La rete nel cuore connessione virtuale e connessione emotiva

0
Condividi

Cuore & Batticuore

Rubrica settimanale di posta. Sentimenti passioni amori e disamori. Storie di vita e vicende vissute

La rete nel cuore connessione virtuale e connessione emotivaAmori emozioni e conoscenza al tempo di internet

By Antonella D’Oriano

Negli ultimi anni, internet e con esso tutte le possibili connessioni virtuali sono entrate a pieno titolo nelle relazioni interpersonali. Conosciamo attraverso la rete (chat, siti di incontro), approfondiamo la conoscenza attraverso la rete (social network, WhatsApp) e grazie alla rete ci innamoriamo e riusciamo perfino a portare avanti una storia a distanza in maniera accettabile e più o meno soddisfacente (Skype e telefonate tramite WhatsApp, tanto per fare degli esempi). Sembra, quindi, che negli ultimi anni abbiamo conquistato una serie di strumenti che hanno arricchito enormemente la nostra vita aggiungendo quei pezzi mancanti che fino a pochi anni fa non avevamo e, forse, nemmeno immaginavamo di poter ottenere. E questo è assolutamente un vantaggio innegabile. Ma è davvero solo questo? E’ vero che abbiamo solo ottenuto oppure nella smania di farci travolgere da questo vortice virtuale, ci siamo dimenticati qualche pezzo?

La rete nel cuore connessione virtuale e connessione emotiva Antonella D'Oriano

Antonella D’Oriano

Se osserviamo il tipo di relazione che molte persone instaurano attraverso la rete possiamo accorgerci di quanto, in questo cambiamento epocale, il pezzetto che rischiamo di perderci è il contatto vero con l’altro. Contatto. Vederlo, guardarlo negli occhi, toccarlo con la mano potendo esprimere ciò che sentiamo e ascoltare ciò che l’altro desidera comunicarci. Oggi, soprattutto tra i giovanissimi, si litiga tramite Whatsapp, ci si lascia con un messaggio vocale, si confessano sentimenti e pensieri intimi su una bacheca di un social network. Probabilmente diventa più facile lasciarsi andare senza essere guardati: dire qualcosa a tutto il mondo attraverso un cellulare o un tablet è un po’ come a dirlo solo a se stessi. Comunico a molte persone dalle quattro mura della mia stanza e un po’ equivale paradossalmente a dire: riesco ad essere in connessione con gli altri quando gli altri non ci sono, quando sono solo, quando non sono visto. E quando, forse, posso solo immaginare la reazione che le mie parole avranno sugli altri. Sembra anche una protezione questa: lascio che la distanza mi protegga da quello che può essere l’effetto delle mie azioni sugli altri; dalle mie responsabilità, in qualche modo. E’ un po’ come proteggersi dal contatto con la realtà perché gli altri: il partner, l’amico, il collega e tutti coloro che fanno parte del nostro mondo rappresentano una parte della realtà, quanto meno della nostra di realtà.

Altro aspetto di non secondaria importanza è che nella velocità della comunicazione, nell’essere sempre online, manca il tempo e lo spazio per l’attesa.  L’essere sempre connessi ci porta a rispondere nell’immediato e questo ci sottrae il tempo di sentire la risonanza che quella comunicazione ha dentro di noi e, viceversa, di concederlo all’altro. Non sappiamo più attendere e, di fatto, agiamo impulsivamente in una direzione non sempre costruttiva. E finanche il linguaggio soffre di questa smania sbrigativa che abbrevia parole che alla fine sono sempre le stesse. E questa povertà lessicale diventa, poi, povertà di pensiero e, infine, di sentimenti.

Sembra allora che nell’euforia di entrare a far parte di gruppi, di piattaforme, di reti sempre più ampie quello che poi abbiamo perso, o rischiamo di perdere, è il contatto vero e intimo con le persone. Rischiamo di perdere l’ingrediente più importante di tutti che è la nostra umanità. In questo nuovo modo di essere connessi, infatti, tutto è molto veloce, incalzante, si fa e si disfa rapidamente senza avere nemmeno il tempo di sentire, di chiederci come stiamo. O come sta l’altro. E’ tutto così veloce che manca il tempo di costruire lo spazio della relazione, di creare quel collante che ci unisce all’altro e ce lo rende interlocutore reale. Il vuoto relazionale che si crea è riempito da quello che noi pensiamo e di come immaginiamo (più o meno ragionevolmente) che l’altro stia, di cosa pensa o sente. Il risultato è che alla fine siamo sempre e solo noi, profondamente soli e inconsapevoli anche dell’effetto che i nostri gesti e le nostre parole possono avere su chi ci sta ahimè solo “virtualmente” di fronte. Quindi, abbiamo conquistato è vero, ma nel passaggio forse abbiamo anche perso qualcosa. Forse la capacità di riappropriarci di noi, della nostra esperienza e della possibilità di entrare in contatto anche con i nostri limiti e con quelle sensazioni scomode (senso di inadeguatezza, di insicurezza e di bassa autostima) che tendiamo, invece, ad oscurare di fronte le luci del palcoscenico virtuale.

E non solo, la capacità di  essere empatici, di ascoltare l’altro, di ascoltarlo davvero pulendo questo ascolto dai nostri schemi di riferimento, dalle nostre convinzioni e certezze. Dal nostro egocentrismo, in una parola. Questo ci permetterà l’incontro all’interno di una relazione significativa. E allora, forse, potremmo dirci di essere davvero connessi ! antonelladoriano@inwind.it

Le riflessioni della Psicologa e Psicoterapeuta Antonella Doriano arricchiscono notevolmente il fiume in piena del  dibattito sulle connessioni sentimentali, l’evoluzione dell’innamoramento e dei rapporti attraverso la rete. Alla tumultuosa evoluzione in progress sembra restare immune la poesia, la quale anzi per certi aspetti se ne avvantaggia. Anche su Internet la poesia, la forma per eccellenza di creazione e di trasformazione del pensiero in scrittura ( la poesia , assieme alla musica, ha preceduto l’avvento primordiale della scrittura) mantiene intatta la capacità di sintetizzare con un verso stati d’animo ed emozioni. Una forza espressiva perpetua, resa ancora più immediata dalla rete e dai social network. 

 

Condividi