente.

Come giornalista, era assai preciso e ricco di riferimenti culturali sul retroterra storico di quei luoghi complessi ed era intellettualmente del tutto onesto nel raccontare e interpretare i fatti, i suoi articoli erano illuminanti e si poteva stare sicuri che ogni cosa era davvero vista, studiata, pensata. Nel romanzo, è riuscito anche a trovare una voce sobria ma intensa per scavare nella sostanza umana della sua esperienza a Gerusalemme e degli straordinari personaggi che la hanno popolata.

Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile
Alberto Stabile

Ciao Alberto, giornalista, scrittore, gentiluomo e caro amico. Ti voglio salutare con la recensione che ho scritto per la rivista In Trasformazione, diretta da Piero Violante. Per dire a tutti che “Il giardino e la cenere” Sellerio 2024,Israele e Palestina nel racconto di un albergo leggendario, Sellerio 2024, é un gran bel libro.

Rimaneva un’eccedenza di storie, rispetto a quelle che aveva raccontato nelle sue corrispondenze dei lunghi anni trascorsi in Medio Oriente per Repubblica. Rimanevano uomini e donne, emozioni, inclinazioni dello sguardo che non hanno posto su un giornale, che solo l’andamento narrativo di un romanzo, rigorosamente aderente alla realtà dal punto di vista storico ma con un respiro più largo e più intimo, può accogliere. Così, Alberto Stabile ne ha fatto un libro che riesce a trasmettere lo spirito di un luogo straordinario per antiche pietre, ricchezza di culture, luce, colori, ma un luogo dove “il conflitto è tutto. È il motore della Storia. È l’orizzonte di tutti i destini che si agitano sulla scena”.

Stabile arriva a Gerusalemme da inviato, la prima volta, nel 1988, in piena Intifada, e soggiorna all’American Colony, antica residenza di una delle più importanti famiglie palestinesi, diventata l’hotel più affascinante del Medio Oriente, “un paradiso fragrante di lavanda, garofani e gelsomini”, dove “il Cortile delle Mogli, come veniva chiamato, era un luogo fuori dal tempo con i tavolini ricoperti di mattonelle di ceramica armena” e “vasi di fiori e alberi di ulivo e di agrumi innestati fra di loro i cui rami dispensavano ombra ora su un lato, ora sull’altro del giardino, come dettava il cammino del sole. In quello spazio quasi scavato nel corpo dell’edificio, anche il Khamsin, il vento potente proveniente dalla penisola arabica che, di tanto in tanto, investe, caldissimo, Gerusalemme s’arrestava ammansito”.

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Quell’albergo é il prediletto da diplomatici e giornalisti di tutto il mondo, e per questo anche “una finestra spalancata” su una realtà molto complessa. Scrive Stabile, “Non saprei dire che ne sarebbe stato della mia vita in quegli anni senza il Colony. Di sicuro avrei capito molto meno del luogo in cui mi trovavo di quanto col tempo ho potuto capire”. E alcuni suoi noti compagni di avventura di diversi paesi – interlocutori e maestri – insieme ai palestinesi che ruotano intorno alla vita dell’albergo sono i personaggi che si muovono nel libro.Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile

 “Già nelle ore della prima colazione, la lobby (…) pullulava di giornalisti in procinto di partire a caccia di notizie. Chi incontrava per la prima volta il fixer, o l’interprete d’arabo, chi cercava un tassista di cui fidarsi, chi chiedeva una macchina a noleggio, chi arrivava giusto in quel momento chissà da dove con gli aerei del mattino e si guardava intorno stupito di ritrovarsi in quell’ambiente così raffinato e al tempo stesso così vero, come la lobby, un salone dall’antico pavimento di pietra rosa di Gerusalemme simile ad una casa delle Mille e una Notte, trasformato in caotica e poliglotta newsroom.”

E la sera “Il bar di Ibrahim era invaso di giornalisti vocianti che si raccontavano l’un l’altro le storie raccolte quel giorno, il bicchiere di birra in una mano, la sigaretta nell’altra. (…)

 Il bancone ricoperto di marmo chiaro, dietro al quale, Ibrahim, palestinese di pelle scura e di tratti egizi, faceva danzare le grandi mani sfiorando le bottiglie luccicanti allineate sugli scaffali di vetro alle sue spalle, era assediato dagli habitué del locale”, non solo giornalisti ma anche “attempati gentiluomini palestinesi, molto curati nei loro abiti di sartoria”, che “pasteggiavano, ogni sera, a whisky delle migliori marche”.

