Donne dentro e fuori il sistema di dominio mafioso

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Donne dentro e fuori il sistema di dominio mafioso
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

Una scrittrice, Gisella Modica, ed una sociologa, Alessandra Dino, hanno chiesto a 16 donne di varie parti d’Italia un contributo sul loro rapporto con le tematiche delle mafie meridionali.

Ne è risultato un testo – Che c’entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni (Mimesis, Milano – Udine 2022, pp. 270, euro 24,00) – intessuto di registri comunicativi non omogenei: infatti il linguaggio descrittivo scientifico si intreccia con il narrativo-biografico e questo, ancora, col linguaggio  inventivo della creazione letteraria. Questa varietà di registri non è un difetto perché, anzi, rende la lettura ‘sorprendente’: completato un capitolo appartenente a un certo genere letterario, te ne trovi innanzi un successivo di genere letterario completamente diverso.

Un limite, se mai, potrebbe individuarsi nella preponderanza di dati, esperienze vissute, rispetto a una griglia interpretativa complessiva del ruolo delle donne nel mondo delle mafie. Comunque, anche se fosse metà dell’opera, sarebbe già una metà preziosa: infatti, se esiste qualcosa come un sapere mafiologico, esso può progredire solo in quanto intreccio epistemico di categorie scientifiche e di vissuti esistenziali.

In questo ricco magma di testimonianze e di invenzioni poetiche mi limito a qualche spunto.

Un primo tema è costituito dalla relazione fra violenza mafiosa e violenza di genere. In qualche mia pubblicazione sulla “gabbia del patriarcato” ho avanzato delle somiglianze che in più di un passaggio di questo testo vedo ribadite.

  •  Come il sistema mafioso è oppressivo anche quando non uccide (anzi, forse soprattutto quando non ha bisogno di ricorrere alla violenza esplicita, esercitata) così il sistema patriarcale-maschilista è oppressivo anche quando non uccide (anzi, l’intensificarsi dei femminicidi è la spia di una crescente resistenza femminile alla ‘normalità’ della subordinazione di genere). Ma l’opinione pubblica (pur essendone essa stessa vittima ordinaria e quotidiana)  si accorge della mafia e della violenza strutturale ai danni delle donne solo quando vede il sangue. Da qui la necessità, nell’uno e nell’altro caso, di acquisire “una visione non emergenziale del fenomeno” (Sara Pollice, p. 145); di “costruire una visione delle cose che consenta alle ragazze” – nel caso della mafia: ai cittadini – “di liberarsi da gabbie che loro stesse considerano normali, anzi, necessarie” (Clelia Lombardo, p. 91);

  • come il sistema mafioso mortifica e avvilisce l’umanità non solo delle vittime ma anche dei carnefici, così “la mentalità patriarcale” impoverisce e rattrappisce la personalità degli stessi maschi che la riproducono passivamente . In entrambe le situazioni – per dirlo con Simone Weil citata da Maria Livia Alga a p. 164 – “la violenza pietrifica, diversamente, e ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano”. La riprova: i maschi evoluti sono al di là tanto del sistema mafioso quanto del maschilismo, come  Peppino Impastato che “nel corso della sua breve vita cercherà di emanciparsi, alimentando un nuovo modo di relazionarsi tra i generi” (Evelin Costa,p. 52)

  • un altro aspetto della questione mafia-donne riguarda non più solo le analogie fra sistema mafioso e sistema maschilista, ma proprio la violenza esercitata contro le donne all’interno del sistema mafioso: il caso di Lia Pipitone, uccisa dai killer del padre mafioso nel 1983, raccontato anche da Clelia Lombardo nel suo contributo, è solo uno dei tanti evocati lungo tutto il volume (per esempio nei contributi di Sara Pollice Il filo che ci unisce, pp. 143 – 153, di Floriana Coppola, Storia di Anna, pp. 171 – 185, di Chiara Natoli, Trent’anni dopo. L’eredità di chi non c’era, pp. 215 – 217).

Un secondo tema è l’intreccio fra legami affettivi, familiari, e distanziamento cultuale, etico-politico, da soggetti decisamente mafiosi. Gisella Modica racconta il travaglio nei confronti della figura del nonno materno, per anni ammirato, poi ‘scoperto’ come boss. Sul piano dei vissuti esistenziali non è facile districarsi, ma concettualmente dovrebbe essere evidente la possibilità che un affetto familiare sincero co-esista con una presa di distanza pubblica, serena ma ferma, dall’universo dei propri cari. Non c’è contrasto fra i due atteggiamenti, anzi la forma più matura e costruttiva di amore potrebbe manifestarsi come invito a rinnegare un passato indecente: ti amo al punto da chiederti di liberarti, sino a che sei in tempo, dalla zavorra che sinora ti ha appesantito e infangato. E’ l’esperienza che racconta di sé un nipote di Matteo Messina Denaro grazie alle cui sollecitazioni il padre ha finito con l’abbandonare pubblicamente l’appartenenza alla cosca di Castelvetrano.

Donne dentro e fuori il sistema di dominio mafioso
Matteo Messina Denaro

Qui sfioriamo, e in un certo senso sforiamo su, un terzo tema che mi sta a cuore: la postura nonviolenta come co-essenziale, rispetto ai metodi giudiziari, per scardinare il sistema mafioso. Maria Di Carlo non solo ricorda lo stile di Giovanni Falcone (che è stato efficace proprio come inquirente grazie alla sua “capacità di trattare l’altro (anche un mafioso!) con rispetto umano, avendo cura di creare con lui un sentimento di empatia” (pp. 73 – 74), ma racconta anche la storia di Maria Luisa Javarone che, madre di una giovane vittima di violenza da parte di una gang, cerca (purtroppo invano) di solidarizzare con la madre di uno degli assassini del figliolo.

Un quarto tema mi è infine  suggerito da un’espressione del nonno mafioso riportata da Gisella Modica: “Non serve la dittatura per ottenere rispetto, serve devozione, che va conquistata con il consenso, perché l’olio di ricino non crea affezione, né dedizione e reverenza, solo asservimento” (p.97). Qui il “vecchio” siciliano, privo di gradi accademici, sta proponendo la distinzione illuminante di Gramsci fra “dominio” ed “egemonia”. Con le maniere ‘forti’ il fascismo ieri, l’antimafia giudiziaria oggi, possono vincere le battaglie contro il sistema mafioso; ma se la mafia mantiene il “consenso”, il “rispetto”, la “devozione”, la “reverenza” della popolazione, essa sopravvivrà alle vittorie giudiziarie dello Stato liberal-democratico così come è sopravvissuta alle repressioni dell’era fascista. Alla lunga, la guerra contro la mafia sarà vinta solo scardinandone i codici culturali, i parametri etici, il patrimonio mitico-simbolico. Libri come questo possono costituire un’arma decisiva per questa vittoria. Donne dentro e fuori il sistema di dominio mafioso

 

 

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