Libia alla deriva fra guerra civile terrorismo e divisioni europee

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 Libia  somalizzazione in corsoLibia alla deriva fra guerra civile terrorismo e divisioni europee

Libia: solo odio e petrolio, sabbia e sangueNel cuore del Maghreb la guerra civile di tutti contro tutti rende sempre più concreto il rischio della somalizzazione della Libia.  Una infinita faida tribale che rende instabile ed esposto al terrorismo il fronte sud del Mediterraneo.

Durante la lunga crisi politica italiana a Parigi si sono dati da fare per tentare di egemonizzare quanto meno le due grandi regioni chiave, la Tripolitania e la Cirenaica, ricche di petrolio e risorse minerarie. Ma al vertice di Parigi, il secondo della Presidenza Macron, al  vortice delle belle parole e delle pacche sulle spalle non sono seguiti risultati concreti. Libia alla deriva fra guerra civile terrorismo e divisioni europee

”La Francia vuole garantirsi una transizione quanto più possibile favorevole ai propri interessi” conferma l’editorialista e analista Michela Mercuri, docente di Storia Contemporanea dei Paesi mediterranei ed esperta di Libia.

Libia alla deriva fra guerra civile terrorismo e divisioni europee

Michela Mercuri

  • Prospettive in Libia dopo il secondo  vertice parigino?

Dobbiamo distinguere il piano strettamente diplomatico dai risultati concreti. Al summit oltre ai leader antagonisti Serraj e Haftar,  erano presenti l’inviato dell’Onu per la Libia, Gassan Salamé e numerosi rappresentanti di vari Paesi tra cui Egitto ed Emirati Arabi Uniti, storici sostenitori di Khalifa Haftar, e Turchia e Qatar, da sempre vicini a Tripoli. Anche il “parterre” delle rappresentanze libiche era piuttosto nutrito, per lo meno rispetto al vertice del luglio  dello scorso anno. Al recente summit, erano presenti anche il presidente dell’alto consiglio di Stato Khaled al-Mishri e il presidente del parlamento, con sede a Tobruk, Agila Saleh.  Questo è un discreto successo diplomatico. Da un punto di vista pratico, però, non basta mettere quanti più attori possibili intorno a un tavolo per gridare al successo. Non c’è stata la firma di nessuna dichiarazione di intenti tra i rappresentanti libici ma solo un impegno a  rispettare le decisioni prese. Questo di certo non può essere considerato un successo.

  • Perché non c’è stata nessuna firma?

Per una persistente sfiducia tra le parti sintomatica del mancato riconoscimento reciproco tra gli attori presenti. Non a caso, neppure 48 ore dall’incontro parigino, al-Mishri, esponente di spicco della Fratellanza musulmana, avrebbe ribadito di non riconoscere la legittimità di Khalifa Haftar come comandante in capo dell’esercito libico. Non certo un buon inizio. Altra brutta notizia che ha pregiudicato fin dall’inizio il vertice riguarda la condanna dello stesso Haftar da parte di ben 13 importanti milizie libiche tra cui gli Zintan e le potenti milizie di Misurata e Sabratha.

  • Perché é grave?

In Libia sono anche e soprattutto le milizie che comandano. Alcune controllano i Consigli politici e militari delle principali città libiche. Lo aveva ben capito l’ex Ministro dell’interno Marco Minniti, che aveva fatto un accordo con alcune di loro per fermare i flussi migratori e lo ha ben capito anche Salamè, che fin dall’inizio del suo mandato ha puntato a rafforzare il dialogo con i gruppi locali. Pensare a un percorso elettorale senza questi attori vorrebbe dire fare i conti senza l’oste e compromettere fin dall’inizio il processo di stabilizzazione politica del Paese Macron, convocando un vertice sulla Libia e proponendo una sua road map autonoma senza prima accordarsi con le Nazioni Unite, rischia di creare una sovrapposizione di diplomazie decisamente dannosa. Iniziative unilaterali vanno tassativamente evitate.

  •  A proposito di elezioni. Macron ha proposto elezioni entro dicembre 2018. E’ fattibile?

Direi più che altro che Macron le ha imposte! In ogni caso le elezioni politiche in un contesto così frammentato e instabile non sono la soluzione per il consolidamento di un nuovo status quo. Sarebbe necessario invertire la prospettiva: non elezioni per stabilizzare la Libia, ma tentare di stabilizzare la Libia prima di indire elezioni.

  • E l’Italia che ruolo può giocare, tenendo conto del nuovo governo che si è appena insediato?

Abbiamo ancora le carte per tentare di avere un ruolo in questo negoziato. Siamo presenti nel territorio con l’Ambasciata a Tripoli e il consolato a Bengasi e negoziamo da tempo con gli attori locali che conosciamo meglio di chiunque altro, Macron compreso. Alcune nostre imprese, prima tra tutte l’Eni, sono presenti nel Paese. Voglio anche ricordare che sarà un consorzio di imprese italiane a costruire il nuovo aeroporto di Tripoli, con un contratto del valore di 79 milioni di euro. Il nostro Ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Perrone, ha definito il vertice di Parigi “un’occasione altamente mediatica”, ricordando che “divisioni e iniziative caotiche potrebbero contribuire al ritorno delle barche della morte”. Mi auguro che il neonato governo italiano tenga bene a mente queste parole e restituisca all’agenda libica la priorità che merita.Libia alla deriva fra guerra civile terrorismo e divisioni europee

 

 

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