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Dacia Maraini e l’infanzia segnata dalla prigionia in Giappone

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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Antonino Cangemi

Vite straordinarie, quelle di Topazia Alliata e Fosco Maraini: la prima,  nobildonna palermitana di origini bagheresi gallerista e artista; il secondo, antropologo, fotografo, orientalista, scrittore toscano.

Fantastica la loro storia d’amore ricca di escursioni e avventure (si legga Love Holidays. Quaderni d’amore e di viaggi, Rizzoli 2014 ), coronata dal matrimonio a Bagheria sul finire del 1935 e segnata dalla drammatica esperienza vissuta in Giappone.Dacia Maraini e l’infanzia segnata dalla prigionia in Giappone

Nel 1939 Fosco Maraini vince una borsa di studio e si trasferisce con la moglie e la piccola Dacia – nata tre anni prima – a Sapporo, nell’isola di Hokkaido. In quello stesso anno nasce la seconda figlia, Yuki.

Per Topazia e Fosco è, all’inizio, un periodo intenso e felice. Lui è incaricato di studiare la civiltà degli Ainu, una popolazione del nord del Giappone, lei si occupa delle bambine. I due sono in contatto con una cultura raffinatissima, i giapponesi si mostrano premurosi e gentili. Nel 1941 nasce la terza figlia, Toni. La guerra è di scena nel Pacifico, lontana da Sapporo, dove la vita scorre serena, le sere sono freddissime e ad animarle sono gli incontri e le cene con intellettuali e studenti.

Ma è la quiete che preannuncia la tempesta. Sono in agguato gli anni più terribili per Topazia, Fosco, Dacia e le sue sorelline.

Dacia Maraini e l’infanzia segnata dalla prigionia in Giappone
Topazia Alliata e Fosco Maraini con le figlie in Giappone durante la seconda guerra mondiale

Dopo l’8 settembre del 1943, l’armistizio e la rottura dell’alleanza dell’esercito italiano con quello tedesco, nasce la Repubblica di Salò e i giapponesi chiedono ai coniugi Maraini di giurarle fedeltà. Fosco e Topazia si rifiutano. Vengono arrestati e internati, insieme a un gruppo di italiani residenti in Giappone, in un campo di concentramento a Nagoya. Insieme a loro le bambine. La loro esistenza si trasforma in un incubo. Patiscono la fame. Quel poco cibo che riescono a raccattare è frutto soprattutto della pietà dei contadini. Il controllo dei poliziotti è impietoso: è proibito persino appoggiare le schiene sulle spalliere o sul muro. Se vengono scoperti, sono bastonati.

Topazia si ammala, cade in depressione. Si giunge ai limiti della disperazione e della sopravvivenza. Un giorno qualcuno le offre di nascosto una ciambella di pane. I poliziotti se ne accorgono e la imbrattano di escrementi. Il marito la pulisce e la rimette nel forno. Quel pane viene diviso come fosse roba sacra.

Un gesto dell’antropologo Maraini, dettato dall’esasperazione, segna la svolta nel trattamento disumano dei carcerieri giapponesi. Maraini, per protesta contro gli aguzzini che accusano gli italiani di viltà, si taglia un dito, il mignolo. Quell’amputazione per i nipponici è un gesto simbolico. Lo chiamano yubikiri. Non è un segno di sfida, ma di coraggio: a suo modo rappresenta un’intesa amichevole. Come ricompensa, il governo imperiale dona ai coniugi Maraini una capretta per nutrire le bambine col latte fresco. La prigionia finirà con la sconfitta dei nazi-fascisti e segnerà la vita di Dacia Maraini, la cui infanzia è scalfita da quella terrificante esperienza.

In alcuni suoi libri e in qualche intervista la Maraini aveva fatto cenno a quegli anni drammatici della sua infanzia, ora però li ripercorre in una sofferta quanto suggestiva biografia, Vita mia edita da Rizzoli.

Dacia Maraini e l’infanzia segnata dalla prigionia in Giappone
La famiglia Maraini negli anni ’60 con le tre figlie, Dacia, Yuki e Toni

Le pagine di Vita mia sono di rara intensità: da un lato denunciano l’atrocità della guerra e dei campi di concentramento, dall’altro testimoniano come alle condizioni più difficili si possa resistere facendo leva sulla magica forza della fantasia. Leggendole, comprendiamo come anche le sciagure possono essere mitigate dall’incanto della poesia. Nel campo di prigionia il papà di Dacia scrive versi per le sue bambine e le nasconde nella pancia di un orsacchiotto a loro tanto caro; Dacia col potere dell’immaginazione trasforma i sassi in pesci per lenire la fame: ‹‹La pietra lunga era un pescetto di fiume di cui immaginavo di sentire l’odore di arrosto››.

Sembrano scene rubate al capolavoro di René Clément Giochi proibiti, e invece sono momenti di vita vissuti da Dacia Maraini, che ne hanno forgiato il carattere educandola al rigore, e che la scrittrice, vicina ai 90 anni di un’esistenza quanto mai ricca, ha voluto donare ai lettori.Dacia Maraini e l’infanzia segnata dalla prigionia in Giappone

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Antonino Cangemi
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Saggista e critico letterario
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