La rivolta linguistica delle donne contro il maschilismo

0
1293
“Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole
Condividi

PAGINE

Rubrica di critica recensioni anticipazioni

“Femminili singolari. Il femminismo è nelle paroleOltre che sociale la crescente presa di coscienza delle donne è anche linguistica. Le parole creano la realtà, ma è anche vero il contrario: nuove realtà generano parole nuove, secondo l’antico motto “nomina sunt consequentia rerum”.

Nella comunicazione odierna, spesso veicolata dal mezzo tecnologico, la parola è ancora più importante, perché spoglia dell’apparato prossemico e non verbale. La parola é nuda in tutta la sua risonanza evocativa e rappresentativa della realtà da cui scaturisce. Inoltre la rete dà voce a tutti, e ognuno si esprime col proprio linguaggio, in una continua e mutevole trasformazione linguistica.PAGINE Rubrica di critica recensioni anticipazioni

Deve essere particolarmente eccitante essere linguisti di questi tempi! “La lingua è uno strumento che permette agli esseri umani di concettualizzare la realtà – afferma la popolare sociolinguista Vera Gheno, autrice del volume “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole”, edito da Effequ – ma soprattutto consente di astrarsi dallo hic et nunc, di parlare del passato e del futuro, ma anche di immaginare cose non ancora accadute. Poiché – continua la studiosa – c’è una relazione bidirezionale fra realtà e lingua e l’avvento dei nuovi media ha fatto sì che la realtà cambiasse in maniera molto più veloce di prima, costringendoci a un continuo adattamento cognitivo.”

La rivolta linguistica delle donne contro il maschilismo
Vera Gheno

In che modo ?

Tra le nuove realtà introdotte dalla tecnologia c’è la possibilità di essere in contatto costante con la diversità altrui, e le parole sono lo strumento principale di mediazione fra le differenze. Abbiamo bisogno di un nuovo lessico per rappresentare tutti i tipi di diversità: etiche, religiose, di genere, di orientamento sessuale, di disabilità, neuroatipicità ecc. E’ un momento storico in cui la lingua ribolle. Di fronte a ciò possiamo irrigidirci sulle nostre posizioni, oppure abbracciare l’idea del cambiamento come qualcosa che ci fa crescere.PAGINE Rubrica di critica recensioni anticipazioni

La parola è una spia importante anche del fatto che la questione femminile non è affatto superata. Da un pò di tempo a questa parte sono i “femminili professionali” a rappresentare la vexata quaestio intorno a cui si snoda il dibattito sulla parità di genere. Come si arriva da posizioni refrattarie all’affermazione della “neolingua” al femminile ?

Non sono mai stata contestatrice delle istanze femministe, direi piuttosto che ero indifferente, con una lieve coloritura benaltrista. Pensavo, come si sente spesso dire, che i problemi delle donne fossero altri. Dopo di che mi sono fermata a riflettere sul fastidio che avvertivo di fronte alla questione della necessità di declinare al femminile i nomi delle professioni, in particolare quelle apicali nella sfera politica. Mi sono chiesta: perché quando sento dire “assessora” o “ministra” ho una reazione di stizza? E allora mi sono messa a studiare. Quando si studia approfonditamente un fenomeno nuovo, l’ostilità e i pregiudizi istintivi scompaiono in favore di una sana curiosità di comprendere meglio ciò che non si conosce. D’altra parte, ho provato sulla mia pelle il fatto che ancora oggi, nel 2021 in Italia, l’essere maschio o femmina non garantisce le stesse opportunità. Mi sono resa conto che, da donna, in molti contesti dovevo dare di più rispetto a un uomo della stessa età, estrazione culturale e analogo cursus honorum, per dimostrare di essere brava quanto lui. La rivolta linguistica delle donne contro il maschilismo

Da qui il sottotitolo del libro: il femminismo è nelle parole….

Un sottotitolo militante, affinché sia chiara fin dall’inizio la collocazione del libro all’interno del dibattito sulla parità di genere. Voglio dimostrare che le parole che usiamo non sono indifferenti. Questo perché ciò che nominiamo con precisione si vede meglio: il nostro sistema di concettualizzazione della realtà consiste nel dare dei nomi alle cose, quindi quando dico “ministra” o “assessora” non faccio solo un’operazione storicamente corretta, visto che i femminili professionali sono sempre esistiti e semplicemente venivano usati quando compariva una donna in una determinata carica (pensiamo ai termini latini “ministra” o “arbitra”, che venivano usati per esempio per denominare un’amministratrice o un’arbitra elegantiarum), ma sottolineo l’evidenza che a ricoprire quel ruolo sia una persona di sesso femminile.

