Libia da incubo mentre su Roma grava l’effetto Pechino

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Libia da incubo mentre su Roma grava l’effetto Pechino
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Libia da incubo mentre su Roma pesa l'effetto PechinoLibia da incubo, in bilico fra il Libano e la Somalia. L’escalation di una incontrollabile guerra civile estesa da Tripoli a Bengasi mette a rischio la sicurezza nazionale dell’Italia e allarma non soltanto Roma ma anche Washington e Londra.

L’implosione potrebbe innescare una reazione a catena in tutto il Maghreb, perché la Libia è in realtà da anni un paese fantasma con una identità geografica che si regge sull’ologramma politico delle Nazioni Unite e soprattutto sui petrodollari.

Da Tripoli ad Algeri il nord Africa dirimpettaio delle coste italiane è una polveriera dalla quale si dipartono numerose micce. La più destabilizzante delle quali è quella dell’attacco contro Tripoli lanciato da Khalifa Haftar.

Libia da incubo mentre su Roma grava l'effetto Pechino
Il Premier libico al Serraj e il Generale Khalifa Aftar

“L’obiettivo di Haftar è quello di ergersi come unico uomo in grado di riunificare la Libia “ afferma l’editorialista e analista di strategie politico militari  Michela Mercuri, docente di Storia Contemporanea dei Paesi mediterranei ed esperta di Libia.

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Michela Mercuri
  • Il Feldmaresciallo in controluce:  è esclusivamente filo francese, alleato dell’Arabia Saudita, un poco filo russo e contemporaneamente non ha tagliato i ponti con gli Usa e l’Italia ?

Haftar è stato corteggiato da Francia, Russia, Emirati arabi, Arabia Saudita ed Egitto fin dalla sua affermazione nel teatro libico anche attraverso la fornitura di armi e supporto militare, forse utili anche a questa sua recente avanzata. Se è vero che Haftar ha incontrato spesso esponenti del governo italiano ed ha partecipato al vertice di Palermo del 12 e 13 novembre scorso, probabilmente grazie all’intercessione di Putin, resta alleato di ferro di chi gli garantisce il bottino più corposo. E non siamo certo noi italiani. Da tempo il generale appare il cavallo vincente di questa “partita libica” ma, per dirla con una metafora, il cavallo vincente ha tanti fantini che lo corteggiano. Perché dovrebbe decidere di allearsi con chi ha sempre sostenuto i suoi avversari?

  • Una stabilizzazione in Libia in “modalità Haftar” sarebbe peggiore dell’attuale situazione ?

Lo sarebbe per l’Italia. L’Eni ricava dalla Tripolitania più del 70% del petrolio che estrae in Libia. Abbiamo siglato accordi con le autorità di Tripoli e con la guardia costiera per le politiche di contenimento dei flussi migratori. Il caos nell’ovest non gioverà certo alla posizione politica e diplomatica del nostro paese. Sabato l’Eni ha evacuato il suo personale, in via precauzionale. Lo aveva già fatto in altre occasioni ma poi i lavori sono sempre ripresi, grazie al capitale di fiducia storicamente sviluppato dall’azienda con gli attori locali libici e alla sua capacità di “muoversi” nei mutevoli e complessi equilibri del paese. Se, dunque, al momento, gli interessi dell’Eni non paiono a rischio, quelli dell’Italia si, soprattutto a livello diplomatico e “contrattuale” nei confronti degli alleati internazionali di Haftar.Libia da incubo mentre su Roma grava l'effetto Pechino

  • E per quanto concerne la situazione interna della Libia ?

Se Haftar fosse in grado di garantire la stabilità anche a Tripoli e dintorni la popolazione potrebbe giovarne, visto che Serraj non si è dimostrato in grado di pacificare la zona. Tuttavia al momento l’azione di Haftar, che aveva tutta l’aria di essere solo “dimostrativa” e comunque senza spargimento di sangue, sta assumendo le sembianze di una guerra civile, specie contro le potenti milizie di Misurata. Se questa è l’idea di “stabilizzazione” di Haftar, allora potrebbe essere peggiore dell’attuale situazione. Per dare un giudizio definitivo, dobbiamo capire se e come Haftar e suoi alleati internazionali decideranno di operare.

  • Ruolo dell’Italia dopo l’iniziativa di Trump di inviare un Ambasciatore straordinario  a Tripoli ?

