Si chiamano robot umanoidi per un motivo: camminano, possono eseguire movimenti e funzioni, sollevare oggetti pesanti, seguire schemi e parametri assegnati. Inoltre, non si ammalano mai, non contestano le disposizioni ricevute, non hanno bisogno di pause e non chiedono aumenti di stipendio.
Benvenuti nell’era umanoide, iniziata a gennaio al Consumer Electronics Show di Las Vegas quando alla conferenza stampa di Hyundai Motor Group stato presentato un nuovo dipendente, Atlas: 1,88 d’altezza e circa 90 kg di peso. Ha sfilato sul palco per diversi minuti, ha salutato la folla, ha fatto delle piroette e ha sollevato con destrezza alcuni oggetti pesanti.
Atlas non è un impiegato qualunque. È un robot, in grado di vedere gli oggetti di fronte a sé ed ha una testa che che può ruotare completamente come nella scena de L’esorcista.
Atlas
Il pubblico di Las Vegas l’ha adorato. I lavoratori della Hyundai molto meno. Le case automobilistiche in tutto il mondo utilizzano da anni sistemi robotizzati, ma Atlas é un notevole passo avanti perché i robot umanoidi sono destinati soprattutto ad operare in ambienti estremi, come lo spazio, effettuando interventi che per gli astronauti sono rischiosi o al limite. Interventi che avranno numerose ricadute anche nella vita sulla Terra, dalla prevenzione delle calamità naturali, all’automazione in agricoltura, dall’intercettazione e distruzione di asteroidi nello spazio in rotta di collisione con la Terra, ad interventi sul clima.
Lorenzo Marconi
“Le situazioni e gli ambienti sfidanti sono molto più vicine a noi di quanto si pensi” dice Lorenzo Marconi, professore ordinario del dipartimento di Ingegneria dell’energia dell’Università di Bologna, tra i protagonisti dell’incontro “A dialog on space and non-space” promosso a Torino dal progetto Italian knowledge leader di Convention Bureau Italia e dalla rappresentanza Emea dell’American Institute of Aeronautics and Astronautics, la più grande società tecnica aerospaziale al mondo con oltre 33.000 membri in 91 Paesi.
Gli ambiti applicativi civili per queste tecnologie, aggiunge Marconi, sono quindi molteplici. “Pensiamo all’agricoltura, dove cerchiamo di portare tecnologie robotiche per rendere automatiche procedure che oggi sono ancora manuali, in un ambiente estremamente variabile”, racconta il professore, che cita anche il settore della protezione civile: “L’utilizzo di robot umanoidi e droni per la ricerca e il soccorso delle persone rappresenta un vero e proprio passo in avanti”.
Secondo Marconi, disporre di robot umanoidi in ambiti spaziali su cui sperimentare alza l’asticella della ricerca e genera ricadute significative sulla Terra, in particolare rispetto al monitoraggio dei fenomeni naturali. “Questo può aiutare a prevenire le calamità”, sottolinea il professore, spiegando come “la tecnologia sia chiamata a sfidarsi soprattutto sulla parte algoritmica, per gestire fattori estremamente variabili, ea dimostrare capacità di resistenza in ambienti poco amichevoli, come nel caso di terremoti o incendi”.