Ma la cifra cosmopolita dell’hotel deriva prima di tutto da quei palestinesi che vi lavorano: “La gentilezza, la disponibilità non nascevano dalle regole impartite da una scuola alberghiera e mandate a memoria ma dall’innata inclinazione dei palestinesi all’accoglienza”.

Prima di tutti George, il portiere tuttofare, che “sembrava strappato dalla foto di gruppo di una famiglia borghese di epoca ottomana, (…) l’avanguardia, il biglietto da visita di quel clima di gentilezza, di cordialità e di amicizia in cui il Colony avrebbe subito avvolto il visitatore, ancor più se straniero”.

Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile
Colony Hotel

Annessi all’hotel, una libreria e una bottega. Personaggi memorabili i proprietari, anch’essi palestinesi, il libraio Munther – che ospita scrittori come Amos Oz, David Grossman, Ian McEwan e intellettuali come Ilan Pappè, e non ascolta nenie arabe ma Mozart e Beethoven – e l’antiquario Munir – che da giovane si è giocato tutto quel che ha ereditato dal padre alla borsa di Tel Aviv – brillante narratore delle storie di oggetti e tappeti preziosi.

Importantissimi per i giornalisti, quando devono andare fuori città, sono gli autisti, la cui perizia, audacia, conoscenza di strade e scorciatoie, può fare arrivare per primi sul luogo di un avvenimento, evitare blocchi stradali, a volte persino salvare la vita.

Anche gli autisti sono singolari personaggi palestinesi, che per portare a casa i soldi necessari a campare si muovono fra le mille difficoltà burocratiche e poliziesche dell’occupazione israeliana e i pericoli della violenza in agguato.

Già, perché l’altra faccia della realtà per i palestinesi che ruotano attorno al Colony è che devono continuamente rinnovare permessi burocratici e superare posti di blocco e sbarramenti per arrivare all’hotel e presentarsi agli ospiti puntuali con impeccabile aplomb e affabili sorrisi.

I loro diritti sono ben lontani da quelli degli abitanti non arabi della città e dei dintorni, al punto che, durante la prima guerra del Golfo (1990-91), quando era atteso un attacco con armi chimiche da parte dell’Iraq, “il governo di Shamir fece distribuire milioni di maschere antigas e kit per la sopravvivenza alla popolazione israeliana.

Ma nulla diede ai palestinesi dei Territori, nonostante, in base al diritto internazionale, il paese occupante fosse obbligato a garantire la salute della popolazione civile”.

Dice Stabile: “In quei giorni feci il mio primo incontro con la violenza che covava nell’animo dei civili palestinesi nel sentirsi discriminati rispetto agli israeliani anche in una situazione di emergenza come la guerra incombente”.

Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile
Palermo 7 ottobre 2024: presentazione de” Il giardino e la cenere” 7 ottobre 24. Da sinistra: Gisella Costanzo, Alberto Stabile, Giosué Calaciura e Bice Agnello. Ancora non sapeva di essere ammalato, lo avrebbe saputo pochi giorni dopo.

Fuori dalla “finestra spalancata” del Colony, Gerusalemme, sacra per tutte e tre le grandi religioni monoteiste, con la “Città Vecchia racchiusa dalle antiche mura fatte costruire da Solimano il Magnifico”, “i suoi tetti a cupola e suoi svettanti minareti, in uno scrigno di pietra. Pietra animata, si direbbe, capace di tingersi d’oro e d’arancio sotto i raggi del sole al tramonto, o di ombre metalliche sotto la luce brillante della luna”.

Lì, nella Spianata delle moschee e nei suoi dintorni, le tre fedi, ognuna con la sua certezza di verità, si contendono il richiamo alla preghiera del mezzogiorno: suonano le campane del Santo Sepolcro, si diffondono nell’aria gli appelli del muezzin della moschea Al Aqsa e le lamentazioni degli haredim davanti al Muro del Pianto.

