Incognita Libia libro inchiesta di Michela Mercuri

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Incognita Libia libro inchiesta di Michela Mercuri.
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 Libia cronache di un paese sospesoincognita-libia-libro-inchiesta-di-michela-mercuri

L’Europa desaparecida nel deserto, gli interessi occulti e il gioco alla massacro fra le dune. Dice molto e molto altro fa capire. Per comprendere la tumultuosa realtà libica ci sono i satelliti, i report dell’intelligence e poi c’è l’analisi di Michela  Mercuri, Docente di storia contemporanea e analista di politica estera per la Società Italiana per l’organizzazione internazionale.

Una disamina  geopolitica e strategica che Michela Mercuri delinea attraverso le pagine del libro “Incognita Libia. Cronache di un paese sospeso”  editore Franco Angeli, prefazione di Sergio Romano.

Tre secoli di storia che culminano nelle ultime vicende della quotidiana attualità. A cominciare dall’incandescente groviglio dei flussi migratori dall’Africa. “E’ una situazione irrisolvibile se non si stabilizza la situazione libica“ sottolinea  Michela Mercuri.

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Michela Mercuri
  • Come valuta gli accordi siglati con la Libia per il contenimento dei flussi in arrivo sulle coste italiane? 

L’Italia ha stipulato accordi e messo in campo aiuti per la guardia costiera libica e, secondo alcune inchieste, anche per alcune milizie. Il rischio è che alcuni gruppi armati che, giova ricordarlo, cambiano casacca con estrema facilità, potrebbero rispettare gli accordi fino al momento in cui farà loro comodo, cioè fintanto che garantiranno un afflusso di denaro sufficiente a coprire le perdite derivanti dagli introiti del traffico dei migranti. Inoltre, si sono aperte nuove rotte ,come quella tunisina, o sono aumentate le partenze da altre zone costiere della Libia in cui operano gruppi che non hanno stipulato accordi con il governo italiano. Insomma, nonostante gli innegabili sforzi del nostro ministro dell’interno Marco Minniti, non sembra un’azione in grado di reggere nel lungo periodo. Senza una stabilizzazione del quadro politico e senza un concreto rilancio dell’economia libica non vi potrà mai essere una reale politica migratoria per e con la Libia.

  • Come stabilizzare la Libia ?

In primo luogo attraverso la ripresa della produzione di petrolio e una quanto più equa possibile redistribuzione dei proventi. Il paese è abitato da poco più di 5 milioni di persone e ha molto più petrolio di quanto ne può consumare. E’ necessario uno sforzo importante per creare un accordo tra i principali gruppi e milizie che, di fatto, controllano i giacimenti. Se però i vari attori internazionali anziché far da pacieri continueranno a foraggiare i vari gruppi locali, considerati propaggini dei propri interessi nazionali, le lotte tra fazioni per la conquista dei pozzi continuerà, la produzione, di conseguenza, non riprenderà e la Libia avrà un motivo in più per restare nel caos. Non dimentichiamoci che c’è un organo, la Libyan national oil corporation (Noc), che durante gli anni di instabilità e guerra civile è riuscita a mantenersi al di sopra delle parti e a garantire la produzione di una certa quantità di petrolio, dividendone i profitti tra le principali parti in causa. Tra le altre cose il presidente della Noc, Mustafa Sanalla, intrattiene ottimi rapporti con i vertici dell’ Eni. Un motivo in più per l’Italia per lavorare in tal senso. Perché per una volta che in Libia c’è un organo che funziona non proviamo a sostenerlo?

  • Questo può bastare? 

No, se non va di pari passo con il coinvolgimento degli attori locali in un dialogo quanto più inclusivo possibile. Il ministro Minniti sta lavorando molto in tal senso. Per esempio, si è recato personalmente e più volte in varie zone del paese per negoziare con i sindaci. In Libia il potere è molto “delocalizzato”. Sono spesso i capi delle municipalità a detenere il potere nelle aree da loro controllate e non tanto Serraj o Haftar. Pensare di negoziare una soluzione politica solo con questi due attori, come ha ingenuamente tentato di fare il Presidente francese Macron, vorrebbe dire fare si e no il 30% del lavoro.  Incognita Libia libro inchiesta di Michela Mercuri.

