La pubblicazione del volume “Cesare Terranova antesignano della legislazione antimafia” e il dibattito fra il Presidente emerito della Camera dei Deputati, Luciano Violante, il Procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, il Vice Presidente del Csm, Fabio Pinelli e l’editorialista del Corriere della Sera, Giovanni Bianconi, restituiscono per intero al Paese l’esempio lungimirante e straordinariamente attuale di un Magistrato e Parlamentare della Repubblica che ha dedicato tutta la sua esistenza professionale e personale all’intrinseca azione di contrasto culturale e giudiziaria della mafia. Il volume, edito dal Centro studi giuridici e sociali Cesare Terranova, Presieduto dal magistrato Annamaria Palma Guarnier, comprende documentalmente e attraverso le testimonianze e le analisi dei vertici della magistratura palermitana e di esperti di diritto, il sistematico compendio giurisprudenziale e dell’attività professionale del magistrato assassinato da cosa nostra a Palermo il 25 settembre del 1979 assieme al Maresciallo Lenin Mancuso e ne evidenzia, oltre alla serenità e all’imparzialità, le intuizioni investigative, metodologiche e interpretative, dell’attività di prevenzione e di contrasto della criminalità organizzata. Intuizioni che, come sottolineano gli interventi del Presidente della Corte d’Appello Matteo Frasca, del Procuratore Generale Lia Sava, del Procuratore della Repubblica Maurizio De Lucia e del Presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, rappresentano la concreta base della attuale legislazione antimafia e delle misure di prevenzione.
by Matteo Frasca*
Non ho avuto il privilegio di conoscere Cesare Terranova ma di lui sentii parlare nell’ufficio di Rocco Chinnici nel primo periodo della mia attività professionale.
Percepii subito l’autorevolezza di quel Magistrato anche dalle parole di Rocco Chinnici, al quale certamente l’autorevolezza non mancava ma che aveva ricordato l’imbarazzo che aveva provato in occasione del primo incontro con Cesare Terranova, pur aggiungendo che egli, a quell’aspetto severo, coniugava “una carica di umanità che conquistava”.
Cesare Terranova entrò in magistratura nel 1946 e, dopo l’esperienza di Pretore a Messina e a Rometta e di giudice istruttore a Patti, si trasferì al Tribunale di Palermo ove, il giorno 11 dicembre 1958, iniziò a lavorare nell’Ufficio istruzione.
Cesare Terranova
Tra il mese di settembre del 1959 e il 30 giugno 1963 Palermo era stata teatro di gravissimi delitti, che, anche attraverso l’impiego di autobomba come quella che il 12 febbraio 1963 era scoppiata dinanzi all’abitazione di Totò Greco e quella che il 26 aprile 1963 a Cinisi aveva ucciso Cesare Manzella, avevano seminato terrore nella città di Palermo e nell’intero Paese.
Il culmine non solo temporale ma anche per il numero delle vittime e per le eclatanti e subdole modalità di commissione era stata la strage del 30 giugno 1963 quando una Giulietta imbottita di tritolo aveva ucciso sette persone tra Carabinieri, Poliziotti e Militari.
Intorno all’una dello stesso giorno era esplosa già una Giulietta lasciata dinanzi all’abitazione del mafioso Giovanni Di Peri e l’esplosione aveva ucciso il custode dell’autorimessa ubicata al piano terra e un operaio di un vicino panificio.
Verso le 7,30 dello stesso giorno, su segnalazione del proprietario del fondo Sirena di contrada Ciaculli, figlio del mafioso Vanni Prestifilippo, Militari dell’Arma e Agenti della Polizia di Stato erano intervenuti con l’ausilio degli artificieri su un’altra Giulietta con una ruota bucata e sul cui sedile posteriore si intravedeva una miccia bruciacchiata vicino a una bombola di gas.
strage di Ciaculli
Rimossa la bombola avevano aperto il portabagagli ed era esplosa una bomba che aveva ucciso loro e un Militare artificiere, ferendo altri due Militari.
Nonostante lo sconcerto destato dalle vicende di Ciaculli il Cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, appena pochi giorni dopo, scrivendo al Segretario di Stato Vaticano Cardinale Cicognani, aveva affermato che “la mafia era un’invenzione dei comunisti per colpire la D.C. e le moltitudini di siciliani che la votavano”.
