Mariupol, decimo girone dell’inferno. Un inferno vero, disumano, che gronda sangue e disperazione. Aggiunto dalla storia degli orrori più efferati dell’umanità ai nove originari gironi dell’inferno dantesco.

Trasformata nella Stalingrado della resistenza ucraina, Mariupol é per i russi una spina nel fianco della battaglia per il Donbass appena iniziata e che sta impegnando gran parte delle nuove divisioni mobilitate da Mosca e lanciate sul fronte meridionale dell’invasione dell’Ucraina.
Dietro ogni finestra dei palazzi distrutti di quella che era la capitale siderurgica sul Mare d’Azov, si annida uno sniper, un cecchino, in grado di fulminare da solo, prima di essere individuato, decine di soldati russi, ceceni e mediorientali sguinzagliati fra le rovine fumanti. Uno stillicidio di vittime che può annientare interi reparti delle truppe d’invasione.
I cecchini si nascondono nei bunker sotterranei e ricevono via satellite, dall’intelligence di Kiev e occidentale, le coordinate dell’accerchiamento in corso e le vie di fuga.

Per evitare il rischio di essere inchiodati per mesi proprio come a Stalingrado, lo stato maggiore russo ha deciso di impiegare le micidiali bombe FAB-3000 sganciate dai bombardieri Tupolev TU. Si stratta degli ordigni antibunker, copie in scala ridotta delle super bombe Gbu-43 americane da 11 tonnellate di esplosivo, usate per la prima volta nel 2017 in Afghanistan nel distretto di Achin, provincia di Nangarhar, per sventrare i tunnel dell’Isis.




