All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin

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All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

by Adriana Piancastelli

Tuffarsi nelle serate della edizione 2021 del Festival di Sanremo nei giorni della pandemia è come entrare in un Centro Commerciale un sabato di questo annus horribilis: in apparenza è tutto normale, luci accese, interni curati, qualche schermo funzionante, note diffuse e poi il deserto, assenza totale di pubblico, zero visitatori e nessun cliente.All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin

Il gran rito sanremese si compie per esorcizzare il timore che le industrie della musica e dello spettacolo appassiscano, per provare a credere che la normalità maledetta e rimpianta sia ad un passo, per indurre la gente a immaginare che per cinque serate almeno dal cilindro Amadeus-Fiorello-Ariston esca il coniglio magico e taumaturgico: l’interruzione della paura.

Operazione riuscita solo a metà.

Tutti gli animatori – non solo quelli di grande professionalità come Rosario Fiorello – hanno bisogno di pubblico, di gente con cui interagire, di sentire i battimani, di ascoltare il suono di risate vere: i flashes di applausi pre registrati, qualche volta inadeguati o fuori tempo, non bastano e non scaldano ne’ ambiente, ne’ cuore.All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin

Si alza il sipario e lo spettacolo si apre con l’overture classica del festival: battutine, ammiccamenti, varietà, prese in giro ed elenco di tutti gli “ospiti meravigliosi” di ogni estrazione, dalla giornalista alla direttrice d’orchestra, dalla cantante già un mito negli anni ‘60 al David Bowie di borgata fino al calciatore famoso e ad atleti olimpionici. Tutti pretesti consueti per dilatare lo spazio tra le esibizioni di ventisei cantanti affermati ( i “big”) e otto esordienti.

Il mantra “Sanremo è Sanremo”, il Festival della musica italiana, non è stato smentito, ma dei fasti sanremesi sono rimasti solo l’orchestra, le luci e i fiori offerti prima su di un carrello in plexiglass, poi da addetti ai lavori con i guanti, che consegnano i mazzi con le procedure da giro-medicine ospedaliero.All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin

La musica sul palco è lo specchio di un anno di pandemia: in tempi di mestizia le note ricordano lontanamente i giorni dei concerti, ma come spesso succede al Festival, trionfa la banalità di suoni e di parole, e si susseguono le oscillazioni tra tentativi stinti di bel canto e l’indie o il trap dé noantri.

Nel rispetto delle riflessioni doverose in un periodo tanto pesante in cui, nonostante gli auspici e gli esorcismi 2020, non è andato affatto tutto bene, sono nati spunti di coscienza anche nelle canzoni.

“Lo stato sociale” ha ricordato le esigenze di chi impegnato in tutti i settori dell’arte non lavora da un anno intero e non vede prospettive di luce, come se l’arte fosse qualcosa di superfluo, perché come ha scritto con molto cuore e molta verità Aldo Grasso “…. ci stiamo abituando ad un tipo di vita penitenziale privo di qualsiasi libido”.All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin

Anche Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, interprete prezioso di una splendida versione della canzone più dolce di Lucio Dalla, ha raccontato la speranza di poter muovere ancora la macchina complessa del mondo dello spettacolo con un profondo senso di rispetto per chi lavora dietro le quinte, senza riflettori, e consente alle stelle sul palco di brillare.

La libido per la musica ha avuto un guizzo a sorpresa risvegliata da un rock autentico nella serata dedicata alle cover: Manuel Agnelli e i Maneskin hanno acceso e infiammato la scena ritrovando il suono che penetra nelle vene con una versione rock nello stile, nel mood e nel look di “Amandoti” dei CCCP, amata immediatamente dal popolo dei social.

Siparietti efficaci ma un po’ ripetitivi tra Amedeus e Fiorello, iconico e ironico sempre più simile a Massimo D’Alema o alla versione di George Clooney made in Sicily.All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin

Parole accorate e piene di vita con radici, emozioni e motivazioni diverse hanno sottolineato la presenza di Elodie (bellissima in Versace rosso e gioielli di Bulgari) e di Antonella Ferrari, orgogliosamente attrice, nonostante la SLA.

Meno convincenti gli interventi di Barbara Palombelli – un pò troppo the way we were in versione didascalica- e di Zlatan Ibrahimovic’, che avrebbe dato il meglio di se’ in una sola serata evitando di ripetere lo stesso cliché senza sorprese.

Tributo al rito-Sanremo con Orietta Berti e, tra gli ospiti, Marcella Bella e Loredana Berté . Alla Berté si deve l’altro solo guizzo popolar rock del Festival con l’auto biografica ironica “Figlia di…. (Loredana).

Sono ricomparsi anche Ornella Vanoni, Umberto Tozzi, Riccardo Fogli, Michele Zarrillo e Paolo Vallesi come pagine di libri letti e pieni di ricordi e Francesco Gabbani nelle vesti di pianista.

Ospite fisso non banale, ma ormai prevedibile, è stato Achille Lauro che, in vari travestimenti, ha invocato ogni sera una benedizione divina diversa per umanità dolenti differenti, provando a scandalizzare- solo per il mancato rispetto delle ormai consuete distanze – le platee domiciliate con baci infuocati sulla bocca al bassista Boss Doms, Notevole, in uno dei “quadri” di Lauro, la presenza di Fiorello con corona di spine e rossetto nero.

Le serate rotolano senza troppa convinzione anche per eccesso di durata: finire uno show televisivo alle due di notte, partendo alle nove di sera, anche in tempi di astinenza da spettacoli, è troppo, induce al sonno in cui si scivola con un sottile senso di noia.All’anno zero di Sanremo vincono Covid e Maneskin

La vittoria è andata ai Maneskin, al rock, alla rabbia, alla vitalità di una musica che è sempre ritmo, battito del cuore, respiro, spettacolo e vita almeno da settanta anni e lascia “ zitti e buoni” tutti quelli che danno per morto il rock almeno da mezzo secolo.

Primo, tra le nuove proposte, è stato Gaudiano con una canzone e una dedica ad un genitore amato e perso.

Si può sperare comunque nel prossimo rito sanremese, ancora fiori, spettacolo, banalità, professionalità e tempi lunghi: si accetta tutto purché finalmente liberi dall’incubo Covid, l’unico vero convitato di pietra sempre realmente presente dei nostri giorni .

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