Gli haredim, ebrei ultra ortodossi animati da implacabile odio per i palestinesi, sono anche diffidenti e ostili nei confronti di qualunque estraneo: nel loro quartiere di Mea Sharim, non gradiscono neppure la presenza di stranieri occidentali, soprattutto quando celebrano il sabato. Osservano una rigida separazione fra uomini e donne nella preghiera, non meno degli islamici.

Stabile viene e va da Gerusalemme, fino al ’92, anno in cui diventerà corrispondente dal Medio Oriente e vi abiterà stabilmente fino al ’97, vivendo momenti cruciali della sua esperienza.

Sono anni decisivi per la Storia, nel ’92 il laburista Yitzhak Rabin diventa primo ministro di Israele sulla base di un programma che abbraccia il processo di pace israelo-palestinese.

Il suo coraggio e la sua ricerca di modi per la pacificazione e la convivenza, insieme a quelli di Yasser Arafat e alla mediazione norvegese, porteranno agli Accordi di Oslo del ’93, l’unico reale tentativo di soluzione del conflitto, di riconoscimento reciproco dei due popoli e di apertura all’autogoverno palestinese a Gaza e in Cisgiordania che si possa registrare.

Un tentativo minacciato da subito dagli estremisti delle due parti “che si nutrivano uno degli eccessi dell’altro”. “Tuttavia, l’onda lunga dell’entusiasmo prodotto dagli accordi continuò a lambire la vita quotidiana, portando allegria e voglia di vivere, fiducia e speranza”. Nel ’94 israeliani ebrei andavano a fare la spesa al mercato di Jenin e “giovani palestinesi osarono persino avventurarsi nella parte occidentale di Gerusalemme fino ai negozi di Ben Yehuda Street, la via dello shopping nel cuore della città ebraica”.

L’aria nuova che si respira coinvolge anche quelli che l’autore chiama Jerusalem boys and girls – giornalisti e fotografi americani, inglesi, francesi, tedeschi, italiani, spagnoli, giapponesi – per quanto molti siano scettici rispetto alla tenuta del processo di pace. Intanto, anche per loro la quotidianità si allarga a possibilità nuove, come andare “a cena a Ramallah, attraversando di notte e senza alcun timore il posto di blocco di Qalandia, teatro di scontri e frizioni perenni”.

Juan Carlos Gumucio, allora corrispondente di El Pais, proveniente dall’esperienza di anni di guerra civile in Libano e dal lavoro per Associated Press e London Times, riconosce che il conflitto ha preso una strada inedita e promettente, ma rimane molto cauto sulle prospettive; mentre Marie Colvin, inviata del Sunday Times già celebre per bravura ed eleganza e che lo diventerà ancor di più per il suo coraggio di corrispondente di guerra, segue Arafat fin dal suo ritorno nel ’94 in Palestina in seguito agli accordi con Rabin. La stessa moglie del leader riconoscerà con gratitudine e ammirazione che è stata la giornalista più vicina a lui e alla sua causa.

Juan Carlos e Marie sono due protagonisti de Il giardino e la cenere e, proprio in quella primavera suscitata dagli Accordi di Oslo, la loro vita privata avrà una svolta. Stabile è forse il Jerusalem boy più ottimista sul processo di pace e non solo: “Quell’inattesa catarsi, dovuta al coraggio di Rabin e di Arafat, non poteva finir male, pensavo. Era ai miei occhi una splendida impresa, rischiosa ma coraggiosa, promettente, un po’ come la relazione tra Juan Carlos e Marie, che proprio in quel periodo cominciò a prendere forma in una Gerusalemme che nessuno di noi aveva mai conosciuto nell’inedita dimensione di una città di pace. E come per gli accordi di Oslo, anche la notizia che Juan Carlos e Marie stessero insieme, suscitò non soltanto buoni auspici ma anche dubbi e perplessità, viste le diversità dei rispettivi caratteri e dei rispettivi cammini sentimentali che si lasciavano alle spalle.

Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile

Per me, invece, quel rapporto era il frutto della congiunzione astrale di due personalità avventurose ma estremamente intelligenti, che non avrebbero deciso di vincolare le loro vite se non avessero immaginato la possibilità di esser felici”.

