Dostoevskij il vero padre dell’inconscio

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Dostoevskij il vero padre dell’inconscio
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Antonino Cangemi

Chi ha scoperto l’inconscio, quella parte sommersa della psiche custode di impulsi reconditi e inconfessabili che di tanto in tanto e in vario modo affiorano alla coscienza?

Facile, la risposta: Sigmund Freud, il padre della psicanalisi.

Ma prima di lui, uno scrittore tra i più straordinari di tutti i tempi, Fedor Dostoevskij, aveva esplorato la mente umana rivelandocene ombre ed enigmi, aberrazioni e devianze.Dostoevskij il vero padre dell’inconscio

Di Dostoevskij, in un anno ricco di grandi anniversari, ricorrono i 2 secoli della nascita (a Mosca l’11 novembre del 1821, secondo il calendario gregoriano) e, quello più vicino, i 140 anni della morte (Pietroburgo, 9 febbraio 1881, sempre secondo il calendario gregoriano).

Ebbe una vita travagliata, Dostoevskij, sconvolta da un episodio che la segnò: la condanna a morte di cui apprese la grazia mentre già era sul patibolo. La pena capitale gli era stata inflitta per avere frequentato dei circoli che propugnavano un socialismo utopistico dal quale era stato vagamente attratto. Nel 1849 l’arresto e poi la pena di morte commutata nei lavori forzati in Siberia. Esperienze traumatiche che acuiranno l’epilessia di cui già soffriva e che ritorneranno in alcuni dei suoi capolavori: “Memorie di una casa morta”, “Delitto e castigo”, “L’idiota”. Dostoevskij il vero padre dell’inconscio

Il suo primo romanzo, “Povera gente”, risale al 1846 e fu accolto con favore dalla critica letteraria russa. Ma è col secondo, “Il sosia”, con al centro il tema dello sdoppiamento della personalità, che Dostoevskij rivela il suo impareggiabile talento nello scavo impietoso nei meandri più oscuri della mente. Poi, altri racconti e romanzi che confermano la sua inconfondibile cifra stilistica. A cominciare da “Il giocatore” in cui prende di mira la maniacale passione per il gioco d’azzardo (passione che non gli era estranea). Nel 1866, nello stesso anno de “Il giocatore” (dettato in meno di un mese alla sua seconda moglie), pubblica “Delitto e castigo”.

Il protagonista è uno studente universitario povero, Raskol’nikov, che, per continuare i suoi studi, uccide una vecchia usuraria convinto della superiorità dei suoi ambiziosi progetti e dell’inutilità della vita della vittima. E’ un poliziesco psicologico-filosofico nel quale risalta il logorio interiore di un personaggio invasato da idee che qualche decennio dopo si sarebbero affermate con il pensiero nicciano. Seguiranno altri due romanzi di rara potenza emotiva: “L’idiota” e “I demoni”.

Con “L’idiota” Dostoevskij dà vita a uno dei personaggi letterari più grandiosi della letteratura d’ogni tempo: il principe Myskin. Dostoevskij dichiarerà che col principe Myskin voleva rappresentare l’uomo di assoluta bontà e purezza, una sorta di Cristo che scende di nuovo in terra. Ma in un mondo sopraffatto dal male il principe Myskin è destinato a soccombere ed è vittima della demenza. E’ lui che in alcuni passi del romanzo ripete la frase, oggi citatissima (spesso a sproposito),”la bellezza salverà il mondo”. Ne “I demoni” lo scrittore russo descrive la follia incendiaria dei rivoluzionari. Il romanzo è aspramente criticato negli ambienti progressisti e anche Tolstoj non nasconde il suo disappunto.Ma, a un esame scevro da condizionamenti ideologici, quel romanzo ci consegna personaggi di eccezionale spessore, primo tra tutti Stravrògin, e quei “demoni”, con il loro patologico fanatismo, compariranno nella realtà del XX secolo.

Secondo la maggior parte dei critici, è il suo ultimo romanzo, “I fratelli Karamazov”, quello che raggiunge i vertici della sua produzione narrativa. In esso la morbosa personalità dei protagonisti s’intreccia con i grandi interrogativi esistenziali, tra i quali assume preminenza la domanda sull’esistenza di Dio (“Se Dio non esiste tutto è permesso”). Dostoevskij avrebbe voluto scriverne la continuazione, ma non fece in tempo: la morte lo catturò prima di iniziarla.

“I fratelli Karamazov” entusiasma Freud che, nel 1928, scrive il breve saggio “Dostoevskij e il parricidio” (nel romanzo uno dei fratelli Karamazov uccide il padre dispotico). E se il padre della psicanalisi da un canto esalta il romanzo (“il più grandioso che sia mai stato scritto”), dall’altro esamina la personalità dello scrittore mettendone in rilievo i lati sadici e masochisti: “La sua personalità conserva un numero notevole di tratti sadici, che si manifestano nella sua eccitabilità, nell’acuto desiderio di tormentare il prossimo, nell’intolleranza anche verso le persone amate…nelle piccole cose è sadico verso l’esterno, nelle grandi è sadico verso l’interno, ossia masochista, vale a dire l’uomo più mite, più affabile, più servizievole del mondo”.

La vendetta di Freud verso chi prima di lui si era immerso nelle tenebre dell’inconscio?Dostoevskij il vero padre dell’inconscio

 

 

 

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