Il sarto di Kabul storia simbolo della tragedia afghana

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Il sarto di Kabul storia simbolo della tragedia afghana
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Cuore & Batticuore
Rubrica settimanale di posta. Storie di vita e vicende vissute

by Anna Lisa Martella

Indifferenza, binario 21 della Stazione Centrale di Milano. Non è un binario qualsiasi, ma il luogo da cui ebbe inizio l’orrore della Shoah. Un carico di morte di ebrei e oppositori politici: bagaglio leggero, cuore pesante.

Indifferenza: non solo memoria, ma monito. A non girare mai più la testa e lo sguardo dall’altra parte. Perchè chi salva una vita ha salvato il mondo intero.Il sarto di Kabul storia simbolo della tragedia afghana

Sono le piccole storie che imbastiscono la Storia del faticoso cammino umano, una marcia claudicante e disordinata di ciechi guidati da orbi in ogni epoca.

La piccola storia di Mohammad è una delle tante, drammaticamente troppe, che in questi giorni di fallimenti, sgangherate strategie, terrore e sacrifici umani a chissà quale Dio, se c’è un Dio, di chi vince la guerra ma non vince la pace, ci riguarda.

Mohammad, il sarto di Kabul di etnia pashtun, 45 anni, da 13 in Italia, dove lavora di ago e filo. Sposato con Bibi, padre di sette figli tra i 16 e gli otto anni, cinque maschi e due femminucce, abitano alle porte della capitale afghana. Sono tra quelli che non hanno vinto alla lotteria del ponte aereo, diventata alla fine una roulette russa.Il sarto di Kabul storia simbolo della tragedia afghana

Mohammad lavora tutto il giorno tutti i giorni a Roma, dove ha un box al mercato del Trionfale. Ripara, rattoppa, taglia, scuce e cuce i vestiti ancora buoni di chi abita il quartiere Prati. Prezzi concorrenziali e grande velocità, sono le sue armi vincenti. A colpi di 3, 5, 10 euro al più, e di stringi e allarga, mantiene la famiglia lontana e se stesso, condividendo un appartamento e cibo a Tor Pignattara con altri afghani. Ma tutto sommato, non gli va male. Era felice, Mohammad, ragazzone barbuto e dai capelli corvini, del suo posticino nel mondo. Parla male l’italiano, a stento qualche parola in inglese, e chiama i suoi clienti “amore”, l’equivalente di “habibi” nei suk mediorientali.

Oggi il nostro Mohammad è un uomo che ha bisogno di aiuto. Perchè è afghano e la sua famiglia è laggiù, prigioniera nella propria terra, senza sapere dove andare, senza capire di chi fidarsi e rimettendosi alla benevolenza di Allah, il misericordioso, se esce per fare la spesa. Non si può far finta di niente, pretendere di non sapere, come quando sferragliavano rumorosamente i treni piombati per mezza Europa diretti ai forni crematori. Se la Storia è fatta di piccole storie, anche ignobili, la globalizzazione da una parte ci intrappola nella sua rete, dall’altra, a dispetto di una politica vecchia e storpia, smantella i confini come auspicato da John Lennon nelle parole di “Imagine”.

Chi scrive ha provato a dare una mano al sarto di Kabul, innamorata della figura del Cireneo che aiuta Cristo a portare la croce per un tratto di strada. O forse, come quando si aiuta un anziano ad attraversare in mezzo al traffico. Si fa e basta.

Il sarto di Kabul storia simbolo della tragedia afghana
Anna Lisa Martella

In questo caso si procede per tentativi. Lista alla mano con nomi e cognomi dei congiunti di Mohammad, la prima organizzazione che viene in mente è l’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati politici. Si cerca il numero su Internet e anche l’indirizzo. A Roma è in via Leopardi, 24. Squilla a vuoto: primo fallimento. Qualcuno allora suggerisce di mettersi in contatto con l’Aeronautica Militare che fino a ieri ha trasportato, eroicamente, centinaia di persone in fuga dai talebani e dalle cellule del redivivo Isis. Seconda delusione e anzi un avvertimento: meglio restare lontani dall’aeroporto Karzai, non ci saranno più voli ed è estremamente pericoloso. Molto bene, anzi male. Non resta che mettersi in contatto con l’Unità di crisi della Farnesina. Nessuna attesa al telefono, chi risponde si dimostra non solo gentile ed esaustivo nelle spiegazioni. Ma persino compassionevole. L’operatore conferma che non vi è “al momento” alcuna possibilità, per chi lo desidera, di lasciare l’Afghanistan. Le operazioni, in base agli accordi di Doha, si sono concluse. Ma è quell’epressione, “al momento”, che accende un barlume di speranza nelle orecchie di chi ascolta, per un futuro che inizierà dopo il 31 agosto. Tre giorni sono niente, ma anche un tempo infinito in certi casi. L’operatore, gentile ma cauto, incalzato dalle domande di chi vuol sapere come ci si può mettere al riparo magari facendo capo a qualche organizzazione umanitaria ancora presente sul territorio, dice che in Afghanistan a parte Emergency e qualche sparuta ong, sono rimasti alcuni rappresentanti dell’Unhcr, ma non hanno sufficiente personale nè mezzi adeguati.Il sarto di Kabul storia simbolo della tragedia afghana

Mohammad capisce, ma non si è perso d’animo. Uno che è arrivato in Occidente con mezzi di fortuna e “solo” con la sua abilità di artigiano e una discreta capacità imprenditoriale, ha un piano b. Occorrono soldi, 5000 euro, una cifra esorbitante per lui. Ma sono, vergogna delle vergogne, all’incirca la stessa cifra che un avvocato italiano gli ha chiesto per seguire l’iter del ricongiungimento familiare (senza peraltro rischiare la vita). In un giorno scatta la gara di solidarietà tra i suoi connazionali per portare al sicuro otto vite, oltre una delle frontiere. Sì, deve provarci. Soprattutto per le due bambine, le più esposte al pericolo in questa fase di ritorno all’oscurantismo di certi musulmani, depravati interpreti di Maometto. Scappare, andare via. Si rinuncia a molto, forse a tutto, persino ai lunghi capelli neri delle piccole, che hanno pianto disperate quando la madre, per salvarle dal rischio del rapimento, glieli ha tagliati corti, come quelli dei fratelli, infilandole in abiti abiti maschili, sperando nel perdono e nella grandezza del Supremo. Buon viaggio. Mohammad, il sarto del Trionfale, vi aspetta. E tutti noi, con lui.Il sarto di Kabul storia simbolo della tragedia afghana

maggiemusic@gmail.comEmblematica e straziante la storia del sarto di Kabul, sull’onda della capacità narrativa di Anna Lisa Martella, scrittrice con esperienze giornalistiche, sintetizza l’apocalisse che sta subendo e che ancora chissà per quanto tempo subirà l’Afghanistan. Una sintesi destinata purtroppo a restare vana, per quanto coinvolgente e commovente, se non smuoverà le coscienze e determinerà il riscontro degli interventi di quanti possono fare qualcosa per aiutare concretamente con suggerimenti e indicazioni Mohammad e i suoi figli. “Vivi per te stesso e vivrai invano. Vivi per gli altri, e ritornerai a vivere” cantava Bob Marley…

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