

La questione é delineata sin dalla Premessa iniziale: «L’uomo è veramente un re ricchissimo e potentissimo […]. Per rendercene conto, possiamo pensare ai cento miliardi di neuroni che lo rendono capace di inventare cose sempre più strabilianti e creare meravigliose opere d’arte. Pensiamo anche al fatto che può vivere ben oltre i cent’anni, e pensiamo all’insuperabile reggia in cui abita, cioè al pianeta Terra, nel quale si è insediato come re. Il pianeta Terra è un concentrato di bellezze e ricchezze tali, da sbalordire ogni qual volta si posi lo sguardo in qualsiasi luogo; finora non ci è dato di conoscere un altro pianeta così bello. Anche gli oltre otto miliardi di uomini attuali potrebbero vivere tutti molto bene, su questa nostra bilia di terra cotta dal sole, con la superficie smaltata da oceani blu, verdi foreste e argentei poli. Cosa potrebbe sperare di più un essere vivente per godersi, almeno un poco, la vita? Eppure non è così. Cos’è allora che non va?» (pp. 12 – 13).
Per rispondere Gastaldo descrive il sistema nervoso dell’essere umano; le influenze che esso subisce dall’ambiente sin dai primi giorni di formazione nel grembo materno; la formazione di «circuiti neuronali determinati geneticamente e modificati da esperienze» (p. 75) quali paura, rabbia, tristezza, gioia; la relazione fra psiche individuale e contesto socio-culturale di appartenenza; la parabola evolutiva dell’australopiteco che – passando ad habilis, erectus, neandertalensis, sapiens sapiens – «invade tutto il globo e inventa l’agricoltura, addomesticando le piante, inventa la pastorizia, addomesticando gli animali, inventa le civiltà attuali, addomesticando gli uomini» (p. 99); la distinzione fra “cervello rettiliano” (il primo a formarsi nella nostra storia evolutiva), il “diencefalo” (in alcune terminologie “cervello limbico”) e infine la “corteccia prefrontale” (che «dovrebbe essere in grado di coordinare le emozioni e tutte le spinte provenienti anche dalle strutture più primitive e basilari, che si trovano nel cervello rettiliano», le strutture cioè che «presiedono alla sessualità arcaica, alla difesa, all’esplorazione, alla predazione, alla territorialità») (p. 179).
Alla luce di queste premesse biologiche, antropologiche e storiche, l’autore può finalmente rispondere alla domanda iniziale: come mai non c’è comunicazione, armonia, connessione fra queste «strutture cerebrali» (p. 186)? La sua ipotesi è che «essendo avvenuta una evoluzione molto rapida del cervello, o non essendo questa ancora completa, la neocorteccia non è ancora pronta a integrare perfettamente tutto l’elaborato che fa il cervello più antico. Questo perché, seppure esista già tutto l’impianto per la relazione fra le strutture più antiche e strutture più recenti, tuttavia i collegamenti si trovano ad essere ancora imperfetti o incompleti, e in pericolo di essere mal maturati, essendo molto influenzabili dall’ambiente. Così la razionalità, non integrandosi perfettamente con le basilari spinte alla vita del rettiliano e del limbico, non diventa quello strumento rivoluzionario, di evoluzione e rinnovamento, che potrebbe essere» (p. 191).

