Nel deserto della politica la sorgente è di Giorgia Meloni

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Nel deserto della politica la sorgente è di Giorgia Meloni
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Nella lunga marcia fra le dune del deserto della politica, tra i vari leader soltanto Georgia Meloni – secondo l’andamento costante e convergente di tutti i sondaggi – è al momento in grado di raggiungere l’oasi del successo elettorale. Tanto da essere tentata dall’exploit personale per sfuggire alla guerra scatenatale contro da alleati sicari.

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Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Fra le tempeste di sabbia, il caldo infernale, gli incendi e i cicloni di questo agosto, il filo conduttore della coscienza civile del Paese ci ricorda anche quanto ulteriore dolore e quante nuove ombre che vengono dal passato incombono sui tragici anniversari delle stragi e dei delitti senza verità e giustizia.

L’Italia allo specchio della storia e della politica è diametralmente diversa da quella di un secolo addietro, del marasma del 1921 sfociato nella nascita della dittatura fascista.

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Mario Draghi

Soprattutto perché, a differenza del “fascismo come autobiografia di una nazione”, come scrisse Piero Gobetti, e dell’amara affermazione di allora “quest’Italia non ci piace” di Giovanni Amendola, i protagonisti di oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Mario Draghi testimoniano quotidianamente, istituzionalmente e parlamentarmente, che l’autobiografia del Paese è esclusivamente la Costituzione repubblicana e che questa Italia vincente e sinceramente stimata nel mondo piace moltissimo a tutti.

Eppure, nonostante sia orgoglioso per i successi sportivi agli Europei di Calcio e alle Olimpiadi di Tokio e venga considerato il nuovo baricentro dell’Europa e delle alleanze internazionali, il Paese si trova paradossalmente sbilanciato da una politica che ad un secolo di distanza si ritrova a fare i conti da un lato con le mutazioni genetiche del fanatismo nazionalista e populista e dall’altro col dilettantismo qualunquista e movimentista.

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Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi

La vecchia politica è morta, viva la nuova politica? Si, ma quale? La drammatica carenza di classi dirigenti, evidenziata dalle candidature amministrative da quasi tutti i partiti, evidenzia un vuoto che non è solo generazionale, ma purtroppo anche culturale e ideale.

Come dimostra il confronto sulla riforma della giustizia, (una riforma soltanto iniziale del processo penale in ritardo, anzi, fuori tempo massimo da 40 anni) l’incapacità di molti esponenti politici di cogliere il significato stesso delle parole che leggevano, gli interessi corporativi e i cinici calcoli elettorali, hanno spinto il paese sull’orlo del baratro.

Pressappoco come nel 1921, anche se evidentemente con ben altre prospettive democratiche. Tanto che in qualche commento é freudianamente aleggiato il riferimento ad un governo militare, mimetizzato sotto la classificazione di ipotesi di terzo tipo, quella dell’impossibilità.

Tramontata la prassi craxiana del generale agosto, determinata dalla chiusura estiva delle Camere, la scala Mercalli della politica, oltre ai rischi per le minacce di attacchi cibernetici alle infrastrutture strategiche nazionali, regionali e industriali, e alle polemiche strumentali sugli sbarchi di profughi nord africani e i green pass, prevede un progressivo susseguirsi di scosse e fratture in tutte le principali forze politiche.

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Giuseppe Conte e Luigi Di Maio

Per i 5 Stelle, il battesimo sul web della leadership di Giuseppe Conte sembra destinato ad alimentare invece che placare i contrasti fra le tre principali aree interne: i governisti che fanno capo al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, gli ex Chigisti capeggiati dall’ex Premier e neo Presidente del Movimento Conte,  e gli orfani dei “vaffa” alla Tav, al Tap –  l’oleodotto Gasdotto Trans Adriatico – all’Ilva di Taranto, l’esproprio delle autostrade, il ponte di Messina e da ultimo la prescrizione. Tutti provvedimenti solennemente osteggiati e poi subiti e votati in parlamento. Oltre a misurare l’entità della eventuale sconfitta a Roma e alle amministrative, il braccio di ferro fra i 5 stelle, previsto in autunno sull’abolizione travestito da ridimensionamento del reddito di cittadinanza e sulla riforma del fisco, anticiperà la conta interna in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica.