Dagli atti della Commissione antimafia emerge che quel Cardinale poco tempo prima aveva accolto l’invito di Piddu Greco “u tenente” (padre di Michele Greco “il papa” e di Salvatore Greco “il senatore”) per benedire la nuova chiesa delle contrade di Croceverde-Giardini.
Nello stesso mese di luglio del 1963, inoltre, all’Assemblea Regionale Siciliana l’on. Dino Canzoneri, deputato regionale eletto nella Democrazia cristiana, aveva affermato che Luciano Leggio era un galantuomo calunniato dai comunisti solo perché “era un coerente e deciso avversario politico”.
Cardinale Ernesto Ruffini
A questi primi eventi la reazione politica dello Stato era stata la riattivazione della Commissione parlamentare antimafia, che, costituita formalmente il 14 febbraio 1963, non aveva mai operato per la fine anticipata della legislatura ed era stata ricostituita con la nuova legislatura nel luglio del 1963, peraltro affidandola a un anziano giudice della Corte di Cassazione, Donato Pafundi, privo di qualsiasi esperienza in materia di mafia.
Intanto, poco tempo prima i cugini Ignazio e Nino Salvo, che i processi di molti anni dopo avrebbero indicato come affiliati alla cosca mafiosa di Salemi, avevano ottenuto l’appalto per la riscossione delle tasse nella Regione siciliana con un aggio di gran lunga superiore a quello nazionale e avevano conseguito ingentissimi guadagni con i contributi regionali.
Ignazio e Nino Salvo
Sul versante giudiziario la situazione presentava connotazioni di autentica singolarità.
Le Forze dell’Ordine si erano impegnate subito per fare luce su tutta quella impressionante catena di delitti e per giungere alla identificazione dei responsabili, operando naturalmente in un contesto difficilissimo per l’omertà diffusa.
Il primo rapporto era stato quello del 28 maggio 1963 con il quale i Carabinieri e la Polizia avevano denunciato Angelo La Barbera e altri 37 sodali per diversi delitti.
Al primo rapporto ne erano seguiti altri, confluiti nel medesimo processo trattato dal giudice istruttore Cesare Terranova che, con sentenza del 23 giugno 1964, aveva rinviato a giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Palermo gran parte degli imputati e ne aveva prosciolto alcuni.
Leggendo quel provvedimento, in particolare da pag. 44 a pag. 54, si ha modo di apprezzare quella che per quei tempi era una conoscenza avveniristica del fenomeno mafioso.
Il dibattito su Cesare Terranova con Bianconi, Violante, Pinelli e Melillo, moderato dal Direttore del Giornale di Sicilia Marco Romano
Scrive Cesare Terranova che la mafia, quella la cui esistenza era negata da esponenti del clero e da altri rappresentanti delle Istituzioni e che prosperava nella complice indifferenza di larghi strati della popolazione di ogni ceto, è “sopraffazione, prepotenza, coercizione dell’altrui volontà, cupidigia per un fine puramente individualistico di potere ed egemonia… con i suoi tenebrosi tentacoli, avvalendosi spesso dell’attiva collaborazione di persone qualificate insospettabili, si inserisce in tutti i settori della vita sociale, nel campo commerciale e industriale, nel mondo degli affari, nelle competizioni politiche, portando in essi i propri sistemi violenti e intimidatori e inquinando così la nostra società. La mafia, per costume ormai radicato, non si pone mai apertamente contro i poteri dello Stato, rifugge dalla aperta ribellione come pure dalle manifestazioni eclatanti di violenza, tali da attirare l’attenzione delle autorità e della opinione pubblica, alle quali ricorre come estremo rimedio, solo quando vi è costretta da inderogabili esigenze di difesa o da indiscutibili motivi di sopravvivenza. Gli sconcertanti esempi di collusione e losche complicità, di cui sono piene le cronache dell’ultimo ventennio, dimostrano la tendenza del mafioso a raggiungere i propri fini in modo subdolo, mimetizzandosi nella massa, cercando di ottenere privilegi e facilitazioni e di potere, in definitiva, realizzare il suo programma delittuoso con la tolleranza o con la passiva acquiescenza degli organi dello Stato; questa tendenza del mafioso si manifesta pure attraverso il suo comportamento apparentemente ossequiente, corretto e ligio alle norme della società, in particolare quando è riuscito a realizzare i suoi fini, sforzandosi di nascondere sotto una maschera di rispettabilità