L’assalto del coronavirus che sconvolge l’8 marzo

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L'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo
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by Maggie S. Lorelli

Nel tempo imprevisto del Coronavirus, le donne che non dimenticano l’emblematica ricorrenza dell’8 marzo non possono permettersi di essere improvvide, perché gran parte delle responsabilità e dei costi sociali dell’emergenza sanitaria gravano su di loro.L'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo

Più che parità dei sessi, è disparità di costi. Fra scuole chiuse, stop alle attività ludiche di gruppo e figli a casa, qual è il prezzo che le donne devono pagare per la clausura imposta dalle norme di prevenzione?

La condizione di subordinazione economica che le donne vivono rispetto agli uomini nel mondo del lavoro appare infatti evidente soprattutto nei periodi di recessione. I dati ISTAT di gennaio sull’occupazione confermano il trend nagativo del 2019, con un PIL in calo dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. Ad essere maggiormente penalizzate da questo quadro congiunturale sono, oltre ai giovani e ai lavoratori temporanei e autonomi, le donne. Nel solo mese di gennaio si contano 30mila occupate in meno, 27mila disoccupate in più e ulteriori 6mila inattive.L'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo

A ciò si aggiunge l’annoso problema del gender gap.

Per quanto riguarda il nostro Paese, nel 2019 Infodata, il Data blog del Sole 24 Ore, ha raccolto alcuni dati Eurostat che attestano che il gender gap nel settore pubblico in Italia ammonterebbe al 4,1%, mentre nel privato supererebbe il 20%. Anche in termini di reddito, ossia di retribuzione oraria media, le donne risultano penalizzate, guadagnando, secondo i dati INPS, il 16,3% in meno rispetto agli uomini. Nel mondo della libera professione il divario è ancora più marcato: le donne iscritte a un ente previdenziale privato guadagnano il 38% in meno rispetto ai loro colleghi maschi, e anche fra le manager si registra un dislivello fra i generi con una paga oraria più bassa per le donne del 23%. La situazione sarebbe più rosea nelle professioni a basso reddito (lavori impiegatizi, del commercio e dei servizi), dove le lavoratrici guadagnerebbero circa l’8% in meno rispetto agli uomini.

L’Italia non è un Paese per mammeL'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo

Per chi è madre la situazione si aggrava. Il report Conciliazione lavoro e famiglia dell’Istat informa che la metà delle donne con due o più figli non lavora, e l’11% delle donne con almeno un figlio non ha mai lavorato per dedicarsi completamente alla cura della prole. Fra le coppie giovani che hanno figli, solo nel 28% dei casi lavorano entrambi i genitori a tempo pieno e possono permettersi servizi esterni di accudimento della prole.

L’INPS ci fornisce una stima di lungo periodo della child penalty attraverso l’analisi di un campione di lavoratrici dipendenti del settore privato tra il 1985 e il 2016. Le traiettorie dell’avanzamento professionale e delle scale di reddito delle donne con e senza figli divergono considerevolmente. A 15 anni dalla maternità, i salari lordi annuali delle madri sono inferiori a quelli delle donne senza figli del 53% rispetto al periodo antecedente la nascita. I salari settimanali sono più bassi del 6%; le settimane lavorate in meno sono circa 11 all’anno, e la percentuale di donne con figli con contratti part time è quasi tripla rispetto alle donne senza figli.

Al di là dell’emergenza, l’Italia necessita di una svolta culturale che porti a considerare un figlio non come un costo privato, ma un bene collettivo sul quale l’intera società deve scommettere e investire per il proprio futuro.

La donna vista come caregiverL'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo

Tuttavia, ciò che più mortifica la funzione della donna nella società è la totale svalutazione del lavoro domestico e le attività di cura non retribuite che, pur rappresentando una componente fondamentale della distribuzione di risorse tra generazioni, vengono escluse dai sistemi di contabilità nazionale e dal computo del PIL, la principale fonte di misurazione del benessere a livello micro e macroeconomico.

Il lavoro domestico delle donne è considerato una sorta di “welfare familistico” che supplisce al deficit pubblico nel supporto alle attività di cura dei minori e degli anziani, tra le categorie più deboli della società, tutelate all’interno del nucleo familiare. In mancanza di un valore monetario o di mercato, il fattore chiave che mostra l’importanza delle attività di gestione domestica e di caregiving è il tempo, che solo in un senso astratto e ideale è equiparato al denaro. Secondo le stime dell’International Labour Organisation, il lavoro che le donne svolgono gratis a livello globale rappresenta il 76,2% del lavoro di cura e domestico non retribuito. Lavare, stirare, pulire la casa, gestire le esigenze dei figli, preparare i pasti, organizzare le attività familiari, assistere i parenti anziani: per svolgere tali attività le donne impiegherebbero il triplo del tempo degli uomini. Secondo le stime raccolte nel “Libro Bianco”, il report che la Fondazione Onda pubblica ogni due anni, in collaborazione con Farmindustria, sulla salute al femminile, il Italia l’86% delle donne è impegnato nell’assistenza a familiari ammalati. E quando è la donna a stare male? Nel 68% dei casi si cura da sola.

