Tutte le rivoluzioni del 1968 e il Testamento di Gesù

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Rubrica di critica recensioni e anticipazioniTutte le rivoluzioni del 1968 e il Testamento di Gesù

by  Augusto Cavadi

L’anno da poco conclusosi è stato zeppo di riflessioni, bilanci, critiche sul fatidico Sessantotto. Cinquant’anni esatti (1968 – 2018) segnavano un anniversario troppo ghiotto per passare inosservato. Specie chi l’ha vissuto personalmente si è sentito in diritto, e forse ancor più in dovere, di rendere la propria testimonianza. Alle molte voci non ha voluto far mancare la sua Carlo Di Cicco, vice-direttore emerito de “L’Osservatore Romano”, con l’agile e vivace Il 68 e il Testamento di Gesù. Due utopie a confronto (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2018, pp. 69, euro 10,00).

Tutte le rivoluzioni del 1968 e il Testamento di Gesù

Carlo Di Cicco

Certo, come avverte l’autore stesso, più che “un” Sessantotto ve ne ne sono stati “diversi”: ed è proprio l’intreccio fra tanti filoni che rende problematico ogni giudizio complessivo. Le rivolte studentesche, le mobilitazioni operaie, i movimenti femministi hanno infranto, trasversalmente, consolidati equilibri istituzionali, creando spaccature all’interno di famiglie anagrafiche, di sistemi scolastici, di organizzazioni partitiche e di chiese.

Per ragioni biografiche, Di Cicco offre una lettura del Sessantotto dall’angolazione di un (allora) giovane cattolico cui venne spontaneo legare le vicende storiche di quell’anno (mirabile o orribile secondo i punti di vista) alla rivoluzione del Concilio ecumenico Vaticano II (1963-1965) aperto dal Papa della Pacem in terris, Giovanni XXIII e chiuso dal Papa della Populorum progressio, Paolo VI. La spaccatura nel mondo ecclesiale – fra entusiasti sostenitori delle aperture conciliari e preoccupati conservatori impegnati a bloccarle – anticipò e accompagnò la spaccatura nella società civile fra protagonisti del Movimento sessantottino e difensori dello status quo.

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Parigi maggio 1968

Da che parte stare?  Per l’autore la risposta dipendeva, tra i credenti, da un’opzione previa: accettare o meno il Testamento di Gesù, sintetizzabile nella tesi che “noi siamo donati a noi stessi per diventare dono per gli altri. Solo in tal senso si può capire come tutto è grazia”. Infatti: chi accettava la radicalità dell’utopia evangelica non poteva non abbracciare l’utopia del Sessantotto, dal momento che – pur con differenze secondarie di temi e di toni – entrambe erano accomunate dal progetto di enfatizzare il noi sull’io, l’uscita dal proprio guscio individualistico per abbracciare i drammi dell’umanità. Laddove chi, credente di nome, in effetti abbracciava l’appartenenza confessionale come garanzia di immobilismo e di preservazione dei privilegi economici, coerentemente vedeva nelle vicende del Sessantotto solo minacce (da esorcizzare) al deandreiano “ordine costituito”.

Che ne è stato di questo sogno a occhi aperti?  Il bilancio non è semplice.

Dal punto di vista della storia sociale non c’è dubbio che si sono fatti passi avanti, in maniera irreversibile, su gradi tematiche quali l’etica sessuale, la questione femminile, il razzismo, l’omofobia…Comunque, in almeno altrettante tematiche, il Sessantotto è “uscito alla lunga sconfitto nel confronto con il Capitale, tempio del denaro”; uno scontro planetario nucleare non è stato eliminato dalla rosa delle opzioni militari e, anzi, le guerre locali si sono moltiplicate e intensificate; la sperequazione  fra i ricchi, sempre più ricchi, e gli impoveriti, rimasti tali, si è accentuata. L’autore si appella alla “sapienza dei giovani” di oggi per riprendere, creativamente, lo spirito del Sessantotto: ma con quali speranze di essere ascoltato?

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Il discorso della montagna di Gesù

Anche dal punto di vista della storia del cristianesimo, in particolare del cattolicesimo, non mancano forti motivi di preoccupazione. L’autore non calca la mano sul lungo inverno dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, preferisce esaltare la primavera di Francesco in cui i giovani “hanno” (o, direi, potrebbero avere se ne cercassero uno) “un grande alleato” in quanto “portabandiera dei poveri e diseredati della Terra”; ma, per onestà intellettuale, non può esimersi dal registrare che “la resistenza” bimillenaria nella Chiesa stessa verso il messaggio originario della “misericordia”, da parte di esponenti del clero e dei laicato, “si ripete con Francesco, successore di Pietro, che identifica la riforma della Chiesa con l’accoglienza”. Certo, avere un papa intelligentemente aperto alle istanze più ragionevoli della Modernità è un passo avanti: ma, aggiungerei, senon avrà il tempo né il modo di modificare il papato e, più in generale, la struttura gerarchica della Chiesa cattolica, chi potrà evitare che un suo successore, anche immediato, possa dare l’ennesima sterzata alla direzione attualmente impressa?Tutte le rivoluzioni del 1968 e il Testamento di Gesù

Come si ricava da questi brevi cenni, il contributo di Carlo Di Cicco non è trionfalistico né consolatorio. Forse l’analisi di ciò che è avvenuto si sarebbe potuta completare con qualche considerazione sui limiti intrinseci dei protagonisti del Sessantotto (per evitare di dare l’impressione che esso sia fallito solo per reazione esterna e non anche per deficienze intellettuali e morali interne), comunque la sua è una lettura del “passato al futuro”. Racconta alcuni tratti del Sessantotto del XX secolo per sottolineare il Sessantotto che “resta da fare”. Più che la previsione di una rivincita dell’utopia di Gesù  – che il Sessantotto avrebbe “sfiorata da vicino, credendoci” (spesso, preciserei, senza sapere di credere in essa) – è l’invito a impegnarsi perché tale rivincita, oggi improbabile, diventi reale.

Tutte le rivoluzioni del 1968 e il Testamento di Gesù

www.augustocavadi.com

 

 

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