la sua vera indole di delinquenti infido e pericoloso. … Ed ancora oggi si continua a parlare di vecchia e nuova mafia, per attribuire alla prima una funzione addirittura di equilibrio o, comunque, positiva nella società in sostituzione o ad integrazione dei poteri carenti dello Stato, la seconda invece i caratteri di una delinquenza quella di scrupoli spietata e brutale, degenere derivato dalla prima … purtroppo, tali atteggiamenti indulgenti e sentimentali, a volte autorevoli, pervasi di palese simpatia verso la mafia o la vecchia mafia, non si sono risolti che in una remora agli sforzi compiuti per risanare la nostra società da tale piaga. Bisogna guardare al fenomeno per quello che è nelle sue odierne manifestazioni: una aberrante forma di delinquenza organizzata, particolarmente pericolosa e dannosa per le sue sottili infiltrazioni nella vita pubblica ed economica, per le esplosioni di sanguinosa violenza, per la oppressione soffocante esercitata in tanti ambienti e in tanti strati sociali. … e per intendere ancora meglio quale sia la nefasta influenza esercitata dalla mafia, occorre soffermarsi su quell’altro fenomeno tipico della “omertà” che è l’atteggiamento di ermetica reticenza assunto sistematicamente da tutti coloro, salvo qualche sporadica eccezione, i quali come persone offese o testi, siano interrogati in relazione a reati mafiosi. … Un muro di impenetrabile silenzio, provocato da scarso senso di civismo, da timore di rappresaglie, e, purtroppo, anche da non eccessiva fiducia nei poteri dello Stato, si oppone regolarmente alle indagini giudiziarie, che fatalmente finiscono spesso col concludersi con l’equivoca formula dell’assoluzione per insufficienza di prove… L’omertà costituisce uno dei più solidi pilastri a sostegno delle associazioni mafiose. … ed oltre che nell’omertà la forza del mafioso risiede anche nella rete di protezioni e alleanze, specialmente in campo politico, che egli riesce a procurarsi, creando in proprio favore, per motivi più o meno leciti, obblighi di riconoscenza e impegni di amicizia da sfruttare accortamente e nei momenti critici o per il conseguimento dei propri fini illeciti o, comunque, per ricavarne vantaggi e utilità … La ricerca della prova sull’appartenenza ad associazioni mafiose si presenta particolarmente ardua, per la difficoltà se non per la impossibilità di acquisire precisi e circostanziati elementi specifici, a causa della barriera di silenzio che sistematicamente si frappone tra l’opera degli inquirenti e l’attività delittuosa del mafioso e pertanto la prova della qualifica di mafioso e perciò di associato per delinquere deve essere necessariamente ricavata da tutti gli indizi acquisiti, valutati con criterio logico e rigoroso, tenuto conto della personalità degli imputati, dell’ambiente che li circonda, dell’atmosfera di oppressione e paura diffusa intorno a loro. La natura iniziale della prova non toglie nulla alla sua validità ed efficacia, purché naturalmente essa sia fornita di tutti quei requisiti logici e dei riscontri di fatto che conferiscono all’indizio serietà e attendibilità”.
Peraltro, il processo non si celebrò nell’Ufficio giudiziario di Palermo perché, con due ordinanze rispettivamente del 16 novembre 1966 e del 13 settembre 1968, la Corte di Cassazione lo rimise alla Corte di Assise di Catanzaro, per legittima suspicione, ossia per la singolare convinzione che i giudici di Palermo non avessero la serenità sufficiente per giudicare, e la rimessione interessò altri due processi medio tempore definiti da Cesare Terranova [il primo a carico di Pietro Torretta e altri 120 imputati, concluso con sentenza di rinvio a giudizio del giorno 8 maggio 1965 e altro nei confronti di Angelo La Barbera e altri 7 imputati].
Ebbene, a fronte delle lucidissime considerazioni sopra richiamate, la sentenza della Corte di Assise di Catanzaro del 22 dicembre 1968, di solo 176 pagine per motivare la posizione processuale di ben 117 imputati, con una media, quindi, considerando l’intestazione e i numerosi capi di imputazione, di poco più di una pagina per imputato, si concluse con appena quattro condanne [Torretta, La Barbera, Greco e Buscetta] e con l’assoluzione per insufficienza di prove di tutti gli altri imputati: un esempio di grossolana superficialità che creò autentico sconcerto.
