Andata e ritorno di Pupi Avati nel Paradiso di Dante

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Andata e ritorno di Pupi Avati nel Paradiso di Dante
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Maggie S. Lorelli

Cos’hanno in comune Dante Alighieri, padre della lingua italiana e autore della sublime Comedìa e il grande regista e sceneggiatore Pupi Avati? Essere innanzitutto sapienti narratori di storie, potenti creatori di mondi attraverso le arti della parola e dell’immagine.

Andata e ritorno di Pupi Avati nel Paradiso di Dante
Pupi Avari

Pupi Avati, Maestro di entrambe le arti, vanta una lunga carriera di romanziere, oltre ad aver diretto alcune fra le pellicole più significative di un intero cinquantennio del cinema italiano: “Aiutami a sognare”, col quale Mariangela Melato ha vinto il Nastro d’argento e il David di Donatello come miglior attrice, “Una gita scolastica” e “Regalo di Natale”, il primo della rivelazione, il secondo della consacrazione di Carlo delle Piane, attore indissolubilmente legato al regista nella memoria collettiva, rispettivamente alla 40ª e alla 43ª edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, e ancora “Magnificat”, “Festival”, “Il testimone dello sposo”, “Il cuore altrove”, che gli è valso il David di Donatello come miglior regista nel 2003 e tanti altri capolavori fino a “Lei mi parla ancora” del 2021, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Sgarbi, padre di Elisabetta e Vittorio. Con il romanzo L’alta fantasia, uscito nel 2021 per Solferino, la narrazione del regista-scrittore irrora di nuovo verbo la memoria dantesca, per tornare a farsi immagine in un film recentissimo.

Andata e ritorno di Pupi Avati nel Paradiso di Dante

Attraverso un doppio canale narrativo che vede da una parte il viaggio di Giovanni Boccaccio, l’autore del Decameron, compiuto circa trent’anni dopo la morte di Dante sulle tracce di sua figlia, monaca al convento delle clarisse di Santo Stefano degli Ulivi, e dall’altra dei flashback sulla biografia dantesca tratti da La Vita Nova, Pupi Avati ci restituisce una figura dantesca umanizzata, meno idealistica rispetto a quella sedimentata nel comune immaginario. La storia, che apre squarci nella vita privata del Sommo Poeta approfondendo il complesso e ambivalente rapporto di amicizia con Guido Cavalcanti, altro esponente illustre del Dolce Stil Novo, facendo luce anche sulla dolorosa esistenza della moglie Gemma Donati, rischiara anche la figura di Beatrice rendendola più donna e “meno Barbie”. Il regista parla del suo romanzo e della sua personale visione di Dante nell’intervista recentemente rilasciata a La Voce di New York.

Quando e da dove nasce la sua passione per Dante Alighieri? 

“Fu la scoperta di quella missione a cui fu destinato Giovanni Boccaccio nel 1350, quella di portare alla figlia di Dante monacata a Ravenna, una borsa di dieci fiorini per risarcirla del tanto male che i fiorentini avevano fatto a sua padre, a farmi intravedere la possibilità di raccontare davvero la vita di Dante attraverso un romanzo. Fu il poter contare su quel devoto di Dante ante litteram, che fu Giovanni Boccaccio, a convincermi di avere a disposizione uno straordinario detective capace di cercare e trovare le tracce di quel misteriosissimo poeta, morto a Ravenna ventinove anni prima. Fu la presenza di Boccaccio a rendermi sfrontato al punto di immaginare, ispirato dal romanzo, a un film. Un film che nel narrarne la vita “umanizzi” Dante , ce lo avvicini, induca chi lo vedrà ad andarne a leggere l’opera”.Andata e ritorno di Pupi Avati nel Paradiso di Dante

Crede che il sistema scolastico consegni ai giovani una corretta percezione dello spirito dell’opera dantesca? 

“Il mio rapporto con la scuola di quei tempi fu conflittuale. In particolare per quello che concerneva le materie letterarie. Solo una volta, adulto, avvenne in me una sorta di conversione. I classici soprattutto andarono ad occupare quegli scaffali vuoti della mia libreria. Fu così che arrivai a Dante”.

