Mignosi: come eravamo dalla musica al giornalismo

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Mignosi come eravamo dalla musica al giornalismo
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Cuore & Batticuore
Rubrica settimanale di posta. Storie di vita e vicende vissute Life story fra scuola e giornalismo

by Enzo Mignosi

Eravamo i Megaton. Uno dei tanti complessi musicali sorti come funghi a Palermo negli anni Sessanta sulla scia dei Beatles e dei Rolling Stones.

Giovani, allegri, spavaldi, spumeggianti. Ricchi di sogni e di passione, di vitalità, di energia nucleare. Perfino spacconi, qualche volta, e inguaribili idealisti. Alternavamo musica soft e musica sparata. Ma sempre “commerciale”, come si diceva allora per distinguerla dal genere impegnato. Non ricordo come arrivai ai Megaton. Suonavo la chitarra al seguito di Nino Mannina, un cantante valorizzato anche da un impianto voci di eccellenza, un Binson dagli effetti acustici caldi e avvolgenti, che Nino sfoderava come un prezioso trofeo, ma a un certo punto, alla fine del 1967, mi ritrovai a far parte della nuova band, come si dice ai nostri giorni.

Enzo Mignosi chitarrista ( con la barba) e il complesso dei Megaton: batteria Marcello Falzone, chitarra basso Claudio Giardina, organo Giacomo Giardina, voce solista Giovanni Sciolino

Gery Plescia, chitarrista decisamente bravo che lo strumento lo “faceva parlare”, lasciò la compagnia per ragioni mai sapute e il sottoscritto fu chiamato a farne parte. Era la formazione classica di quelli anni. Due chitarre, organo e batteria, oltre al cantante solista. Il tempo era marcato con bacchette, charleston, rullante e grancassa da un impeccabile Marcello Falzone, sempre in perfetta sintonia con il bassista Claudio Giardina, gemello di Giacomo, organista bravissimo che onorava il suo ruolo con un Farfisa dal suono morbido. Non era un Hammond ma andava alla grande. La voce del gruppo era Giovanni Sciolino, un tipo tosto che sapeva dare la carica.

Come sempre, io ero il più giovane della squadra, poco più che adolescente. Avevo una chitarra Framus, un’oscenità, un’offesa alla musica. Ebbe vita breve. Una mattina, preso da un guizzo irrefrenabile, volai da Angelo Segreto, nel negozio di piazza San Francesco di Paola, con gli occhi che mi brillavano. Stavo per comprare una chitarra “vera”. Una strepitosa Fender Telecaster celeste. A rate, perché non avevo un soldo. Con i Megaton mi trovai subito a mio agio. Mi piaceva il complesso, mi piaceva la musica che facevamo, mi piaceva il giro che si era creato attorno a noi. Eravamo (e non lo sapevamo) i pionieri di una generazione musicale che ancora oggi quando rispolvera vecchi ricordi viene colta dai brividi, eravamo gli interpreti di un genere ever green che non sarebbe mai tramontato. Furono i migliori anni. Indimenticabili. “Senza luce”, “L’ora dell’amore”, “Io per lei”, “Pugni chiusi”, “Tanta voglia di lei”, “La pelle nera”, “Accarezzami”, “Ho in mente te”, “The dock of the bay”. Erano i nostri cavalli di battaglia. Ma in repertorio c’era tanto altro. Ci divertivamo da pazzi e ci pagavano pure.

Riuscimmo a entusiasmare perfino un facoltoso commerciante della farmaceutica, Pippo Cappellani, che ci sentì alle Grotte e ci propose di farci da manager. E per dimostrare che faceva sul serio, comprò un furgone di colore verde chiaro e fece scrivere a caratteri cubitali sulle fiancate “I Megaton”. Divenne il nostro mezzo di locomozione.

Fummo tra i primi a suonare al Grant’s. Facevamo i pomeriggi beat con la pista da ballo infiammata da orde di ragazzi scalmanati. Non so quante volte venne la polizia invocata a gran voce dagli abitanti della zona Principe di Paternò.

Facemmo anche un paio di serate, non ricordo dove, con Giusy Romeo (poi Giuni Russo), e per un certo periodo fummo il complesso di riferimento di Penny Lane, una bella ragazza dai capelli lunghi e biondi, anche lei del Borgo Vecchio, il cui vero nome era Lina Rotondi. Cantava niente male e mi piaceva da morire. Ovvio che le facessi il filo ma lei era sempre accompagnata dalla zia, quasi sua coetanea, una specie di sorvegliante che le montava una guardia strettissima. Non riuscii a trovare mai uno spazio di agibilità. Benché fuori dal gruppo, Gery rimaneva nella nostra orbita ed era una presenza che risultava sempre gradevole.Potrebbe essere un'immagine raffigurante 5 persone e persone in piedi

Suonammo un po’ dappertutto. Al Restaurant Bar, sul lungomare di Cefalù, tra i tavolini all’aperto, e dormivamo sotto le stelle con i pipistrelli che svolazzavano sulle nostre teste, a Piana degli Albanesi per un carnevale durato quattro giorni (e in una sola notte divorai sette cannoli giganti), a Montelepre con Marino Barreto ubriaco che faceva le moine alla moglie del sindaco sproloquiando al microfono nella piazza affollatissima. Ma resterà per sempre marchiata a fuoco nella nostra memoria l’estate del 1968 trascorsa al Santa Lucia, sempre a Cefalù, dove facemmo serate scintillanti con alcuni dei cantanti più in voga di quegli anni: Jimmy Fontana, Don Backy, Rita Pavone, Rocky Roberts, Nini Rosso. Bene. Questa in sintesi estrema è la nostra storia (ma ci sarebbero ancora da raccontare un’infinità di aneddoti, qualcuno anche da censura). Il complesso dei Megaton si sciolse presto, colpa – credo – soprattutto mia, che mollai il gruppo per dedicarmi allo studio. Ci perdemmo di vista. Completamente. Un buio lungo, lunghissimo, durato cinquantaquattro anni. All’improvviso la luce. Ci siamo ritrovati. Tutti. Incredibilmente. È successo pochi giorni fa, a Palermo, laddove avevamo vissuto la nostra favola. Di nuovo insieme per una sera. Un po’ attempati, qualche capello grigio, io completamente calvo. Ma eravamo sempre noi, i Megaton, e c’era ancora lui, Gery Plescia, stavolta nel ruolo di grand commis dell’operazione revival. Una serata senza strumenti e senza musica ma traboccante di emozioni. Come in quell’estate del 1968, l’anno d’oro della nostra giovinezza.

Mignosi: come eravamo dalla musica al giornalismo
Enzo Mignosi

maggiemusic@gmail.comSapore di storia e di gloria nei ricordi del giornalista e scrittore di successo Enzo Mignosi. Nessuna malinconia, ma moltissima nostalgia e la consapevolezza, come diceva Nelson Mandela, che  “il ricordo è il tessuto dell’identità”.

 

 

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