L’allora Colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa e il giudice Terranova
L’allora Colonnello Dalla Chiesa, sentito in Commissione Antimafia il 4 novembre 1970, non esitò a denunziare gli effetti nefasti della sentenza, anche con riferimento agli aspetti psicologici, affermando che “questi mafiosi, che ritornano da un processo clamoroso come quello di Catanzaro, loro, questi signori, hanno la sensazione certa di poterla fare franca”.
Per cogliere la portata demolitoria del lavoro di Terranova basta leggere il seguente passaggio della motivazione: “L’accusa come sopra formulata nei confronti di Torretta Pietro e di Buscetta Tommaso, alla quale l’istruttoria dibattimentale non ha apportato altri rilevanti elementi probatori, non risulta fondata su prove certe né su indizi rilevanti, idonei ad individuare negli accusati i responsabili dei predetti delitti. Contro i prevenuti, sulla base di una molto verosimile quanto ipotetica ricostruzione dei fatti, si appuntano soltanto dei sospetti e questi non giustificano l’assoluzione dei prevenuti con formula dubitativa come è stata richiesta dal P.M.; appare invece giusto assolvere entrambi gli imputati per non aver commesso il fatto, dai reati come sopra ad essi ascritti”.
Un’autentica beffa per lo straordinario impegno di Cesare Terranova che si ripropose per il processo Leggio + 114, definito con sentenza del 14 agosto 1965 di rinvio a giudizio della gran parte degli imputati, accusati di gravissimi reati, e, come i precedenti, celebrato non a Palermo ma, anche in questo caso per legittima suspicione, a Bari ove la Corte di Assise, il 10 giugno 1969, assolse tutti gli imputati dalle accuse di omicidio e pronunciò poche condanne per associazione per delinquere: tra gli assolti Salvatore Riina, che si diede subito alla latitanza, e Bernardo Provenzano.
Per la sua profonda conoscenza del fenomeno mafioso Cesare Terranova il 22 aprile 1964 era stato anche sentito dalla Commissione antimafia dinanzi alla quale aveva descritto con impareggiabile lucidità la dimensione dell’organizzazione mafiosa, l’ambito dei suoi interessi, le modalità di gestione delle attività mediante intestazioni fittizie delle licenze, l’obiettivo dei mafiosi di intrattenere rapporti con i politici.
Cesare Terranova
Leggendo il testo dell’audizione mi ha colpito anche il riferimento alla necessità della istituzione di un Organo di coordinamento tra le forze di polizia e alla incongruenza, da un lato, della formale dipendenza della polizia giudiziaria dal Procuratore della Repubblica e, dall’altro, della contestuale dipendenza degli appartenenti alla polizia giudiziaria medesima ai rispettivi comandanti gerarchici ai quali rispondevano.
Preoccupazione profetica quella di Cesare Terranova se è vero che, molti anni dopo, l’art. 18 comma 5 del d.lgs. 177/2016 avrebbe previsto che a fini di coordinamento informativo i vertici delle Forze di Polizia adottassero istruzioni affinché i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato trasmettessero “alla rispettiva scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale”.
Un potere ritenuto illegittimo con la sentenza n. 229 del 2018 emessa dalla Corte Costituzionale, investita della delibazione sulla legittimità della norma a seguito di conflitto di attribuzioni sollevato dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari.
Inarrestabile nel suo impegno Cesare Terranova dopo oltre un decennio di permanenza nell’Ufficio istruzione chiese il trasferimento alla magistratura requirente [allora non si poneva neppure, in nessuna declinazione, la questione della separazione di carriere…] e nel 1971 venne nominato Procuratore della Repubblica di Marsala ove rimase poco meno di un anno in quanto venne eletto deputato del Parlamento il 25 maggio 1972.
L’esperienza politica è la nuova tappa che contrassegna l’impegno professionale e civile di Cesare Terranova.
Esaminando anche sommariamente l’attività da lui svolta durante i sette anni al Parlamento emerge una grande continuità con quella giudiziaria, della quale mise a frutto le straordinarie conoscenze maturate sul fenomeno mafioso e sulle strategie per un’autentica ed efficace azione di contrasto.
E’ noto che collaborò, unitamente ad altri deputati tra i quali Pio La Torre, alla redazione della relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia.
