Giuseppe Ayala:la mafia non é morta con Provenzano

0
1206
Giuseppe Ayala
Condividi

Pubblichiamo la sintesi dell’intervista a Giuseppe Ayala apparsa il 14 luglio sul magazine femminile on line PinkItalia.it Giuseppe Ayala

Giuseppe Ayala, la mafia non é morta assieme a Provenzano. Testimonianza ed esempio di impegno civile del giudice che processò  cosa nostra

di Gianfranco D’Anna

Magistrato e gentiluomo. Pubblico ministero alla Maigret, ironico e risolutivo, Giuseppe Ayala , 71 anni, Peppino per gli amici,  rimugina perennemente qualcosa.  La notizia della morte di Bernardo Provenzano, il padrino dei segreti che si è portato nella tomba la chiave dei misfatti inconfessabili di cosa nostra, lo riporta ai terribili anni di piombo di Palermo.

“Dopo lunga malattia, come si suol dire in questi casi, si è spento Bernardo Provenzano, detto Binnu u tratturI. La notizia -afferma Peppino Ayala– mi ha lasciato del tutto indifferente sul piano umano, ma ha suscitato alcuni ricordi. Pur non avendolo mai incontrato, già una trentina di anni fa sapevo molto di lui, non tutto certo.  La conoscenza era avvenuta attraverso la montagna di carte processuali che lo riguardavano. Non so quante ore del mio lavoro gli debbo. Non poche di sicuro. E, comunque, quanto bastava a chiederne e ottenere, nel 1987, la sua prima condanna all’ ergastolo”.Morte Provenzano

Per il magistrato che rappresentò la pubblica accusa al primo storico maxi processo a cosa nostra “la figura criminale di Provenzano non è scindibile  da quella di Salvatore Riina, almeno sino al gennaio 1993, data dell’ arresto di quest’ ultimo. Gli atti di Polizia Giudiziaria li definivano “luogotenenti” di Luciano Liggio, il loro maestro.

morte provenzano
Salvatore Riina

Assieme inaugurarono una nuova stagione della lunga storia di “delitti eccellenti “.

Giuseppe Ayala si accalora e la voce gli si incrina, ma prosegue d’un fiato: “la sanguinaria lista dei servitori dello Stato caduti sotto i loro micidiali colpi è lunga. E ancor di più lo è quella delle vedove e degli orfani. Ma lo è anche quella dei mafiosi rimasti vittime della guerra di mafia scatenata dai due corleonesi agli inizi degli anni ottanta per impadronirsi, a colpi di kalashnikov, del vertice dell’ organizzazione mafiosa. Su un fronte, come sull’altro mai si era registrato qualcosa di simile nell’ultrasecolare storia della mafia siciliana. Volendo provare a impostarne un bilancio, l’unica conclusione è desumibile dai prezzi pagati che sono molteplici. Quello dello Stato, innanzitutto, direttamente e ferocemente colpito dalla perdita di tanti suoi rappresentanti. Dalle famiglie, ovviamente. Ma anche da Cosa Nostra, alla quale i due “luogoteneti” non hanno certo reso un buon servizio, quantomeno per una ragione . E cioè che con l’attacco militare allo Stato per la prima volta si accesero i riflettori su un fenomeno criminale sino ad allora coperto da silenzi e tenebre garantite da un’omertà impenetrabile a tutti livelli, quelli istituzionali compresi. Senza Provenzano e Riina, insomma, sono certo che la lotta alla mafia sarebbe un bel pò indietro rispetto a dove è arrivata.

“La morte di Binnu u tratturi, insomma, da quegli occhi non ha fatto sgorgare molte lacrime” Dice Ayala tirando un lungo sospiro.

Ricordi, esperienze, gli infiniti retroscena del primo storico processo a cosa nostra, amicizie fraterne perdute: Falcone, Borsellino, Ninni Cassarà; ed ancora, il  grande lavoro svolto per smascherare gli intrecci e le contiguità con la mafia, lo strazio dei tanti, troppi, funerali di colleghi, esponenti delle istituzioni, investigatori  assassinati dalle cosche, l’attività parlamentare e gli incarichi di Governo.

