La “lettura spirituale” come auto-terapia ?

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La “lettura spirituale” come auto-terapia
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

Molti di noi, frequentemente, si avvertono inquieti. Le ragioni oggettive non mancano né a livello individuale e familiare né, ancor meno, a livello sociale. Ma se affrontiamo queste ragioni esterne con la confusione della nostra mente, dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni… aggiungiamo inquietudine a inquietudine.

Possiamo fare qualcosa prima di ricorrere all’aiuto professionale di uno psicoterapeuta o di un consulente filosofico?

Probabilmente sì. In tutte le principali tradizioni spirituali d’Oriente e d’Occidente sono state sperimentate forme di auto-controllo, di pacificazione interiore, dettate dalla saggezza secolare e più semplicemente dal buon senso. E’ possibile che ognuno/a di noi trovi un suo metodo fra tanti o ne inventi uno plasmandolo a misura delle proprie attitudini.La “lettura spirituale” come auto-terapia

Tra queste forme di auto-terapia esistenziale rientra certamente la meditazione che, a sua volta, è stata declinata in molte maniere (ciascuna delle quali con pregi e svantaggi). Una delle forme più antiche, e più agevoli, è la “lettura spirituale”. In cosa consiste?

Innanzitutto nel regalarsi, con impegno rigoroso, quindici minuti al giorno di silenzio. Per riecheggiare Virginia Woolf, quindici minuti “tutti per sé”.

Non è facile, come sa chiunque abbia provato a sperimentarlo. Siamo tanto assuefatti ai rumori che ne avvertiamo la mancanza, come d’una copertura, pur comprendendo in astratto i difetti della dispersione e dell’assenza di calma. Dobbiamo riconoscerlo con onestà: anche da adulti, persino da anziani, abbiamo bisogno di rieducarci al silenzio. Che è certo, immediatamente, tacitazione dei rumori esterni e interni – distacco dalla molteplicità degli stimoli sensibili, rinunzia momentanea a ciò che è superfluo -, ma è più ancora un movimento positivo: chiamata a raccolta delle proprie energie potenziali, attenzione sull’essenziale, concentrazione su qualcosa che meriti di essere visto, contemplato, gustato, interiorizzato. Insomma, il silenzio dista dal mutismo come un quadro di Chagall da una sua copia artigianale: l’uno ha un’anima, l’altra no.

In questo ri-orientamento, per favorire lo scavo di spazi di tranquillo silenzio nel ritmo incalzante degli  impegni quotidiani, e per  riempirli di contenuti positivi, possiamo ricorrere al sostegno di un certo genere di libri. Non mi riferisco a un genere specifico perché ogni libro può risultare, per una persona, un buon testo di meditazione.

Indubbiamente ci sono autori di saggistica che più di altri si prestano alla “lettura spirituale”, anche per il loro stile accessibile e scorrevole: Montaigne o Voltaire, Erich Fromm o Victor Frankl sono tra questi. Ci sono scritti di Norberto Bobbio o di Vito Mancuso che si prestano altrettanto bene. Ma decisivo è l’atteggiamento con cui ci accostiamo a questi testi: possono essere per noi strumenti di concentrazione, di raccoglimento, se non li cerchiamo per un’ennesima esperienza intellettuale (a fini d’istruzione o di evasione o di godimento estetico: tutti fini legittimi e auspicabili, in altri contesti): ciò che conta è che ci accompagnino in un processo di consapevolezza sulle grandi questioni della vita.

Se proprio si volesse schematizzare un processo ogni volta differente, vivo, si potrebbero individuare tre tappe principali.

La lettura attenta del testo: capire il messaggio dell’autore, decifrarlo quanto più correttamente possibile. Chiedersi, a fine brano, che cosa intendesse comunicarmi: che interpretazione suggerisca della storia o dell’amore o del dolore o della bellezza o della politica…

Subito dopo, in un secondo passaggio: la riflessione critica. Che cosa penso io su questi stessi temi? Sono d’accordo con le asserzioni dell’autore o no? Se non sono in sintonia, è importante che prenda consapevolezza delle mie idee, le sottoponga a esame, disposto a confermarmi in esse o a rivederle con coraggiosa onestà. Se, invece, sono d’accordo, è importante che mi ci soffermi per assaporarle, “ruminarle”, assimilarle esistenzialmente.Serve veramente la lettura rapida o è meglio leggere lentamente?

Infine, il confronto con la vita: che rapporto fra ciò che penso e la mia esperienza quotidiana? C’è una certa coerenza – almeno un desiderio di coerenza – o una perfetta schizofrenia? Se ho preso consapevolezza più chiara del significato che hanno per me il lavoro o le relazioni affettive, la difesa dell’ambiente o la compassione per gli altri animali, come traduco queste convinzioni teoriche nelle scelte, banali ma concrete, di ogni ora? Cosa posso propormi per oggi, o per domani, affinché diminuisca la distanza fra la mia visione-generale-del-mondo e ciò che delibero nelle situazioni particolari, contingenti?

Ricucire i pezzi della nostra personalità, darsi “un centro di gravità permanente” (che però, con buona pace di Franco Battiato, non ci impedisca – quando davvero necessario – di “cambiare idea sulle cose, sulla gente”): ecco uno dei frutti più maturi della meditazione. Una fuga dalle responsabilità? Piuttosto, direi, la condizione irrinunciabile per poterle assumere seriamente. Un rifugiarsi nella sterilità passiva del ripiegamento sul proprio ombelico? Piuttosto, direi,  uno degli atti più “vitali” e più “pratici” che si possano realizzare. Già un anonimo autore medievale ne delineava l’esito in maniera efficace: alla fine di una meditazione, chiudiamo il libro e andiamo per le strade del mondo. Saremo, per chi ci incontra, un libro di meditazione aperto.ECCO PER VOI LA CLASSIFICA DEI LIBRI LETTI DAI GRUPPI DI LETTURA DELLA  BIBLIOTECA – GdL L'Ora del Tè

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