Il capitale e l’arte di fregare la gente

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Il capitale e l’arte di fregare la gente
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Rubrica di critica recensioni anticipazioniMatteo Collura e i baci d’amore e di denuncia alla Sicilia

by Augusto Cavadi

Sarà capitato anche a voi di vedere entrare in un caffè una bella donna o un bell’uomo che, a prima vista, vi son sembrati affascinanti. E in effetti il sorriso di lei, il suo passo elegante, o lo sguardo di lui – intenso, ma non freddo – giustificavano quella prima impressione. Poi però noti anche qualcosa che stona: forse la voce un po’ stridula di lei o i modi bruschi, sbrigativi, di lui. E allora sospendi il giudizio, lo differisci a quando sarà – se mai lo sarà – necessario.Il capitale e l’arte di fregare la gente

Qualcosa del genere mi è successo leggendo L’arte del capitale (Algra, Valverde 2020, pp. 207, euro 15,00) di Giuseppe Sapienza: ne sono rimasto conquistato sin dalle prime pagine ma avvertendo, qua e là, un retrogusto amarognolo di disagio. Come mai? Non è stato facile chiarirmi le idee. Poi, piano piano, ho provato a distinguere l’effetto letterario dal messaggio concettuale e ho capito che, nonostante la degustazione estetica, inciampavo su alcuni contenuti. Già, perché dal punto di vista della scrittura, questa raccolta di composizioni liriche (‘liriche’ in senso direi etimologico: viene spontaneo leggerle come testi di canzoni di Guccini o di Bertoli o di De André) ti afferra dalla prima all’ultima, ti sorprende, ti diverte, ti inquieta salutarmente.

Se, poi, analizzi freccia dopo freccia – perché quasi ogni verso è una frecciata – ti si può parare innanzi il punto interrogativo che si materializza quando si legge un testo anarchico.

Infatti, anche se mi pare di non aver trovato neppure una volta il sostantivo ‘anarchia’ né alcuno dei suoi derivati, questo mix di fascinazione e di dissenso è simile a quel che avverto leggendo autori (alcuni dei quali miei amici assai cari) di tale orientamento ideologico.

So da dove mi proviene il fascino: dalla denuncia, dalla diagnosi. E so anche da dove il disagio, il disaccordo: dalla contro-proposta, dalla terapia (che o mancano o risuonano impraticabili. Il “capitale” è brutto, ma ogni tentativo di abolirlo tout à coup per legge, non gradualmente e per evoluzione etica collettiva, sinora non ha portato a conseguenze meno brutte).Il capitale e l’arte di fregare la gente

Provo a spiegarmi, in concreto, con qualche passaggio. “Caro concittadino, / col presente contratto, / che non hai scritto, non hai letto, non conosci, e non puoi rifiutare, / ti impegni a pagare un debito pubblico che non hai contratto, / ti impegni ad avere una posizione sociale in linea con la tua istruzione / e un’istruzione in linea con la tua posizione sociale. / Ti impegni a rispettare leggi che non voti, / a pagare tasse per sevizi che non ricevi, / a sognare di diventare quello che vuoi / e accettare di rimanere quello che sei. / Ti impegni a credere che il diritto è uguale / per te che lo leggi e per noi che lo scriviamo, / e ti impegni a rispettare noi, / che facciamo del diritto/ la legge del più forte / con altri mezzi” (L’arte del contratto sociale di non essere un contratto e di non essere sociale, p.149).

Come non restare sedotti da tanta arguzia dai tratti geniali ? O ancora: “Preferisco essere il vento che la palma / la marea che lo scoglio/ il cancro che lo stomaco. / Preferisco essere me che guadagno su una fabbrica di disperati / che il disperato della baracca che protesta / ma se fosse me farebbe come me, / ma non essendo che se stesso, / torna a casa ed è violento con la moglie. / Preferisco essere me che non ho pietà per la donna delle pulizie / che la donna delle pulizie, che nutre ammirazione per me. / Preferisco essere me che faccio approvare un farmaco nocivo / che quello che muore per quel farmaco / perché invece di studiare la mia guerra contro di lui / ha studiato la vita delle celebrità. / Preferisco essere me che seduto sulla mia scrivania sento le urla di quelli dietro al cancello, / che essere tra quelli dietro al cancello che mi maledicono, / ma mandano i loro figli a scuola per farli diventare come me” (L’arte di essere migliore degli uomini che disprezzi, p. 193).Il capitale e l’arte di fregare la gente

Affascinato da questa dialettica poetica (se non è un ossimoro) non mi è facile individuare qua e là i lampi di disturbo. Per esempio là dove leggo: “Tu che ai neri paghi salari più bassi / unisciti col politico che è a favore dell’immigrazione ”  (L’arte dell’alleanza, p. 109) mi chiedo se , per caso, si stiano attaccando ancora una volta le politiche dell’accoglienza con la foglia di fico della giustizia sociale; o: “Mettiamo un uomo forte nella magistratura e dieci politici sono avvisati” (L’arte del controllo, p. 100) non sia una critica alle campagne giudiziarie in nome del garantismo più peloso.

Oppure – in altro luogo – si sta riducendo la “democrazia” alla “politica della sete delle piccole cose” (p. 116)? Poi, però, leggo anche che una tattica efficace dei capitalisti è lasciar “capire a chi non crede a niente / che se anche votasse un altro non cambierebbe niente” (p. 136) e un pò mi tranquillizzo: qui si critica sì la democrazia rappresentativa, parlamentare, ma per difenderne lo spirito e non per azzerarla in nome dell’assemblearismo totalizzante. Rifletto meglio: chi fa letteratura ha il diritto di esprimere sentimenti, emozioni, rabbie, senza il dovere intellettuale di proporre alternative.

A questo dovrebbero pensarci i filosofi, ma sono troppo impegnati nell’esegesi dei testi ‘classici’ e nell’insegnarla ai giovani successori.Il capitale e l’arte di fregare la gente

 

 

 

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