Giuseppe Ayala
strage di Capaci

Memorie che pulsano quotidianamente nell’animo del giudice che lasciata la toga si é trasformato in scrittore di libri che delineano importanti testimonianze dirette:  “La guerra dei giusti“, “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino”, ”Troppe coincidenze. Mafia, politica, apparati deviati, giustizia: relazioni pericolose e occasioni perdute”  tutti editi da Mondadori.

——————

  • L’inversione di tendenza delle istituzioni nei confronti di cosa nostra, rispetto al dopoguerra e fino al maxiprocesso del 1986,  e i successi di  inchieste e  indagini antimafia hanno in  parte diluito la morsa delle cosche sull’economia e la società civile. Quanto resta in realtà ancora fare nella lotta contro la mafia? 

“A partire dagli inizi degli anni ottanta dello scorso secolo, la risposta repressiva dello Stato nei confronti delle organizzazioni criminali mafiose ha assunto dimensioni e forza inimmaginabili sino ad allora. I colpi inflitti alle varie mafie le hanno certamente indebolite, ma guai a credere che la fine di quella lotta sia vicina e, meno che mai, scontata. Fermo restando che l’ apparato repressivo va ulteriormente rafforzato, rimane molto da fare su un altro fronte: quello della prevenzione. E’ forse proprio questo il fronte decisivo sul quale, in particolare, misurare l’ effettiva volontà politica di combattere sino al fondo il fenomeno. Occorre comprendere che la sola repressione non è sufficiente. Lo diventa se affiancata da strutture preventive di pari forza ed efficienza. Staremo a vedere”.morte provenzano

  • Quali  i misfatti più oscuri, le stragi, gli omicidi, compiuti dai clan mafiosi e cosa, secondo lei, c’è ancora da scoprire?

“Le stragi del 1992, innanzitutto. Ritenerne responsabile soltanto Cosa Nostra è riduttivo. Per convincersene è sufficiente ricordare quanto affermò Giovanni Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura del giugno 1989 a proposito dei centri occulti di potere e delle menti raffinatissime capaci anche di orientare le scelte di Cosa Nostra. Se quello schema è valido, come fermamente credo, per quell’attentato, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché non dovrebbe esserlo per le stragi del maggio e luglio 1992.  Detto questo, non sarà facile, se mai ci arriveremo, trasformare quello schema in verità processuale. Ma chissà! “

Giuseppe Ayala
Giuseppe Ayala fra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
  • Ricordi inediti di Giovanni Falcone , Paolo Borsellino , Ninni Cassarà, Nino Caponnetto  e degli amici e colleghi, magistrati e investigatori, vittime della mafia nei terribili anni di piombo di Palermo?  

 “I ricordi sono tanti e tutti indelebili. Ne scelgo qualcuno. A proposito di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino richiamo la bella fotografia-simbolo di Tony Gentile che li ritrae sorridenti l’ uno accanto all’altro. Siamo nella serata del 28 marzo 1992 durante un’iniziativa elettorale a sostegno della mia elezione alla Camera dei Deputati, voluta da Falcone che coinvolse anche Borsellino malgrado la diversità delle sue idee politiche rispetto alle nostre. Come si fa a dimenticare quel gesto di amicizia tanto sincero quanto profondo?

Giuseppe Ayala
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Ninni Cassarà era un grande poliziotto. Un uomo onesto, pulito e capace come pochi è dato incontrarne. Diventammo presto amici. Ci legava un’assoluta, reciproca stima e fiducia. Constatando la sua notevole preparazione giuridica, mi venne del tutto naturale chiedergli: Ninni, come mai non hai mai pensato a fare il concorso per la Magistratura? La risposta fu tranchant: A me piace fare lo sbirro!

Ninni Cassarà

E’ ovvio che, a partire dal quel momento, mi rivolgevo a lui nel seguente modo: senti sbirro…. il tutto accompagnato da sorrisi ironici e molto complici.

Giuseppe Ayala
Antonino Caponnetto

Il ricordo di Nino Caponnetto è tutto racchiuso in quanto ha scritto su di me nel suo I miei giorni a Palermo, pubblicato  nell’ ottobre del 1992. Riporto testualmente: Con Ayala ho sempre avuto e conservo rapporti molto affettuosi. E’ uno dei pochissimi magistrati, forse l’ unico della Procura, sul cui conto non ho mai avuto riserve, con cui ho avuto sempre un rapporto chiaro e limpido. Lo stimo molto. Più importante di un’onorificenza. O no?”

Facebook Comments
Condividi