Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza

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Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza 1
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by Stefania Billante*

Irredimibili o curabili? E’ possibile tentare di recuperare, e con quali prospettive concrete, i responsabili di violenze nei confronti delle donne?Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza 1

Da alcuni anni studiosi e Ministero della Giustizia hanno avviato una innovativa verifica di protocolli terapeutici e follow-up, percorsi diagnostici e interventi mirati.

La violenza di genere non è storia solo recente, ma affonda le sue radici nel passato e oggi, come ieri, la matrice della violenza può essere rintracciata nella diseguaglianza dei rapporti tra uomini e donne e nella concezione che, nel tempo, la società di tipo prettamente patriarcale ha avuto della donna e del suo ruolo.

E’ ancora così? O meglio, adesso che il modello di cultura patriarcale ha pian piano lasciato spazio ad un diverso modo di interfacciarsi tra uomo e donna, il fenomeno della violenza di genere, purtroppo sempre in continua crescita, a cosa può essere ricondotto?

Le dinamiche nei rapporti tra uomo e donna, governate in maniera gerarchica e patriarcale adesso non reggono più.Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza 1

La violenza maschile contro le donne è un indizio non del patriarcato, ma della crisi del maschio, dei suoi disturbi latenti o manifesti e del disagio determinato da inadeguatezza culturale, immaturità, traumi psicologici e altro, subiti o vissuti in vari contesti  individuali, familiari e sociali.

Ma è possibile stilare un identikit dell’uomo che perpetra violenza sulla donna, del cosiddetto  “maltrattante”? Termine che evidenzia l’esigenza di sottolineare come il concetto di violenza di genere sia assolutamente trasversale e, conseguentemente,  come il maschio maltrattante non corrisponda a specifici target sociali, economici o di istruzione.Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza

La caratteristica che li accomuna indistintamente è soltanto una: il loro modo di pensare e vedere la donna come essere inferiore privo di diritti. Concezione esplicitata con la presunta legittimazione a renderla totalmente succube.

E perché definire “maltrattante” l’uomo che esercita violenza anziché  violento? L’aggettivo violento attribuisce un’etichetta dalla quale è quasi impossibile sfuggire e che raramente, nell’immaginario collettivo, prevede la riabilitazione o la possibilità del recupero.

Punto di partenza è, quindi,  considerare l’uomo non come violento, ma come protagonista e autore di atti di violenza.

Si è iniziato ad occuparsi di maltrattanti solo in tempi recenti, cercando di analizzare e considerare l’altra faccia della violenza contro le donne.

A questi uomini è dedicato l’articolo 16 della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con la legge 77/2013, che impegna gli Stati firmatari ad adottare «le misure legislative e di altro tipo necessarie per istituire o sostenere programmi rivolti agli autori di atti di violenza domestica, per incoraggiarli ad adottare comportamenti non violenti nelle relazioni interpersonali, al fine di prevenire nuove violenze e modificare i modelli comportamentali violenti».Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza 1

Il testo raccomanda anche di «istituire o sostenere programmi di trattamento per prevenire la recidiva, in particolare per i reati di natura sessuale».

E’ ben chiaro che, però, tali programmi devono sottendere alla sicurezza delle donne vittime di violenza, al loro supporto e alla tutela dei loro diritti, e che debbano essere messi in atto e coordinati con i programmi e i servizi a sostegno delle vittime.

Nel 2017 il tema è stato inserito nel nuovo Piano nazionale anti-violenza, nell’ambito del quale sono stati previsti  e finanziati programmi di trattamento degli uomini maltrattanti, sulla base della strategia delle 3 P contro la violenza di genere: oltre alla punizione, sono cioè fondamentali protezione e prevenzione.

Nel campo della prevenzione alla violenza di genere diventa fondamentale l’intervento sui soggetti maltrattanti. Ciò non significa prevedere una riduzione di pena o una svalutazione sociale del problema della violenza di genere, ma comprenderne le matrici culturali e sociali e che è, pertanto, necessario andare ad incidere all’origine di tale problema e del comportamento violento.