Perché c’è bisogno di sottolinearlo?

E’ necessario più che altro normalizzare la presenza femminile in determinati ruoli o professioni.La rivolta linguistica delle donne contro il maschilismo

Quali sono i criteri oggettivi per cui un termine entra ufficialmente nell’uso e quindi nel vocabolario?

La questione di come entrino le parole nel dizionario è legata di norma all’uso reale. Un neologismo viene registrato dai vocabolari quando risponde a tre caratteristiche: la stabilità nell’uso (quindi non il tormentone che dura due mesi, per intenderci). Un secondo criterio è l’ampiezza d’uso, legata al numero di persone che conoscono e utilizzano una determinata parola. Terzo, la presenza di tali parole nuove in contesti diversi, per esempio nei film o nei giornali, il che fa fare loro un salto di qualità. Questo esclude per esempio tutti i gergalismi: il termine “flexare” usato da mia figlia, che significa darsi delle arie, mutuato dai giochi online, non entra nel dizionario. Anche se bisogna ricordare che ci sono dei dizionari particolarmente evoluti come lo Zingarelli, che dal 1994 riporta quasi un migliaio di nomina agentis al femminile accanto alla forma maschile, non necessariamente tenendo conto del reale uso, ma sulla base di testimonianze storiche, letterarie, o anche di previsione della forma femminile.

Del resto sin dai tempi di Dante si pensava che la lingua dovesse essere mobile…

Già. Gli unici a non pensarlo sono i “grammarnazi”, i pedanti della lingua, che però di solito non sono persone molto competenti in ambito linguistico.

Il mondo dei sostantivi in italiano è un sistema complesso e ricco di numerose eccezioni. Come orientarsi per essere grammatically, e allo stesso tempo, politically correct?

Non trovo che il sistema sia particolamente complicato, perché ogni sostantivo possiede un genere grammaticale, maschile o femminile, e rientra in una delle quattro categorie: i sostantivi di genere fisso, i sostantivi di genere promiscuo, quelli di genere comune e quelli di genere mobile. Conoscere la quadripartizione dei sostantivi aiuterebbe a rispondere a gran parte delle domande che normalmente vengono sollevate riguardo alla questione dei femminili professionali. E’ vero però che per motivi storici non è sempre esattamente prevedibile quale sia il femminile. In tal caso, vocabolario alla mano! Ricordo che, se va bene, gli italiani conoscono circa un decimo del lessico della nostra lingua, più o meno 30mila parole, mentre l’italiano ne vanta oltre 300mila. Cosa vuol dire “tungsteno”? Quale sarà il femminile di “revisore”? “Riveditrice” o “revisora”? Basta consultare il dizionario.La rivolta linguistica delle donne contro il maschilismo

In un’epoca in cui si tenta di superare il binarismo di genere, quali sono i consigli per un linguaggio più inclusivo e rispettoso della fluidità di genere?

Più o meno in tutti i contesti linguistici socioculturali a livello internazionale si inizia a ragionare su una società basata sulla convivenza delle differenze e a prendere atto del fatto che non esistono solo persone cisgender, a proprio agio col loro genere biologico, ma anche persone transgender o fluide, non binarie. Il limite linguistico che si pone è che l’italiano è una lingua con il genere grammaticale, cioè una lingua in cui il neutro non esiste, ogni sostantivo è maschile e femminile. Come ci si può dunque riferire alle persone fluide e non binarie? L’uso di simboli come lo schwa, l’asterisco, la x o la chiocciola non sono altro che un modo per cercare di superare questo limite dell’italiano. Si tratta di soluzioni venute dal basso che circolano da almeno una decina d’anni, quindi nulla di particolarmente nuovo, né niente di cui stupirsi.

Perché fra espressioni linguistiche usate prevale lo schwa?

Perché rispetto ad altre soluzioni ha il vantaggio di avere un suono non particolarmente complicato da pronunciare. Non per questo ho mai pensato di abolire i generi, ma semplicemente di permettere a più persone di trovare adeguata rappresentazione nella lingua italiana. Introdurre nuove forme per rendere la lingua più inclusiva non lede il nostro sistema linguistico, ma lo arricchisce. Allo stesso tempo però sostengo che lo schwa non possa entrare a sistema. Credo che non arriverà mai il momento in cui le grammatiche scolastiche riporteranno questo terzo genere.