Anche l’autore in quel periodo darà una svolta alla sua vita, andando a vivere insieme con una fotografa americana, Stacy, con cui aveva già dai drammatici anni di conflitto precedenti una relazione saltuaria.

Ma la primavera passa presto, per l’irriducibilità di Hamas – che non si arrende al riconoscimento di Israele voluto da Arafat e persegue la vendetta con attentati suicidi – e quella simmetrica di nazionalisti e ultrareligiosi ebraici.

Precipiterà definitivamente in un inverno profondo il 4 novembre 1995, quando Yitzhak Rabin viene assassinato dopo un comizio per la pace da uno studente israeliano che, come i suprematisti del suo paese, non vuole pace ma vendetta: è questa la parola che accomuna le fazioni estreme in Medio Oriente. Il logoramento delle premesse poste nel 1993 alla convivenza sarà inesorabile.

Anche le vite personali cominciano a sfaldarsi, Alberto e Stacy si separeranno, i caratteri forti di Juan Carlos e Marie non riusciranno a reggere molto a lungo il matrimonio celebrato nella stagione dell’ottimismo.

Chiudendo il libro, dopo l’abbandono a un racconto affascinante che esubera di vita e di morte, mi sono chiesta qual è il di più che porta alla nostra comprensione del conflitto attuale, un di più che ho avvertito distintamente nella lettura. Mi sono risposta: qui non vediamo solo masse di palestinesi esasperati dall’ingiustizia e abbrutiti dalle bombe che sterminano insieme terroristi feroci, poveri cristi, agricoltori vessati e scacciati contro ogni risoluzione dell’Onu dalle loro terre, una tragedia collettiva che tocca e indigna, ma è anonima se non la vediamo incarnata nei singoli con la loro consistenza umana e la loro complessità.

Qui incontriamo individui nella loro unicità, come i palestinesi del Colony, diversi uno dall’altro ma tutti di personalità aperta, cosmopolita ben più degli ebrei ultraortodossi, e però soggetti a una perpetua discriminazione. Singoli travolti dalla Storia. Questo libro restituisce loro dignità personale e voce, ce li rende familiari come solo chi li ha visti da vicino può fare.

Se “Il conflitto, dunque, è l’essenza non dichiarata di questo libro”, sono le storie di protagonisti e comprimari colti in quella situazione estrema che ne rivela la natura a dare anima alle pagine, come in un romanzo.Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile

E tale è, Il giardino e la cenere, sebbene vicende e persone siano reali. Del romanzo c’è l’andamento; la scrittura piena di immagini; una città e un hotel vocati all’avventura narrativa; personaggi come i Jerusalem boys “alimentati dalla fame di emozioni, in un luogo che sembrava essere stato creato proprio per suscitare emozioni, alcune estemporanee e fugaci, altre rese durature dal desiderio di perpetuare anche altrove quell’atmosfera di perenne eccitazione”, fra cui “sbocciarono amori quasi sempre destinati a dimostrarsi effimeri e sorsero amicizie che, dopo quasi mezzo secolo, durano ancora”. Juan Carlos Gumucio e Marie Colvin, bruciati dalle loro vite pericolose, sembrano usciti dalle pagine di Ernest Hemingway, Graham Greene, Malcolm Lowry.

Per sé, Alberto Stabile nella narrazione riserva un ruolo di testimone e coprotagonista non invadente, ma emozionalmente coinvolto, il suo tono di voce é spesso di contenuta malinconia.

Si trasferirà come corrispondente a Mosca dal 1998 al 2003, poi tornerà a Gerusalemme dal 2003 al 2010, ma, al contrario dell’American Colony, che conserva la sua pietra rosata, il suo giardino, la sua ospitalità amabile e la sua peculiarità di finestra aperta sugli eventi, la stagione sarà cambiata e il logoramento della situazione israelo-palestinese inarrestabile.

Anche politici e giornalisti sulla scena sembrano logorati, sembrano aver perso consistenza, difficile vederli come materia di un romanzo. Quel che viene dopo è solo cronaca dei nostri giorni, anche se dal 7 ottobre 2023 sembra di trovarsi in un film dell’orrore.Il libro testamento e lezione di giornalismo di Alberto Stabile

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Beatrice Agnello
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Beatrice Agnello, Docente di scrittura narrativa, critica letteraria, scrittrice, curatrice ed editor
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