Guerra e tregua: dalla svolta di Draghi all’eclissi di Putin

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Guerra e tregua dalla svolta di Draghi all'eclissi di Putin
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“There is all the incidence of Draghi” , eccola l’incidenza di Draghi, commentano gli ambienti diplomatici di Washington e di Bruxelles dopo la telefonata fra il Pentagono e il Ministro della Difesa russo Shoigu.

La richiesta di tregua sollecitata dagli Usa a Mosca conferma che “l’effetto Draghi” dopo la visita alla Casa Bianca ha ottenuto l’incidenza e il riconoscimento che l’Europa si attendeva dal Presidente Biden. Per il Premier é la conferma dell’inedito ruolo di primus inter pares d’Europa che con la sua personale credibilità è riuscito a determinare per l’Italia. Ma oltre che sul piano diplomatico, l’evoluzione del braccio di ferro fra la Russia di Putin e l’occidente riguarda le strategie militari e geopolitiche. Guerra e tregua dalla svolta di Draghi all'eclissi di Putin

In bilico fra le sabbie mobili della guerra all’Ucraina e la rabbiosa tentazione di allargare il conflitto, il Cremlino reagisce con oscure minacce all’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia. Un’adesione immediata richiesta dai due paesi da sempre neutrali, terrorizzati dalla improvvisa invasione  scatenata da Putin contro Kiev.

Dai toni e dall’uso dei termini minacciosi, ma anche dai silenzi di alcuni protagonisti, si intuiscono i diversi orientamenti nel ristretto arcipelago dei siloviki, dei vertici dell’armata russa e della cerchia ristrettissima del Presidente russo, praticamente rappresentata soltanto dai tre Dmitry, Medvedev, Peskov e il giovane capo del dipartimento dell’amministrazione presidenziale Kovalev.

L’analisi comunque prevalente che viene prospettata al Cremlino ruota attorno alla costatazione di come qualunque tentativo di reazione militare contro Finlandia e Svezia sia impedito di fatto dalle conseguenze del fallimento del blitz contro Kiev, dall’ulteriore ritirata sul fronte di Kharkiv e dell’impantanamento dell’offensiva nel Donbass.

Il pessimo bilancio dei primi 80 giorni di invasione, oltre a provocare un’altissimo numero di vittime fra i soldati, almeno 25 mila morti e circa 50 mila feriti secondo le stime più ottimistiche, sta determinando la perdita di interi arsenali e di mezza flotta nel Mar Nero.

Affondamento incrociatore Moskva

Nell’impossibilità oggettiva di scatenare una inimmaginabile, ma anche autodistruttiva rappresaglia nucleare, come manifestazione immediata di reazione antioccidentale al Cremlino hanno intanto pensato di utilizzare l’arma energetica: petrolio gas ed elettricità.

Opzione già attuata contro la Finlandia, ma che se estesa a gas e petrolio e soprattutto protratta, priverà la Russia dell’unica fonte di approvvigionamento valutario per finanziare la guerra e sostenere l’economia del paese. Paradossalmente cioé il blocco delle esportazioni si salderebbe con l’effetto finora controproducente delle sanzioni occidentali.

A meno di un collasso, non preventivato ma neanche da escludere dell’invasione in Ucraina, le alternative dell’Europa e degli Stati Uniti sono sostanzialmente due: un blocco totale delle importazioni di petrolio e gas, che destabilizzerebbe davvero l’intero sistema economico russo, oppure uno sforzo negoziale convergente per ottenere, quanto meno, una tregua.

Un embargo totale sarebbe in ogni caso difficile da attuare prima di svariati mesi, necessari per sostituire con altre forniture il petrolio e il gas di Mosca.

Mentre la tregua cristallizzerebbe la situazione sul campo. Con una prospettiva libanese di alternanza di scontri e tregue, come a Beirut dove guerre e tregue si susseguono da 50 anni…

Ma è una prospettiva che innescherebbe il tramonto del putinismo. Un tramonto seguito dall’alba di una nuova, o quanto meno diversa, Russia.Guerra e tregua dalla svolta di Draghi all'eclissi di Putin

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