Natale: come prevenire la sindrome delle festività

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Natale come prevenire la sindrome delle festività
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

La festa – interruzione del ciclo lavorativo quotidiano – è un’esigenza antropologica insopprimibile. Che sia di di venerdì (islamici), di sabato (ebrei) o di domenica (cristiani); che sia il 21 marzo (inizio della primavera) o il 25 dicembre (Natale e la prossimità col solstizio d’inverno) o in altra data più o meno convenzionale, come il Capodanno, poco importa.

Comunque, una pausa è necessaria per ricordarci, e sperimentare, che l’orizzonte della vita non è solo il fare, il guadagnare, il neg-otium, ma altresì il contemplare, il condividere, l’otium.

Ciò che provoca amarezza, e lascia delusi, dopo ogni festività è la sensazione – più o meno consapevole – di aver sprecato un’occasione preziosa. Di aver perso un appuntamento avvertito come imperdibile. Dove, come, perché si consuma questa sorta di tradimento delle aspettative?Natale come prevenire la sindrome delle festività

Sulla scia del libretto di Erich Fromm, Avere o essere? (che dal 1976 accompagna in molte lingue una generazione dopo l’altra) potremmo rispondere: perché viviamo la festa nell’ottica dell’avere, non dell’essere.

Rileggiamo almeno qualche riga: «Nella società industriale, il tempo domina sovrano. L’attuale modo di produzione esige che ogni azione sia esattamente calcolata nel tempo […].

Il tempo è divenuto il nostro sovrano, e soltanto nelle ore libere abbiamo, ma solo in apparenza, una certa scelta. Infatti, di regola organizziamo il nostro tempo libero esattamente come organizziamo il nostro lavoro, oppure ci ribelliamo alla tirannia del tempo dandoci all’assoluta pigrizia».Natale come prevenire la sindrome delle festività

Dunque, anche nei periodi di stacco dall’ indaffaramento quotidiano, restiamo prigionieri del modello produttivistico: o per imitazione (organizziamo le vacanze natalizie come se fosse un lavoro da progettare e eseguire a regola d’arte) o per contrapposizione polemica (ci proponiamo di trascorrere le giornate libere nell’inattività completa, dunque nell’iniziale euforia dell’interruzione e nella successiva noia del vuoto).

C’è un’alternativa all’approccio dell’avere ? Come declinare, in concreto, l’atteggiamento incentrato sul primato dell’essere ?

Nelle società “sacrali” è più facile aggregarsi in momenti che sono – almeno sulla carta – di crescita complessiva, di maturazione spirituale, di convivialità gratuita. Ma nelle società fortemente “secolarizzate”, come la nostra, partecipare a liturgie e riti religiosi senza convinzione intima non può che risolversi in un ulteriore motivo di delusione, di frustrazione. Si può uscire dalle chiese in cui ci si è rifugiati con l’amara sensazione di aver tentato, invano, di prendersi in giro, fingendo di credere a narrazioni teologiche di cui non cogliamo più il senso autentico.

In questo contesto, ogni persona deve trovare una sua prospettiva sulla base della propria biografia, delle proprie convinzioni attuali, del proprio contesto socio-culturale.

L’essenziale è scoprire, o riscoprire, che siamo animali pensanti, amanti, emotivi, sociali: dunque capaci non solo di attività ‘utili’ (irrinunziabili), ma anche di attività ‘inutili’ (almeno altrettanto necessarie), come passeggiare in riva al mare, preparare una cena per un ospite che di solito consuma in solitudine i suoi pasti, ascoltare musica, raccontare barzellette agli amici al bar, meditare in silenzio su un testo di mitologia ebraica, visitare una mostra di quadri, fare sesso con una persona cui vogliamo  bene e che ne vuole a noi, chiacchierare con la zia anzianissima ospitata in una residenza sanitaria…

Gli esempi possono suggerire che si tratti di preoccupazioni tipicamente borghesi. In parte è così: le leggi non scritte del capitalismo, cancellando antiche leggi morali e recenti leggi scritte in conseguenza delle lotte dei lavoratori, pongono milioni di cittadini nelle condizioni di dover “faticare” nei periodi festivi come e più che negli altri e di non potersi neppure porre interrogativi ‘filosofici’ su come sia preferibile affrontare le giornate libere. Ma, a ben vedere, non si tratta di interrogativi di ‘lusso’: in tutte le classi sociali si registra, trasversalmente, l’ineducazione a fruire del tempo festivo (più o meno lungo) in maniera significativa, appagante.

Perfino guardando con fiducia a una futura società senza classi, Herbert Marcuse si chiedeva se tale nuova situazione socio-economica sarebbe davvero una conquista qualora i cittadini non avessero imparato il gusto del bello al di là del possesso.

Conclusione: le imminenti feste natalizie non hanno più, per la maggior parte di noi, un senso prefabbricato. Dobbiamo prepararne uno  nostro originale, davvero nostro.Natale come prevenire la sindrome delle festività

 

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