Lo sgomento esistenziale dell’arte

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Lo sgomento esistenziale dell’arte
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by  Antonino Cangemi

L’arte conduce “di fronte all’abisso” ed è “pure una specie di preghiera…Di quelle preghiere, comunque, che avrebbero vergogna di chiedere un miracolo per sé dopo che altri sono stati abbandonati al delirio”. In queste frasi del breve racconto “A teatro, in ritardo”, in appendice al trittico drammaturgico di Gianfranco Perriera “Non ho la forza di correre e due altre storie di ordinaria infelicità” edito da Medinova, sembrano palesarsi lo sgomento esistenziale che pervade i tre testi e l’improba e assai poco gratificante funzione affidata all’arte: svelare il baratro verso cui precipita l’umanità invocando solidale e misericordioso soccorso.Lo sgomento esistenziale dell’arte

Tre drammi in forma di monologo (con un abbozzo di dialogo nel terzo atto di “Non ho la forza di correre”) nei quali risaltano la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, il suo cinismo, il male che si annida dentro e fuori sé stesso, e in cui palpita la pietas per chi, ferito quasi mortalmente da tanta atrocità, non ha la forza di rialzarsi e di tentare un riscatto dallo “scacco” subìto.

La violenza, cruda e crudele, domina nelle storie raccontate da Perriera che se, da un lato, possono essere espressione della cronaca – quella più macabra – dall’altro assurgono a rappresentazione di una condizione umana soffocata da una (irrimediabile?) infelicità.

Nel primo, “Non ho la forza di correre”, si ritrovano in una sorta di anticamera dell’inferno un operaio suicidatosi dopo avere ucciso il datore di lavoro che l’aveva licenziato e una donna morta per le percosse subìte dal compagno; nella stanza s’intravede una porta aperta (evidente la citazione del dramma di Sartre “A porte chiuse”: “E arriva il terzo che manca per essere uguali alla storia del libro”) e l’uomo invita la donna a cercare l’uscita; la donna però si rifiuta: “Io non ce l’ho la forza di correre”. Nel secondo, “Cani”, il racconto di una donna stuprata da un branco di uomini (“cani rabbiosi”), il dolore fisico, l’umiliazione patita che spegne ogni suo sogno. Nel terzo, “L’autista”, la sopraffazione è ancora più perversa perché la vittima (“l’autista”) non solo non riesce a ribellarsi al carnefice (“il boss”) ma, assecondandolo, ne diventa complice: anche qui una storia che ha al centro la violenza sulle donne.

Lo sgomento esistenziale dell’arte
Gianfranco Perriera

Se in tutti e tre i drammi è comune l’orrore della violenza e la soccombenza dei più fragili e delle donne in particolare, l’assuefazione al male e alla sconfitta in essi ha una gradazione diversa, come osserva Guido Valdini nell’intelligente prefazione: più marcata in “L’autista” e in “Cani”, un po’ meno (ma solo un po’) in “Non ho la forza di correre”, dove affiora un briciolo di speranza nel senso dell’umano: “Non penso che tutto debba avere per forza un senso. Però non lo so se questo essere avvolti nella penombra, dentro questa stanzetta, sotto questa luce scialba, non abbia almeno un po’ di senso. Del resto non si è umani se non finiamo per supporcelo un po’ di senso”. E comunque nelle tre piéces vi é anche, a rendere meno definitiva ed estrema la condanna dell’uomo, il rigurgito della coscienza che s’insinua in particolare non solo nel suicidio del protagonista di “Non ho la forza di correre”, ma anche nel singhiozzo dell’autista.

 Infine, uno spiraglio di luce può cogliersi nel dotto saggio “La colpa di essere guardata” che – traendo spunto dal racconto biblico e dalle rappresentazioni figurative del tema di Susanna e i guardoni – indaga acutamente la condizione della donna oggetto dello sguardo e del desiderio dell’uomo, concludendo che “la donna e il femminile dal punto di vista simbolico, malgrado o forse proprio per la violenza che ha dovuto sopportare, raffigura quell’anelito a che la coscienza rifiuti di arrendersi alla legge del più forte e si incammini verso una gentile trascendenza”.Lo sgomento esistenziale dell’arte

 

 

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