L’Italia ha firmato un memorandum d’intesa con la Cina, ha posizioni divergenti da quella americane sulle sanzioni alla Russia o sul destino di Maduro e questo infastidisce non poco Trump. Per questo ritengo che, seppure il presidente americano sia stato uno dei principali alleati dell’Italia per la realizzazione della conferenza sulla Libia – tanto che l’idea era nata in occasione della visita di Conte a Washington nel luglio del 2018 – ora le cose sono cambiate e l’Italia difficilmente potrà contare su Trump. Inoltre, va ricordato anche che  il presidente americano è molto più interessato alla partnership con i sauditi che a quella con l’Italia. Riad è tra gli alleati e finanziatori di Haftar e forse tra quelli che lo hanno aiutato in questa avanzata, ma per mantenere le vitali relazioni economiche con i sauditi Trump potrebbe aver chiuso più di un occhio. Forse la presenza di un ambasciatore straordinario americano a Tripoli, potrebbe non essere un segnale di vicinanza all’Italia quanto piuttosto un avvertimento al Cremlino.

  • Assieme alla polveriera Libia soffiano venti di crisi anche in Algeria. C’è il rischio di una destabilizzazione del Nord Africa dirimpettaio dell’Italia?
    L'Algeria che vuol fare rima con democrazia
    Il Generale Gaïd Salah il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Algerino che ha costretto alla dimissioni il Presidente Bouteflika

Nonostante le dimissioni di Bouteflika la situazione dell’Algeria, vicina di casa della Libia, non può essere considerata risolta. Resta l’incognita del futuro. In molti ipotizzano una transizione gestita dai militari – magari concordata con sindacati e opposizioni- che possa portare a una qualche presidenza “collegiale”. Per fare un paragone un po’ azzardato, potremmo dire “una sorta di modello tunisino”. Tuttavia ora il potere è chiaramente in mano ai militari e non possiamo escludere che questi possano arroccarsi su posizioni di maggiore chiusura per mantenere strette le redini del potere. E’ poi necessario chiedersi se le piazze saranno disposte a fermarsi. Per ora le proteste vanno avanti, i movimenti e gli attivisti continuano a supportare i giovani nelle piazze ma mancano di una rappresentanza politica forte e coesa, capace di convogliare il dissenso in un progetto elettorale in grado di rappresentarne le istanze. Questo potrebbe favorire, così come accaduto durante le rivolte egiziane, i partiti già consolidati che hanno poco a che vedere con le richieste dei manifestanti. Non possiamo dunque escludere una possibile crisi anche in Algeria.

  • Quanto incide l’evoluzione della situazione in Libia e in Algeria per la sicurezza nazionale del nostro Paese?

La Libia e l’Algeria sono decisamente collegate, non solo geograficamente. L’instabilità dell’ovest libico e la conseguente porosità e incontrollabilità dei confini potrebbe mettere a rischio l’Algeria che, per la sua posizione geografica e la ricchezza del sottosuolo, potrebbe essere il territorio ideale per i miliziani dello Stato islamico presenti in Libia. Già nel 2015 l’Interpol aveva trasmesso alle autorità algerine una lista di 1.500 terroristi, molti dei quali affiliati a Isis, che cercavano di eludere il sistema di controllo delle frontiere con il semplice utilizzo di passaporti falsi. In Algeria l’Isis sta realizzando un sistema di alleanze con gruppi jihadisti locali. Inoltre, con le coste libiche più controllate, i vari trafficanti, in parte invischiati con alcune sigle terroristiche, stanno cercando nuovi lidi da dove far partire i propri barconi. Il Paese nordafricano potrebbe rappresentare un possibile crocevia per il flusso dei migranti dagli Stati dell’Africa centrale verso il Mediterraneo, divenendo il nuovo hub di un business molto remunerativo. Non è un caso se negli ultimi tempi sono aumentati gli sbarchi di migranti partiti dalle coste algerine e diretti in Spagna e Sardegna. Secondo i dati dell’Unchr, nel 2017, sarebbero giunte nell’isola italiana oltre 1.800 persone provenienti dall’Algeria, nel 2016 erano state poco più di 600. Se la Libia continua a precipitare, l’Algeria non precipiterebbe necessariamente con lei, ma sicuramente avrebbe più problemi da risolvere.Libia da incubo mentre su Roma grava l'effetto Pechino

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