Che rapporto ha con La Vita Nova di Dante, unico libro che Boccaccio, nella sua narrazione, porta con sé nel suo viaggio e che lei definisce “sacro”?  

“L’idea del libro nasce dalla mia curiosità e, soprattutto, dalla mia avidità di bibliofilo. Dalla metà degli anni novanta, quindi ormai in età matura, ho cominciato a interessarmi della vita di Dante Alighieri soprattutto attraverso la lettura di autori di cronache a lui coevi (Villani e Compagni) verificando attraverso le tante biografie sul Sommo Poeta come fosse lasciato sul fondo tutto ciò che riguardava l’essere umano Dante Alighieri nella sua quotidianità. Fu più o meno in quegli anni che lessi per la prima volta La Vita Nova, quel diario d’amore, in prosa e poesia, che Dante ragazzo si trova a scrivere all’indomani della morte di Beatrice Portinari, la donna che ha più amato nell’intera sua vita. Fu sufficiente quella lettura per far si che mi riconoscessi nella gran parte delle emozioni di quel giovane del Trecento, nel suo dolore, nel suo tentativo attraverso la poesia di tenere in vita quella giovane che aveva conosciuto nella sua infanzia”.

Figura centrale del libro è proprio Beatrice. Che tipo di donna ha voluto rappresentare, al di là della sua aura idealizzata da Dante?

“Beatrice si appalesa nella vita di Dante quando entrambi hanno compiuto nove anni. È in quel primo giorno di maggio del 1274 che Dante si innamora perdutamente di lei. La corteggerà per altrettanti nove anni senza suscitare in lei la benché minima reazione fino a quando, al diciottesimo anno lei finalmente lo degna di un saluto producendo in lui una gioia sconfinata. Pochi anni dopo Beatrice si sposa con Simone Bardi e due anni dopo muore. Credo che sia il dolore prodotto dalla successione di questi eventi a far sì che Dante cerchi e trovi nella poesia la sua “salvezza”. Ho cercato di allontanare la mia Beatrice da quell’immagine di una Barbie trecentesca, rendendola addirittura consapevole del ruolo che avrà nella vicenda umana dell’Alighieri”.

Una curiosità. Perché ha deciso di premettere ad ogni capitolo una suggestione musicale rappresentata da un’incisione discografica? 

“La musica ha un ruolo importante nel testo e ne scandisce i tempi. La musica che contrassegna i vari capitoli del romanzo è quella che andavo via via ascoltando nelle tante giornate di ricerca e lavoro”.

Quanto è importante la musica nella vita di Pupi Avati? 

“Nella mia vita debbo ammettere che, se non ci fossero le ore notturne, non esisterebbe il silenzio. Dopo una remota adolescenza votata alla musica nel corso della quale ebbi l’opportunità di tenere con la mia band concerti in molte città europee, la consapevolezza di non poter vantare quel talento indispensabile a raggiungere traguardi significativi mi convinse a rinunciare. Furono anni dolorosi tuttavia non smisi mai di ascoltare musica, di accompagnare ogni mia azione con quella colonna sonora straordinaria che ho cercato di proporre anche nel mio romanzo”.Andata e ritorno di Pupi Avati nel Paradiso di Dante

Perché ha scelto la forma del romanzo per offrire la sua visione di Dante?

“La forma del romanzo mi ha permesso di andare oltre i risultati della ricerca accademica, la forma del romanzo mi ha permesso quindi di immaginare, di saldare quei tanti momenti nella vita dell’Alighieri ancora avvolti dal mistero. Io quel mistero ho cercato di penetrarlo attraverso una serie infinita di congetture che via via, questa la mia sensazione, mi permettevano di intravedere quel bambinetto invaghito di Beatrice Portinari, con sempre maggior nitore, con sempre maggiore emozione”.Andata e ritorno di Pupi Avati nel Paradiso di Dante

 

 

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