Quanto costa il lavoro di curaL'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo

Il lavoro di cura sottopagato o svolto gratuitamente dalle donne è al centro del report “Time to Care” che Oxfam ha pubblicato alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, per fare il punto sulle disuguaglianze di genere considerate parte integrante di un capitalismo “sessista e sfruttatore”. Questo lavoro invisibile e privato di dignità, quantificato in un monte ore di 12,5 miliardi a livello globale, è stimato dall’ILO in 11 trilioni di dollari, se fosse valutato sulla base di un salario minimo orario, vale a dire il 9% del PIL globale.

La stessa sperequazione nella distribuzione delle ricchezze mondiali ha forti connotazioni di genere. Gli uomini, secondo il rapporto, detengono il 50% di ricchezza in più rispetto alle donne. Benché le donne, secolari donatrici di cure, siano il pilastro del benessere della comunità, nel 42% dei casi in tutto il mondo, risultano impossibilitate a svolgere un’attività retribuita perché assorbite dal ménage familiare. Questo svantaggio si ripercuote nelle difficoltà di raggiungere un’autonomia economica e nella partecipazione femminile alla vita politica.

Il peso grava sulle spalle delle donne

Uno studio della BCG,Boston Consultin Group, rivela che il carico delle attività domestiche che grava sulle spalle delle donne è doppio rispetto agli uomini.  BCG è una multinazionale statunitense di consulenza strategica considerata tra le “Big Three” nel mondo della consulenza manageriale, “Lightening the Mental Load that holds Women Back” (J. Garcia-Alonso, M. Krentz, D. Lovich, S. Quickenden F. Brooks Taplett).

Lo studio, basato su interviste a più di 6.500 lavoratori in diversi settori di 14 Paesi nel mondo tra cui l’Italia, informa che in una relazione in cui entrambi i partner lavorano, una donna ha una responsabilità superiore rispetto all’uomo di 2,5 volte per quanto riguarda il bucato, di 2,1 per la cucina, di 1,8 per le pulizie, e di 1,6 per la spesa.

La donna esercita in ambito domestico una funzione manageriale: la gestione delle gravose responsabilità di assistenza familiare e di cura del focolare rappresentano un doppio ruolo rispetto a quello esterno alla magione, che equivale alla presa in carico del 75% del totale delle responsabilità familiari. Questo lavoro è incessante, non riconosciuto, non normato, non salariato, e richiede alle donne un surplus di energie fisiche e mentali sottratte alla propria carriera individuale. Gli uomini per contro godono di una libertà maggiore per dedicarsi agli amici, alle cene di lavoro, allo sport e, una volta giunti a casa, alle attività rilassanti che, allentando le tensioni e alleviando lo stress, consentono il recupero psicofisico.

Soluzioni possibiliL'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo

La ricerca BCG rivolgendosi a governi e aziende, offre qualche spunto per la ricerca di soluzioni alla disparità dei carichi domestici e all’uguaglianza di genere che vanno dagli orari flessibili allo Smart Working, dalla promulgazione di leggi per la tutela dei caregivers a politiche di supporto alle famiglie.

Ma soprattutto bisogna impegnarsi nel raggiungimento di una consapevolezza di coppia meno asimmetrica. Spesso molti uomini non comprendono e sottostimano la quantità di tempo impiegata nei compiti domestici, e sottovalutano gli sforzi che ne derivano, sia nella fase di pianificazione che in quella di attuazione. Le stesse donne talvolta, per l’abitudine all’abnegazione, non riescono a quantificare l’impegno delle responsabilità familiari. Per riequilibrare i ruoli e spartire più equamente le responsabilità, un passo fondamentale è misurare gli sforzi e avere una chiara comprensione, da parte di entrambi i partner, della quantità degli oneri familiari. Ciò comporta l’impegno da parte delle donne ad essere indulgenti e non controllare come il lavoro degli uomini viene eseguito, accettando il diverso approccio maschile anche nella gestione dei figli. E’ arrivato il momento che la donna scelga le sue priorità, indipendentemente dalle aspettative e dai condizionamenti sociali, e che deleghi al partner parte del suo carico fisico e mentale.

Vorrei chiudere questa disamina con un sorriso, richiamando alla mente una famosa vignetta dell’ingegnere e fumettista francese Emma Clit, che illustra l’immagine di una madre soppraffatta dalle fatiche domestiche che, cercando di destreggiarsi fra la cucina e la gestione dei figli, alla fine sbraita contro suo marito il quale risponde, con ingenua nonchalance, “Avresti potuto chiedere, ti avrei aiutato!”L'assalto del coronavirus che sconvolge l'8 marzo

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