La sindrome del leader e l’Opa del Pd per i 5 Stelle

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La sindrome del leader e l'Opa del Pd per i 5 Stelle
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Leader e Opa in progress. Letti in controluce, alla smaliziata luce dei tramonti romani, referendum, regionali e amministrative evidenziano esiti che vanno nella stessa direzione.La sindrome del leader e l'Opa del Pd per i 5 Stelle

Più che un trend, rappresentano una doppia svolta che potrebbe imprimere una accelerazione a scenari che molti si illudono siano adagiati sulla politica del miraggio e dell’eterno rinvio.

La prima svolta è quella della sindrome del leader: non più candidati per la guida del Governo partoriti da movimenti e partiti, attraverso lotte e scontri fra correnti e lobby, ma self made men, cioè candidati il cui successo sociale e professionale è dovuto esclusivamente alla credibilità, alla capacità dialettica e all’azione di coinvolgimento sociale ed elettorale che riescono a mettere in atto.La sindrome del leader e l'Opa del Pd per i 5 Stelle

Leader spontanei che aggregano le forze politiche e la società civile e sono in grado di rappresentare un punto di riferimento elettorale, come il Premier Giuseppe Conte, o Mario Draghi, oppure Romano Prodi, Luca Zaia, Carlo Calenda, Vittorio Colao, Paolo Gentiloni, Dario Franceschini e Matteo Renzi, tanto per fare degli esempi concreti.

A parte Giorgia Meloni, che ha già dimostrato sul campo di avere la versatilità e il background della leadership, nell’attuale panorama politico i vertici dei partiti riflettono i vecchi schemi del partito di lotta e di governo, sempre nei pressi di Palazzo Chigi e d’intorni.

Il voto del referendum e delle regionali prospetta invece come i cittadini elettori, con l’ eccezione delle generazioni cresciute a manifesti ideologici e assemblee, più che degli schieramenti si fidino delle persone e scelgano i leader, non i partiti.

La seconda svolta riguarda quella sorta di opa politica che, con pazienza e collaudata sottigliezza, il Pd sta mettendo in atto  nei confronti dei 5 Stelle. In particolare dell’ala del Movimento che si rifà a Luigi Di Maio, autocelebratosi vincitore del Referendum.

Un’alleanza che sa di inglobamento. Un’incorporazione politica che se anche dovesse spaccare i 5 Stelle, come sembra inevitabile, manterrebbe nelle mani di Di Maio il simbolo e la riconoscibilità elettorale del movimento e lascerebbe gli scissionisti in deficit di identità.

L’obiettivo è evidente: Pd, 5 Stelle e sinistra uniti sono in grado non solo di arginare, ma soprattutto di superare lo schieramento del centrodesta, non più monolitico.

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Matteo Salvini

I contraccolpi del fallito arrembaggio di Matteo Salvini alla Presidenza della Regione Toscana, un fallimento più pesante dell’analoga sconfitta in Emilia Romana, e le mortificanti disfatte di Fitto e Caldoro in Puglia e Campania, hanno riacutizzato dubbi, interrogativi e rimpianti per il potere perduto che il centrodestra rimugina dal fatale agosto 2019 che segnò l’uscita dal governo di Salvini. “Andò per suonarle e continua ad essere suonato” è la valutazione più benevola che viene fatta nel centrodestra nei confronti delle scelte politiche, tutte perdenti, fatte nell’ultimo anno dall’ex Ministro dell’Interno e almeno fino adesso indiscussa guida della Lega.La sindrome del leader e l'Opa del Pd per i 5 Stelle

Con il numero dei deputati che passerà dagli attuali 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200 e soprattutto con l’innalzamento di fatto della soglia d’ingresso in Parlamento, che oscillerebbe dal 6 all’8%, anche se la nuova legge dovesse prevedere uno sbarramento fra il 3 e il 5%, per le prossime politiche gli algoritmi elettorali sono già alla ricerca delle formule per individuare i leader vincenti e le maggioranze più proficue.

Verrà tenuto in considerazione quanto sosteneva Winston Churchill, secondo il quale  “Un  politico diventa uomo di stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni.” ? Speriamo di si, temiamo di no.La sindrome del leader e l'Opa del Pd per i 5 Stelle

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