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Enrico Letta

Sul Quirinale si regoleranno anche i conti interni che le amministrative potrebbero innescare al Nazareno. L’andamento della candidatura di Gualtieri al Campidoglio deciderà le mosse del tandem Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini, nonché dei Ministri Andrea Orlando, Dario Franceschini e Lorenzo Guerini. Protagonisti in grado di spostare l’asse della segreteria Pd, ma tutti ufficialmente abbottonatissimi, come lo stesso Enrico Letta, sulla scelta dell’eventuale successore di Mattarella o della probabile rielezione del Presidente uscente.

La Lega oscilla fra le quotidiane raffiche dialettiche di Matteo Salvini e le pezze ricuci-maggioranza di governo di Giancarlo Giorgetti, vero regista del partito di lotta e di governo di via Bellerio, considerato a Palazzo Chigi alla stregua di un vice premier ombra.

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Matteo Salvini Giancarlo Giorgetti Luca Zaia

Il sospetto che si trattasse di un pirandelliano gioco delle parti è stato fugato dalle sorridenti, ma gelide. precisazioni del Ministro dello Sviluppo in merito a quelli che gli ambianti parlamentari avevano classificato come attriti con il segretario.

Giorgetti non è affatto solo e assieme al Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, ad altri presidenti di regione e agli ambienti industriali avrebbe in sostanza notificato a Salvini che non vengono condivisi affatto l’alleanza siglata a nome della Lega con il leader del populismo anti europeo Orban, l’indefinito progetto di federazione che sembra l’acquisto della nuda proprietà di Forza Italia e i continui attacchi al governo sul green pass e sbarchi. Ma il fronte più sdrucciolevole per i legisti che Giorgetti avrebbe intuito è quello che potrebbe aprire Giorgia Meloni.Nel deserto della politica la sorgente è di Giorgia Meloni

Invitata in Sardegna da Silvio Berlusconi, la leader di Fratelli d’Italia ha ascoltato con pazienza le giustificazioni del Cavaliere per l’esclusione dal Cda della Rai e per il tentativo di tenere fuori FdI dal Copasir e dalle nomine dei vertici delle grandi aziende. Ha ascoltato con ancora più pazienza le assicurazioni sul rinvio di ogni programma di federazione con la Lega e poi quelle sulle chance che il fondatore di Forza Italia presume di avere per il Quirinale. Ha ringraziato per l’invito e ha salutato. Ma già durante il rientro a Roma,  Giorgia Meloni avrebbe maturato l’idea di valutare la fattibilità di una eventuale presentazione delle liste di Fratelli d’Italia al di fuori dall’alleanza di centrodestra. Per la Lega e Forza Italia sarebbe la fine delle ambizioni di Governo e il tramonto dei rispettivi leader. Insomma: à la guerre comme à la guerre.

Per il progressivo incremento di consensi che tutti i sondaggi attribuiscono a Fratelli d’Italia,  Giorgia Meloni potrebbe  rappresentare l’exploit dell’aggregazione unilaterale di un nuovo polo di centrodestra in grado di catalizzare tutti i fuoriusciti vecchi e nuovi da Forza Italia, dalla Lega, dal gruppo misto e dagli stessi 5 Stelle.Nel deserto della politica la sorgente è di Giorgia Meloni

Tutto si deciderà fra novembre e marzo. In attesa  dell’esito delle amministrativi e del voto per il Quirinale,  la maturazione e le eventuali conferme sull’ipotesi di Giorgia Meloni che stacca definitivamente Salvini e vara l’eventuale lista autonoma di Fratelli d’Italia, innescherebbe altre aggregazioni sul versante opposto, quello liberal progressista e di sinistra.

Col Pd che potrebbe ritrovarsi in mezzo al guado della metamorfosi che lo trasformerebbe da partito tradizionale a terminale web e social della maggioranza dell’opinione pubblica dichiaratamente filo Mario Draghi.Nel deserto della politica la sorgente è di Giorgia Meloni

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