La ritirata da Kiev è un vulcano in eruzione al Cremlino

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L'intelligence che
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Qualcosa si muove fra Kiev e il Cremlino dopo 34 tempestosi giorni di guerra e di morte scatenati da Putin contro l’Ucraina con lanci di missili e bombardamenti contro città e popolazione civile.

Qualcosa si muove, e rapidamente, ma non verso la pace bensì verso la ritirata di quel che resta di migliaia di carri armati, reparti corazzati, artiglieria e truppe che puntavano a conquistare Kiev in 48 ore e che invece sono stati respinti con gravissime perdite dalla strenua ed eroica resistenza ucraina.

E’ questa la realtà della situazione che emerge dal fronte nord di quella che ormai si può definire la fallita invasione russa.

Una ritirata tinteggiata dialetticamente da “riduzione radicale dell’attività militare nelle regioni ucraine di Kiev e Chernihiv” dallo stesso Ministero della Difesa di Mosca e che viene confermata dalle arzigogolate definizioni diplomatiche e politiche, secondo le quali “é stato raggiunto il più significativo progresso nei negoziati in corso ad Istanbul tra Russia e Ucraina”.

Il ritiro delle truppe russe che assediavano la capitale è confermato dai rilevamenti satellitari che rilevano una intensificazione degli sforzi offensivi dell’invasione russa sul fronte sud che va dal Dombas, a Mariupol ad Odessa.

Invasione delle regioni meridionali dell’Ucraina che, a parte il Dombass filo russo, non ha comunque riportato nessuna definitiva conquista perché su Odessa nonostante i bombardamenti e i tentativi di sbarchi della flotta russa, sventola sempre la bandiera giallo blu e Mariupol è stata trasformata in una trappola di macerie come Stalingrado.

La sagacia della delegazione ucraina ad Istambul ha scoperto le carte delle crescenti difficoltà che i russi incontrano nell’invasione. Le proposte messe sul tavolo, a cominciare dalla disponibilità di Kiev ad accettare lo status di neutralità in cambio di un sistema di garanzie di sicurezza efficace, sono state accolte dalla controparte russa e, aspetto davvero singolare, saranno sottoposte per l’eventuale prosieguo delle trattative all’esame diretto di Putin. Come dire che se la trattativa non va avanti e anzi fallisce la responsabilità é del Cremlino.

Da Kiev a Mosca, dunque, dietro le quinte dell’ecatombe del popolo ucraino e del ferreo controllo poliziesco della società russa da parte del regime di Putin, vi sono realtà in sommovimento. Dalla capitale russa dopo la cessazione delle pubblicazioni del quotidiano d’opposizione Novaja Gazeta é partito l’ordine di arrestare, nel villaggio di Rozivka, nella regione di Zaporizhia, la giornalista Iryna Dubchenko, che collabora con l’agenzia di stampa ucraina Unian.La ritirata da Kiev è un vulcano in eruzione al Cremlino

Realtà “lette” al microscopio dell’intelligence e della sinergia strategica e politica occidentale nei colloqui telefonici fra il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ed i leader europei: Johonson, Macron, Draghi, Scholz.

In attesa di una “mossa” della Cina, la responsabilità di arrestare l’eruzione incontrollata del vulcano della guerra scatenata da Putin rimane circoscritta fra le mura del Cremlino.

In democrazia può accadere che un leader come Churchill non venga rieletto nonostante avesse salvato l’Inghilterra e vinto la mortale battaglia contro il nazismo, ma nessun dittatore è mai rimasto al potere dopo aver perso una guerra.

Un’evoluzione da destreggiare con la stessa massima attenzione con la quale si disinnesca una bomba nucleare. Perché questa volta il mondo rischia paradossalmente di non assistere più ad alcuna guerra: semplicemente non vi sarà più un’umanità in grado di scatenare neanche una lite di condominio.La ritirata da Kiev è un vulcano in eruzione al Cremlino

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