Le tante volte buone di Nino Manfredi

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Le tante volte buone di Nino Manfredi
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by Antonino Cangemi

‹‹Fusse che fusse la vorta bbona››. Con questa battuta, affidata al barista di Ceccano – personaggio televisivo cui diede vita in anni oggi lontani -, Nino Manfredi (all’anagrafe Saturnino Manfredi) conquistò la notorietà popolare. Si era nel ’59 e l’attore ciociario, di cui si celebra il centenario della nascita (il 22 marzo del 1921 a Castro dei Volsci in provincia di Frosinone), conduceva ‹‹Canzonissima›› insieme a Paolo Panelli e Delia Scala.

Poi, per Manfredi, sarebbero arrivati, uno dopo l’altro, i film che l’avrebbero consacrato uno dei quattro ‹‹colonnelli›› della ‹‹commedia all’italiana›› insieme a Sordi, Gassman e Tognazzi. E se Sordi indossava la maschera dell’‹‹arcitaliano››, mammone e arrampicatore sociale negli anni del boom, Gassman dell’aitante sbruffone, Tognazzi del borghese padano cinico, Manfredi aveva un volto diverso: era il ‹‹buono››, il più genuino, il meno baciato dalla fortuna.

Tra i quattro, solo in lui continuavano ad affiorare le radici contadine in un’Italia che le stava perdendo: nel suo sorriso bonario, nell’ironia che era la cifra della sua vena artistica, non di rado dolente, quasi una smorfia compagna della rassegnazione di chi deve piegarsi a una sorte avversa. Raramente, Nino Manfredi, ha vestito i panni del ‹‹cattivo››, quasi sempre quelle di un uomo semplice, qualche volta sempliciotto, capace di arrangiarsi nelle difficoltà della vita, di ingoiare il rospo di un destino beffardo ma sempre pronto a rialzarsi con ostinazione e orgoglio. Lo ricordiamo in parti memorabili: l’emigrato ciociaro in Svizzera di ‹‹Pane e cioccolata›› (Franco Brusati, ’74) che, per farsi accettare dalla comunità elvetica, si tinge i capelli di giallo nascondendo la sua identità italiana ma che al goal degli azzurri esplode in un urlo di  gioia liberatoria; l’invalido napoletano di ‹‹Cafè Express›› (Nanni Loy, ’80) che da abusivo sbarca il lunario vendendo il caffè in un treno ma che rifiuta di fare da complice a una banda di ladri; il Geppetto della felicissima trascrizione televisiva de ‹‹Le avventure di Pinocchio›› di Collodi (Luigi Comencini,’72), umanissimo e patetico, abile a smorzare le sofferenze delle sue vicissitudini di ‹‹padre›› povero con una battuta, per quanto amara.Le tante volte buone di Nino Manfredi

D’altra parte ogni attore trasferisce sempre qualcosa di sé nei personaggi che interpreta, e Manfredi era un uomo semplice, mai contagiato dalle tentazioni del divismo malgrado i numerosi riconoscimenti.

Di famiglia di origini contadine, si trasferì a Roma con i genitori (il padre fu maresciallo dell’Arma nella capitale), dove si laureò in Giurisprudenza e si fece le ossa al Piccolo Teatro di Roma seguendo gli insegnamenti di Orazio Costa, il suo maestro.

Fece gavetta anche al Piccolo di Milano con Strehler irrobustendosi con la recitazione dei classici del teatro. Né la sua adolescenza fu tutta rosa e fiori: nel ’37, ammalatosi di tubercolosi, conobbe le privazioni del sanatorio. Anche questa esperienza dolorosa ne forgiò il carattere e accentuò l’umanità che riversò nelle scene.

Manfredi, tutt’altro che il ‹‹burino›› del barista di Ceccano, ma uomo colto e di solida preparazione artistica, si cimentò anche nella regia con risultati apprezzabili. Nel ’62 diresse il cortometraggio ‹‹Le avventure di un soldato›› tratto dall’omonimo racconto di Italo Calvino rivelando, nella recitazione, grandi capacità mimiche (il film è quasi un muto); nel ’71 ‹‹Per grazia ricevuta›› non privo di richiami autobiografici; nell’80 ‹‹Nudo di donna››.

Con la Sicilia ebbe un legame indissolubile. L’attore ciociario sposò l’indossatrice Erminia Ferrari, siciliana di Taormina che gli fu vicino sino agli ultimi giorni, quando dovette arrendersi, il 4 giugno del 2004, alle insidie di un ictus che l’aveva colpito quasi un anno prima. E a Taormina fece costruire – un omaggio alla moglie – l’hotel Monte Tauro. S’immedesimò perfettamente nei panni di un siciliano nel film di Nanni Loy ‹‹Rosolino Paternò soldato›› (’70) legato alle vicende dello sbarco degli americani nell’isola nel ’43. ‹‹Secondo Ponzio Pilato›› (Luigi Magni, ’87) fu in parte girato a Siracusa: in quel film, che gli valse il ‹‹Globo d’Oro›› al migliore attore , a detta di Morando Morandini ‹‹Nino Manfredi fa un Pilato ciociaro, scettico e pigro››. In uno dei suoi ultimi film, ‹‹Colpo di luna›› di Alberto Simone (’95), ambientato tra il Siracusano e il Ragusano, Manfredi è un operaio tuttofare alle prese con la riparazione del tetto di una casa che il proprietario, un astrofisico settentrionale di provvisorio ritorno nell’isola dove è cresciuto, intende vendere. L’interpretazione del ‹‹siciliano›› Manfredi è di rara sensibilità in un film, Menzione speciale al Festival di Berlino, che tocca il tema del disagio psichico.Le tante volte buone di Nino Manfredi

 

 

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