Pio La Torre
Un documento di straordinaria importanza per la capacità di analisi storica e politica dell’attività della mafia, nel quale il contributo di Cesare Terranova è tangibile e di particolare rilevanza se si considera che vi sono contenute diverse valutazioni che il Magistrato aveva già espresso nei suoi provvedimenti giudiziari.
Come osservato da Giovanni Salvi, “in Cesare Terranova la professione di magistrato e l’impegno nella politica si legano indissolubilmente”, in quanto “versò il patrimonio di saperi così acquisito nell’esperienza parlamentare. Nell’una e nell’altra veste, mantenne viva l’immagine di reale imparzialità”.
Muovendo da una critica severa, ma sempre mantenuta nei binari della ortodossa dialettica politica, della Relazione di maggioranza, definita insoddisfacente e deludente, la Relazione di minoranza sottolinea che il collegamento politico tra il sistema di potere mafioso e l’apparato dello Stato “è avvenuta storicamente come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico)” e ricorda che “la formazione dello Stato unitario nazionale ha significato l’avvio della trasformazione della economia e della società italiana in senso capitalistico, sotto la guida della borghesia”, che, “per assolvere questo suo ruolo dirigente, … ha dovuto scegliere … quelle intese e quei compromessi con le vecchie classi dirigenti dell’Italia preunitaria … ha dovuto dividere il potere con le altre classi e, per un lungo periodo, soprattutto con i grandi proprietari terrieri, specie con quelli meridionali e siciliani”. … “La mafia sorge e ricerca subito i suoi collegamenti con i pubblici poteri della nuova società nazionale, e a pubblici poteri accettano, a loro volta, di avere collegamenti con ‘la mafia, per scambiarsi reciproci servizi. Un accordo di potere in Sicilia non può prescindere dalla classe dominante locale costituita dal grande baronaggio. È ragionevole, quindi, supporre che il collegamento fra mafia e pubblici poteri non avvenga senza la partecipazione diretta del baronaggio. Questa circostanza sembra comprovata dalla geografia del fenomeno mafioso, e non in termini sociologici, ma politici. La Sicilia occidentale, con la capitale Palermo, è stata la base materiale della potenza economica, sociale e politica del baronaggio prima della Unità. Ed è qui, e non nell’altra parte dall’Isola, che si avviano le nuove forme di collegamento mafioso con i pubblici poteri. La mafia è quindi un fenomeno di classi dirigenti. Come tale, pertanto, la mafia non è costituita solo da «soprastanti», «campieri» e «gabellotti», ma anche da altri componenti delle classi che esercitano il dominio economico e politico nell’Isola, cioè da appartenenti alla grande proprietà terriera e alla vecchia nobiltà”.
Con riferimento a quella che viene espressamente definita una leggenda, secondo la quale nel periodo fascista esisteva l’ordine assoluto, la Relazione afferma che “la stampa non libera non raccontava tutto e quindi non si sapeva quante rapine, quante estorsioni, quanti sequestri di persona in quel periodo avvenissero. Lo stesso prefetto Mori, nella sua autobiografia, mentre afferma di aver dato un colpo alle bande organizzate nelle Madonie, e quindi al banditismo vero e proprio, sulla questione della mafia non riesce a dire niente di serio: anzi, a un certo punto, mena vanto di avere integrato nel sistema fascista i «campieri» dei feudi. Ecco perché la mafia non è scomparsa, perché nel periodo fascista ha potuto vegetare all’ombra del potere senza bisogno di compiere gesti particolarmente clamorosi. L’alta mafia uscì indenne dalla repressione fascista”.
Peraltro, sarebbe riduttivo e non renderebbe onore completo alla memoria di Cesare Terranova limitare l’analisi della sua attività di parlamentare al tema della mafia.
Basta leggere alcuni suoi interventi su altri temi.
Cesare Terrranova e i giornalisti Lucio Galluzzo dell’Ansa e Giacomo Galante de L’Ora
In occasione della discussione del bilancio del 1973 pronunziò un discorso tanto brillante quanto efficace sull’organizzazione della giustizia e sulle sue criticità, denunciando, con sobrietà ma con fermezza, l’inadeguatezza degli stanziamenti di bilancio sulla giustizia, la mancanza di un programma sull’edilizia giudiziaria e su quella carceraria, sull’importanza del funzionamento della giustizia in quanto “settore delicatissimo nella vita di un paese democratico, perché ad esso sono affidate la tutela e la difesa dei diritti del cittadino”, sulla necessità di interventi di riordino nella legislazione piena di confusione e di incertezze, da attuare mediante la “elaborazione di testi unici e la emanazione di normative precise ed organiche in quelle materie nate o sviluppatesi per effetto del progresso”.