L’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Cnr ha svolto per la prima volta, raccordandosi  con il Dipartimento per le Pari Opportunità, un censimento sui centri e servizi contro la violenza che è stata estesa ai programmi per uomini maltrattanti operanti sul territorio italiano.

L’indagine è stata effettuata nei mesi di settembre – novembre 2018.  In totale, sono stati rintracciati 59 programmi, includendo anche quelli attivi all’interno degli istituti penitenziari.Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza 1

Secondo quanto affermato dai responsabili dei 52 programmi che hanno fornito i dati richiesti, gli uomini che hanno iniziato il loro percorso di recupero  sono in totale 726. I servizi previsti dai programmi sono la consulenza psicologica, l’ascolto telefonico, la psicoterapia individuale e di gruppo, il sostegno alla responsabilità genitoriale, la consulenza legale, accompagnamento all’inserimento lavorativo, la mediazione linguistico-culturale e i percorsi di recupero da dipendenze patologiche.

Fra le esperienze all’avanguardia, si distingue quella del Carcere di Bollate a Milano, dove nonostante l’assenza di un piano organico di trattamento dei maltrattanti nella fase di esecuzione della pena, già da molti anni si sono messi in atto proficuamente programmi e metodologie.

Presso il Centro Italiano per la Promozione della Mediazione di Milano, di cui è Presidente  Paolo Giulini, una equipe specializzata guidata dallo stesso Giulini pone in essere un approccio multidisciplinare nei confronti dei soggetti condannati per reati di violenza sessuale sia nei confronti di donne che di bambini, adottando interventi con terapie comportamentali e non cliniche.

“Non sono malati – tiene a precisare il Dott. Giulini – ma persone” e la differenza non è di poca importanza in quanto la nozione di malato potrebbe incidere sulla sfera della capacità di intendere e di volere e quindi sulla punibilità del reo.

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Paolo Giulini

L’equipe di Bollate evidenzia  che le persone prese in carico e che hanno compiuto reati di violenza sessuale, hanno, a loro volta, episodi alle spalle di violenza subita o assistita che li induce a distorsioni del pensiero  che riducono il peso morale e la gravità del reato, spostando sulla vittima le responsabilità. Il trattamento eseguito mira, pertanto, a ristabilire un giusto rapporto con il mondo reale e prendere coscienza dei comportamenti violenti esercitati sulla vittima, proprio con l’intento di correggere il comportamento dei maltrattanti anche in funzione di recidive  dovute al frequente ritorno in famiglia al termine dell’esecuzione della pena e che più facilmente ci sarebbero se tutto si demandasse esclusivamente all’esecuzione della pena, omettendo di considerare le problematiche sottese alla commissione del reato.

Un’altra struttura d’avanguardia è quella dell’Ufficio per l’esecuzione penale esterna Caltanissetta-Enna, diretta da Rosanna Provenzano, Referente regionale siciliana per la violenza di genere e maltrattamenti.

Otto  i  gruppi di lavoro attivati, composti da assistenti sociali, psicologi, che operano su più fronti spaziando dalle psicoterapie individuali ai gruppi di sostegno psicologico.

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Rosanna Provenzano

“ Dopo l’istituzione del cosiddetto Codice Rosso che ha rinnovato e modificato la disciplina penale in tema di violenza domestica e di genere – evidenzia la funzianaria Rosanna Provenzano – è stata ancora più forte la spinta alla presa in carico dei detenuti maltrattanti e all’avvio di uno stretto coordinamento con magistrati, uffici giudiziari,  Questure centri Antiviolenza ed Enti Amministrativi  per  integrare modelli e iniziative con i servizi già presenti nel territorio “.

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Stefania Billante

La violenza contro le donne non è, dunque, un problema soltanto al femminile e considerarlo tale ne sminuirebbe la  gravità. La violenza contro le donne è un problema dell’intera società, delle donne e degli uomini e comprenderlo ed agire al fine di cambiare la coscienza sociale è già un grande passo in avanti.

L’obiettivo essenziale resta soprattutto quello di procedere insieme, donne e uomini, verso un definitivo mutamento culturale e sociale.Donne e l’abisso maschile mai esplorato della violenza 1

*Avvocato civilista e Presidente di una onlus per la difesa dei diritti

 

 

 

 

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