  • Ruolo della Francia?

Nel libro dedico un intero paragrafo a raccontare i limiti dell’approccio francese in Libia, così come in altre zone del nord Africa e Medio Oriente. Il mio giudizio è negativo ma solo in parte. Mi spiego meglio. Criticare la Francia è fin troppo facile ma forse non è del tutto corretto. La Francia fa il suo interesse, forse noi non siamo in grado di fare il nostro. Detto ciò non dobbiamo certo emulare l’aggressiva realpolitik francese che tanti danni ha fin qui causato e non solo in Libia. Abbiamo ancora le carte per tentare di avere un ruolo nel futuro della sponda sud perché con la nostra ambasciata rappresentiamo l’unico punto di contatto occidentale nella capitale, siamo in confidenza con molti attori locali con cui da anni facciamo un lavoro certosino per tenere aperto un dialogo e abbiamo contatti con Haftar- che probabilmente a fine  settembre sarà a Roma su invito del ministro Minniti. Partiamo da qui per ritagliarci un ruolo attivo nel futuro del paese.

  • Quando batterà un colpo l’Unione europea? 

Infatti la definisco la grande assente perché non ha mai avuto né pare ancora avere il benchè minimo approccio unitario ai problemi che giungono dalla Libia,e non solo. Pensiamo solo al tema migratorio. L’Europa ci ha fin qui lasciati soli nel tentare di arginare il problema. Eppure abbiamo chiesto più volte aiuto. Macron, durante il G 7 di Taormina, aveva azzardato un mea culpa dicendo: “non abbiamo ascoltato l’Italia sull’ondata che stava arrivando e ora servono regole comuni Ue”.. Neppure 20 giorni dopo al vertice di Tallin ci ripensa e volta le spalle all’Italia. Passano pochi giorni e invita a Parigi  Fayez al- Serraj, premier del Governo di accordo nazionale voluto dall’Onu, e il generale Khalifa Haftar, uomo forte dell’est libico, per tentare un accordo, dimenticandosi di avvertirci. Poi convoca un nuovo vertice a Parigi ,con Germania, Spagna e questa volta l’Italia – assieme ai presidenti di Niger e Ciad per complimentarsi per il nostro lavoro in tema di contenimento dei flussi. La mia idea è che Macron e gli altri leader europei potrebbero aver deciso di sfruttare l’Italia per fare il lavoro sporco per poi limitarsi a mettere la ciliegina sulla torta con un vertice fatto ad arte, recitando la parte dei buoni, per riaccreditarsi in Libia e mettere le mani sulle risorse del Paese. Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio.

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 Fayez al-Sarraj e il generale  Khalifa Haftar
  • Nel libro dedica un ampio spazio alla storia della Libia, dall’impero ottomano al quarantennio gheddafiano…

Come ricorda Sergio Romano nella sua prefazione: né l’Impero ottomano, né l’amministrazione coloniale italiana, né il regno voluto dagli inglesi nel 1951 e neppure la stravagante terza via di Gheddafi sono riusciti a unificare una costellazione di tribù che non hanno mai rinunciato alla loro identità e alle loro prerogative. Il petrolio ha permesso a Gheddafi di comperare il consenso delle tribù creando una solo apparente unità. Poi, con le rivolte del 2011, le grandi potenze  hanno contribuito a peggiorare la situazione. L’intervento militare anglo-francese ha reso la Libia ancora più ingovernabile. Eppure sarebbe bastato leggere un libro di storia per capire che la Libia è un paese storicamente frammentato e quelle fratture sarebbero riesplose una volta defenestrato il rais senza un reale piano per il dopo.. Allora la mia risposta non può che essere: no, la storia non ci ha insegnato nulla!

 

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