Sono parole che da un lato confermano tristemente l’idea di quanto fossero risalenti nel tempo le ragioni di criticità della Giustizia e dall’altro dimostrano ancora una volta l’acutezza di Cesare Terranova che diviene più evidente con riferimento al problema della durata del processo, in un’epoca in cui il “fattore tempo” non era neppure considerato.
Invece, secondo il profetico Terranova, “la celerità costituisce, in definitiva, un aspetto della garanzia, perché attraverso il sollecito iter processuale si raggiunge il duplice effetto di arrivare rapidamente alla affermazione della verità processuale … nell’interesse sia dell’innocente e sia anche del colpevole, … come pure di assicurare all’altro protagonista del processo – a volte trascurato o addirittura ignorato – cioè alla persona offesa, la dovuta tempestiva riparazione”.
Cesare Terranova e la moglie Giovanna Giaconia
Autentico visionario, poi, nella indicazione della necessità di rinnovare l’ordinamento giudiziario, valorizzando le attitudini e le capacità del magistrato anche in funzione del conferimento degli incarichi direttivi, attribuiti, invece, con altri parametri per i quali “è normale che vada agli uffici direttivi chi non ne è all’altezza”, in modo da evitare, scrive, “l’appiattimento della funzione che mortifica ed avvilisce coloro che lavorano con impegno e con serenità e che premia invece gli indolenti, i pigri, gli inetti, gli opportunisti. Solo così sarà lecito … pretendere dal magistrato ciò che il cittadino, ciò che lo Stato ha giustamente motivo di esigere, vale a dire la corretta, sollecita, giusta ed imparziale applicazione delle leggi”.
Illuminanti gli interventi ripetuti sul tema dell’aborto, con la denuncia del diffuso e pericoloso fenomeno dell’aborto clandestino e con l’affermazione della necessità di non “restare indifferenti e trincerarsi dietro obiezioni di carattere morale quanto mai rispettabili e serie, che non tengono però conto di esigenze insopprimibili, quale, prima tra tutte, quella del diritto della donna a disporre di se stessa, senza il peso e l’avvilimento di controlli imposti da una società che, proprio per essere basata sull’ineguaglianza, sulla discriminazione e sulla disparità tra uomo e donna, mal si adatta a riconoscere alla donna quella parità di diritti che le compete in una moderna struttura sociale”.
E ciò anche perché “l’aborto è un’esperienza estremamente dolorosa alla quale la donna si rassegna perché, purtroppo, non ha altra scelta, se non quella di portare a termine una gravidanza che non vuole o che non può portare a termine, e ciò sotto la spinta delle più svariate motivazioni che soltanto da lei possono essere valutate nella loro giusta luce”.
Parole rivoluzionarie allora ma che suonano monito oggi, in cui la società continua a essere declinata al maschile e mortifica la donna non solo con la ignobile violenza fisica e morale, ma anche con la sua persistente difficoltà di raggiungere una parità autentica nel lavoro e nel sociale.
E così l’Uomo, il Magistrato e il Politico si confondono e trovano il comune denominatore nel senso dell’Etica e delle Istituzioni, in un innato e autentico spirito democratico, in una straordinaria coscienza civile, nella naturale consapevolezza della necessità di attuare i valori della Costituzione.
Il magistrato Anna Maria Palma Guarnier, Presidente del Centro studi giuridici e sociali Cesare Terranova
La lettura di tutti questi documenti nella loro integrità, che ne esalta il rigore logico, la raffinata chiarezza del pensiero e la limpidezza espositiva, mi ha indotto a una riflessione sul rapporto tra politica e magistratura.
Ho sempre avversato le cd. “porte girevoli”, ossia la possibilità per i magistrati in servizio di passare alla politica attiva, perché temo sia l’appannamento della terzietà soprattutto nel caso di successivo rientro in servizio, sia anche il semplice sospetto dell’utilizzo strumentale dell’attività giudiziaria per fini altri.
