L’idea di un’altra Sicilia: l’eredità di Piersanti Mattarella

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L'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella
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Pubblichiamo l’articolo scritto per l’edizione palermitana di Repubblica dall’economista ed editorialista Salvatore Butera in occasione del 40° anniversario dell’assassinio politico mafioso del Presidente della Regione Siciliana Piersanti MattarellaL'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti MattarellaL'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella

by Salvatore Butera

Ho scritto molto, forse troppo, su Piersanti Mattarella e  sul suo martirio, e ora, quest’anno, Epifania 2020, mi trovo davanti questo pesantissimo anniversario : quaranta anni, un tempo lungo di fronte al quale tremano i polsi, con un senso di lontananza e quasi di smarrimento.

Molti non lo conoscono, altri forse l’hanno sentito appena nominare. Eppure a mano a mano che il tempo passa  la figura di Piersanti giganteggia.

Essa esce dagli angusti confini siciliani per assumere i contorni di un grande personaggio  nazionale, che ha vissuto una vicenda nazionale, nonostante la Sua ferma volontà di rimanere in Sicilia. L'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella

La Sua fine, ancorchè inevitabilmente legata a vicende di mafia, resta tragicamente ferma a quel 6 gennaio 1980 distante appena  diciannove mesi dal 9 maggio 1978 data della morte di Aldo Moro, di  cui egli era, possiamo dirlo con certezza, l’erede politico in grado di riprendere le fila del complesso mondo della sinistra democristiana e di riportarla al governo del partito e del Paese.

E l’effetto politico della quasi simultanea scomparsa dei due leader fu immediato. La DC riunita a congresso a Roma poco più di un mese dopo (febbraio 1980) lungi dal cedere alle ormai tramontate ipotesi morotee, si avviò, sulla base del famigerato preambolo di Donat Cattin, sulla strada opposta, quella di destra per una alleanza strutturale con il PSI di Craxi, che tutti sappiamo come finì.

L'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella
Salvatore Butera ( Foto Mike Palazzotto)

Un vero e proprio rappel a l’ordre, nazionale e internazionale, rispetto alle … stravaganti alleanze di Moro e Mattarella.

Oggi quaranta anni dopo quei tragici eventi  il fratello minore di Piersanti, Sergio, siede come tutti sanno, sullo scranno più alto della Repubblica,  non certo per un compenso al dolore e alla profonda ferita subita ma piuttosto in virtù di una carriera politica  iniziata, sì quel 6 gennaio, ma poi condotta avanti, a Roma più che in Sicilia, con merito ed equilibrio, quell’equilibrio che tutti gli riconoscono e che lo ha portato così in alto dopo diversi incarichi ministeriali  e di partito, che molti oggi non ricordano.

L'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Perchè qui emerge una caratteristica direi  fondante del gruppo familiare dei Mattarella e cioè la estrema ritrosia a parlare e a far parlare di sé, ivi compresa la tragedia del 6 gennaio che, lasciatemelo dire, è forse la meno  ricordata e celebrata  fra le tante  altrettanto  gravi dei terribili anni di piombo di Palermo.

E ora in questi ultimi anni e in questo 2020 che sta per iniziare  sembra che questo atteggiamento di riserbo, quasi di ritrosia della famiglia tutta di Piersanti stia dando frutti,  in virtù di  una obiettiva, sia pur tardiva rivalutazione di un episodio della vita del Paese che meritava invece fin da subito una opinione pubblica più sensibile, un giudizio meno superficiale, uno scavo più  deciso su esecutori e mandanti. Oggi Piersanti avrebbe 83 anni, a maggio 84 ma questo gioco non vale la candela.

Non sappiamo e non sapremo mai quale sarebbero state la sua vita pubblica e quella  privata. Quella vita si è fermata il 6 gennaio 1980, i suoi figli, cui sono molto affezionato, navigano più verso i sessanta che i cinquanta. Il tempo passato è troppo per tentare una qualunque forma di attualizzazione. Il Paese sembra aver perso la bussola, sono finiti la prima e la seconda repubblica, la democrazia cristiana, la mafia, l’autonomia regionale, la questione meridionale, il meridionalismo.

Quelli che invece non sono finiti e che sembrano non finire mai sono gli stereotipi sulla Sicilia.