Qual è allora la sua funzione?

Lo schwa è come una “spillina” sul petto, un contrassegno che esprime la sensibilità di volersi occupare di questioni legate all’integrazione delle differenze. Per citare Don Milani, “I care”, ho a cuore, mi importa. Lo schwa risponde a una questione linguistica che crea disagio a una minoranza di nostri consimili (si stima che la percentuale delle persone non binarie sia intorno al 2%), parte della nostra stessa comunità linguistica: un’istanza che va rispettata e non può essere ignorata. In una società che ambisce alla convivenza delle differenze, il “chi se ne frega” non funziona.

Voglio fare l’avvocato del diavolo ponendo una serie di obiezioni che riassumono il sentire di molte persone che, in maniera più o meno argomentata, si oppongono all’uso dei femminili singolari. Pongo fra virgolette le domande più frequenti, a cominciare da  “Non uso i femminili perché sono cacofonici”.

Nella lingua di tutti i giorni non usiamo le parole in base all’eufonia, ma all’utilità. Se un tizio va dal meccanico con la sua auto vintage e il meccanico gli dice che bisogna cambiare lo spinterogeno, difficilmente l’altro si scandalizzerà perché “spinterogeno” è cacofonico.

“Ministra ricorda minestra, e architetta fa rima con tetta”

Eppure non ci siamo mai posti il problema di usare “cazzuola” per ragioni analoghe.

“Non si può usare quel femminile perché vuol dire già un’altra cosa”

La questione della polisemia viene posta riguardo solo ai femminili professionali, mentre è un fatto normale nella lingua, e noi comprendiamo il significato delle parole desumendolo dal contesto. Pensiamo alla parola “fallo”. Quando un calciatore commette un fallo, a nessuno verrebbe in mente di pensare all’organo maschile.

“Non uso i femminili perché vanno contro le regole dell’italiano”.

Non è vero. Si studino le regole dell’italiano e la sua morfologia!

“Non uso il femminile perché il ruolo è neutro. Chi se ne frega se un avvocato è maschio o femmina?”

Il ruolo è maschile sovraesteso, non neutro, ma nel momento in cui ci si riferisce a una persona, nulla vieta di usare una declinazione di genere. Il ruolo del professore è sovraesteso, ma quando una donna sale in cattedra è una professoressa.

“Se pensate che bastino le parole! I problemi delle donne sono ben altri”

Io non sono convinta che le parole cambino la realtà, ma sono convinta che le parole accompagnino i suoi mutamenti: i due piani devono muoversi in parallelo. Ciò che si nomina, si vede meglio, e da questo punto di vista non è indifferente chiamare le donne al maschile o al femminile.La rivolta linguistica delle donne contro il maschilismo

“Ma se volete la parità, perché sottolineare la differenza?”

Io sono per la parità nella differenza. Essere pari non significa essere uguali, ma osservare le diversità e sperare che tutti possano avere gli stessi diritti e le stesse opportunità.

Un consiglio finale per essere genderfriendly?

Nella lingua nessuno impone cambiamenti coatti: le lingue sono capaci, sul lungo periodo, di regolarsi benissimo “da sole”. Il lavoro che vorrei fare è di togliere di mezzo pregiudizi, preconcetti, false credenze, dopodiché ogni persona è libera di agire come meglio crede nel rispetto delle opinioni altrui. Per quanto mi riguarda, io ormai uso i femminili di default, ma se la donna alla quale mi rivolgo mi chiede di essere appellata in un altro modo, mi adeguo alle sue richieste, casomai chiedendole le ragioni della sua scelta.La rivolta linguistica delle donne contro il maschilismo

Facebook Comments
Condividi
Previous articleBiden day: good morning America !
Next articleBiden inizia attaccando Putin su nucleare e Navalny
Maggie S. Lorelli, dopo la laurea in Lettere all'Università degli Studi di Torino, si laurea in Pianoforte al Conservatorio “G. Verdi” di Torino e in Didattica della Musica al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma. Dopo un' esperienza decennale alla Feltrinelli ha collaborato come autrice con Radio 3 Rai e Radio Vaticana e condotto programmi musicali. Ha svolto un tirocinio come giornalista presso l'agenzia di stampa Adnkronos,  scrive per varie riviste musicali specializzate, ha al suo attivo numerosi racconti e “Automi”, il suo romanzo d'esordio. Attualmente è docente di Pianoforte al Liceo musicale.