L’esperienza di Cesare Terranova ha fatto vacillare la mia solida certezza perché nei sette anni della sua attività parlamentare Egli arricchì il dibattito politico apportandovi le grandissime conoscenze acquisite nella professione di magistrato, e lo fece mantenendo tutte le qualità che aveva sempre posto in evidenza nella sua attività di magistrato, ossia equilibrio, fermezza, rigore morale, stile, rispetto dell’interlocutore.
Nelle due legislature di cui fece parte ebbe modo di dare prova del suo altissimo senso dello Stato, della sua coscienza civile e della sua attenzione a temi di grande rilievo sociale.
Ma il mio vacillamento è stato breve e ho ripreso la mia convinzione originaria, essenzialmente per due ragioni.
La prima risiede nel fatto che mi sono convinto che Cesare Terranova è un modello molto difficilmente eguagliabile, come del resto la Storia ha dimostrato.
La seconda è più complessa e investe la trasformazione strutturale della politica dai tempi di Terranova a quelli attuali.
Credo che sia incontestabile che anche la politica e la sua funzione generale siano investite da una profonda crisi che, in particolare, colpisce la democrazia rappresentativa.
E’ diffusa l’idea del rapporto diretto tra i leader politici, che ormai nel lessico quotidiano sono chiamati “capi”, e i cittadini, con i quali i primi dialogano direttamente, agevolati anche da un uso smodato della comunicazione tramite i social network che ha fortemente ridimensionato il ruolo dei corpi intermedi e la loro capacità di mediazione tra governo e comunità.
Il linguaggio dei tweet non é affatto un fenomeno neutro: le affermazioni apodittiche che questa forma di comunicazione contiene, spesso accompagnate da espressioni forti, stigmatizzanti, divisive, hanno un forte impatto sui destinatari, traggono la loro forza persuasiva sulla capacità di colpire e suggestionare, annullano l’iter tipico del dialogo che parte dall’ascolto, si sviluppa nella comprensione e si completa nella riflessione, e lo sostituiscono con un effetto impressivo e decontestualizzato.
Questo linguaggio, inoltre, raggiungendo individualmente ogni destinatario, ha un’efficacia destrutturante dell’idea di comunità alla quale si sostituisce l’individuo che pensa e quindi agisce solo in funzione di se stesso, senza sentirsi parte di una collettività.
Ascoltare direttamente il popolo e i suoi bisogni é considerato espressione di democrazia evoluta orgogliosamente rivendicata, trascurando che l’art. 1 della Costituzione, attribuendo la sovranità al popolo, ne prevede l’esercizio “nelle forme e nei limiti della stessa Costituzione”.
L’avvento del sistema maggioritario ha contribuito a un radicale mutamento dei partiti politici, sempre meno caratterizzati dall’insediamento nel corpo sociale e dalla partecipazione popolare ai processi decisionali interni secondo il modello dettato dalla Costituzione e, al contrario, sempre più personalizzati, con la crescita esponenziale del ruolo dell’esecutivo e il connesso ridimensionamento di quello del Parlamento.
In questo contesto si sono fortemente indebolite le discriminanti ideali.
Luciano Violante ha scritto che negli anni di Cesare Terranova la politica aveva prestigio perché tutte le forze politiche, da sinistra a destra, avevano la funzione di raccordare costantemente il popolo allo Stato e la politica era il luogo nel quale questo rapporto si legava, per cui tutti i partiti cercavano le competenze e avere un magistrato nel Parlamento era un modo per avere competenze.
E quando il magistrato tornava a fare il magistrato portava con sé l’arricchimento dell’esperienza parlamentare e nessuno pensava che questa pregiudicasse il ritorno all’attività giudiziaria.
Sono certo che questo sarebbe accaduto anche per Cesare Terranova, anche se i killer di via De Amicis hanno stroncato la possibilità di averne conferma.
Leonardo Sciascia ha scritto che “l’assassinio di Cesare Terranova assume addirittura carattere di prevenzione. Dopo essere stato in Parlamento per due legislature, Cesare Terranova stava per tornare al suo ufficio di magistrato. Fu assassinato, assieme al maresciallo Mancuso che per anni gli era stato vicino, prima che vi tornasse: nella certezza che a Palermo, nell’amministrazione della giustizia, vi sarebbe stato un nemico accorto e implacabile della mafia; e, per di più, un nemico che, attraverso l’esperienza di membro della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla mafia, aveva acquisito una visione del fenomeno in tutta la sua complessità, in ogni sua diramazione”.