La Sicilia non è riuscita a far passare il messaggio di alcuni cambiamenti che ne hanno mutato il volto nelle città e nelle campagne(senza peraltro essere risolutivi) e non è quindi riuscita a modificare nel profondo il suo originario difficile rapporto con lo Stato e con la comunità nazionale. Eppure, sia pure in condizioni tuttaffatto diverse, quaranta anni fa Piersanti lo aveva capito e in un discorso ai giornalisti siciliani a Cefalù aveva affrontato l’argomento, uno dei temi a Lui più cari dei suoi ultimi giorni.L'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella

E aveva pensato di  chiamare in Sicilia un grande giornalista di dimensione e prestigio nazionale per occuparsi in maniera professionale dell’immagine dell’Isola. Da queste idee da questi progetti, dal discorso a Pertini in visita in Sicilia a novembre ’79, certo il suo testamento spirituale, viene fuori che con Piersanti alla guida c’era il rischio che la Sicilia cambiasse davvero.

Il progetto di  convincere la RAI a barattare il terreno di Viale Strasburgo già acquistato ma che produceva solo mandarini con un’altro assai più ampio, di proprietà del demanio regionale, alla rotonda di Via Leonardo da Vinci in cui costruire attigui il Centro congressi e la sede della RAI  fu una di quelle idee che battagliando portava avanti con difficili  e lenti passi avanti.

Non erano solo ideali democratici, non era solo fede nella politica vera senza compromessi, non era solo seguire il magistero di Moro.

Era la concretezza dei problemi e delle soluzioni, era il lavoro quotidiano senza posa sui temi in cui credeva, era l’impegno generoso e coerente per cambiare questa terra nella quale aveva deciso di restare a lottare nonostante le sirene romane continuassero a cantare per attirarlo in ambiti più vasti e più centrali.

Si  sarebbe salvato. E invece in quei lontani giorni di fine anni ’70 noi tutti continuavamo a crederci, a seguirlo, ad ammirarlo.

Ha detto bene Luca Orlando in un  documentario televisivo ove figuravo anch’io con altri: “Noi non ci aspettavamo questo” (si riferisce all’assassinio) rivelando (ed io ora  con lui) una sorta di età dell’innocenza, un’età che Piersanti aveva dovuto e saputo superare, sempre in anticipo su tutti noi. Un gruppo di giovani di qualità ma del tutto privi di esperienza politica, e di quella politica che allora circolava in Sicilia, entusiasti ma forse non molto prudenti. L'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella

Al contrario sono molte le testimonianze che descrivono Piersanti preoccupato e consapevole soprattutto negli ultimi giorni, dopo la visita a Rognoni a novembre, la stessa ultima domenica mattina nelle telefonate fatte e ricevute a casa, prima di uscire in via Libertà.

Chissà da quanti giorni, forse da mesi, chi lo doveva uccidere aspettava e controllava quello scivolo e quella pizzeria, chissà da quanto tempo il suo destino era segnato e noi non sapevamo niente e  non ce lo  aspettavamo, come bene ha detto Luca.

E invece  anche lui in definitiva avrebbe potuto dire, come dirà don Puglisi in punto di morte: me lo aspettavo.

E tornerei sul discorso a Pertini: qualcuno ha detto che andrebbe distribuito e spiegato nelle scuole. Era il 9 novembre del 1979. Piersanti aveva meno di due mesi di vita.  Eppure in quel testo, che suscitò l’ammirazione e l’amicizia personale di Pertini che lo pianse come un figlio conosciuto troppo tardi, è contenuto tutto il Suo messaggio..

Che dice quel testo? L’autonomia come conquista all’interno del regionalismo come equilibrato esito di una secolare tradizione  storica, il netto rifiuto di ogni forma di sicilianismo (senza masi nominarlo) ed anzi una politica di solidarietà con le altre regioni a  statuto speciale e con quelle del Mezzogiorno, non una lamentela ma il  riconoscimento dignitoso del giusto peso della Sicilia, con tutto il suo bene e tutto il suo male, all’interno della comunità nazionale intesa come situazione irrinunciabile di appartenenza anche ai valori della Resistenza e della Costituzione.

Non posso riscriverlo tutto, chi vuole vada a cercarlo nei due volumi pubblicati e ristampati dall’Assemblea regionale. Credetemi è un testo fondamentale che resta e che vale ancora per tutti.  Su Piersanti si è fatto anche del buon giornalismo, qualche raccolta volenterosa, la bella biografia di Giovanni Grasso (Paoline). Ora io credo che sia venuto il momento della storia, l’ho detto ai figli lo ripeto pubblicamente qui.

C’è uno stuolo di storici cattolici (magari allievi dell’indimenticabile Pietro Scoppola) di grande valore. Sceglietene uno e dategli da studiare le, poche o molte che siano, carte di Piersanti. Egli appartiene già alla storia di questo Paese, occorre trovare chi lo descriva, quando, asciugata ogni lacrima, bisognerà consegnare ai suoi cinque nipoti il suo nobile e cristiano retaggio.L'idea di un'altra Sicilia l'eredità di Piersanti Mattarella

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