I processi per la uccisione di Cesare Terranova e di Lenin Mancuso, dopo alterne vicende, si sono conclusi con la condanna di Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina alla pena dell’ergastolo loro comminata dalla Corte di Assise di Reggio di Calabria con sentenza depositata il 17 marzo 2000, confermata in appello e divenuta irrevocabile a seguito di dichiarazione di inammissibilità del ricorso per cassazione pronunciata dal giudice di legittimità il 7 ottobre 2004.
Sciascia
In quel processo si accertò che gli imputati, facenti parte della Commissione provinciale di Cosa Nostra, erano stati mandanti del duplice efferato omicidio su richiesta di Luciano Leggio.
Su di lui si erano indirizzate subito le indagini anche alla luce delle dichiarazioni rese dal coniuge di Cesare Terranova, Giovanna Giaconia che aveva riferito due episodi fortemente indicativi dell’odio maturato da Leggio nei confronti del magistrato, al quale attribuiva tra l’altro la “responsabilità” della condanna all’ergastolo inflittagli a Bari.
Il primo fatto riferito dalla signora Giaconia si riferiva all’interrogatorio nel carcere dell’Ucciardone nel 1964, quando Cesare Terranova, ritenendo non reale la malattia per la quale il Leggio aveva chiesto di essere interrogato nell’infermeria del carcere, lo aveva fatto condurre in barella nella sala interrogatori del carcere e, al rifiuto del detenuto, che si era ritenuto offeso da tale decisione, di fornire le generalità, aveva dettato al cancelliere di verbalizzare che il Leggio non sapeva di chi fosse figlio.
Il secondo episodio era relativo a un’audizione del Leggio nel carcere di Parma da parte della Commissione antimafia di cui Cesare Terranova faceva parte, audizione durante la quale il Leggio si era rivolto con uno sguardo carico d’odio al magistrato.
Peraltro, il Leggio era stato assolto dall’accusa per insufficienza di prove e nel 1993 era deceduto.
Aldo Rizzo, già componente del C.S.M., nel corso della sua audizione durante il processo di Reggio di Calabria, riferì che Cesare Terranova gli aveva manifestato l’intendimento di ricoprire l’incarico di consigliere istruttore del Tribunale di Palermo e che, proprio per i suoi meriti, aveva ragionevoli probabilità di essere nominato.
Aggiunse che la copertura del posto era avvenuta dopo la morte di Cesare Terranova con la nomina di Rocco Chinnici che era suo amico e che non aveva mai manifestato l’intenzione di concorrere con lui.
Rocco Chinnici raccolse l’eredità morale, civile e professionale di Cesare Terranova, purtroppo subendo il medesimo destino dopo meno di quattro anni, anch’egli all’età di 58 anni.
Un filo rosso, destinato a prolungarsi negli anni successivi, in un’esaltante continuità di valori e di principi ma dal tragico epilogo per di più per entrambi profetizzato da confidenze sottovalutate.
Il capomafia di Riesi Giuseppe Di Cristina, temendo di essere ucciso dai suoi nemici corleonesi che già avevano tentato di farlo, aveva iniziato a collaborare con i Carabinieri, riferendo che Cesare Terranova sarebbe stato ucciso.
Analogamente il libanese Bou Chebel Ghassan aveva preannunciato la strage di via Pipitone Federico precisando che sarebbe stata usata un’autobomba.
Rocco Chinnici
Cesare Terranova e Rocco Chinnici avevano accettato con titanica consapevolezza il rischio o più probabilmente la certezza della morte prematura.
Entrambi, così come altri martiri della nostra democrazia, hanno avviato una rivoluzione etica e hanno tracciato un percorso di riscatto civile al quale siamo chiamati a dare continuità e a trasmetterla alle nuove generazioni, che Paolo Borsellino riteneva “le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Se dopo oltre quarant’anni si continua a fare memoria, e non solo commemorazione, vuol dire che la preziosissima eredità dei nostri Caduti non è stata dispersa, continua a camminare sulle gambe delle giovani generazioni e rende onore alla loro memoria.
Matteo Frasca* Presidente della Corte d’Appello di Palermo