Pazienti e colleghi: l’autoanalisi di uno psichiatra

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Pazienti e colleghi l'autoanalisi di uno psichiatra
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

By Augusto Cavadi

La sofferenza psichica appartiene a una dimensione umana tanto intima quanto nascosta. Tra gli psicoterapeuti di formazione medica (dunque anche psichiatri) che l’affrontano da decenni con la ricerca teorica e con la pratica clinica, il veneto Giovanni Andrea Fava ha raggiunto una notorietà internazionale con la sua Well-being therapy imperniata su un duplice capovolgimento di prospettiva: passare il timone della nave in tempesta dal terapeuta al paziente e, soprattutto, spingerlo a incrementare i fattori di benessere di cui fruisce anziché fissarsi con il contrasto ai fattori di malessere che l’affliggono.Pazienti e colleghi l'autoanalisi di uno psichiatra

La traduzione italiana del libro in cui Fava sintetizza il suo approccio terapeutico è stata seguita, direi come conseguenza logica, dal volume Come sospendere i farmaci antidepressivi. La gestione personalizzata delle sindromi di astinenza (Franco Angeli, Milano 2022) che è anche coraggiosa denuncia delle strategie di troppe industrie farmaceutiche corroborate (in buona o mala fede) da sanitari del settore.

Giovanni Andrea Fava

Solo con queste premesse si può intuire la validità di un piccolo libro, più divulgativo, del medesimo autore (Uscire dalla sofferenza mentale. Storie di cure e di autoterapia, Tab edizioni, Roma 2022, pp. 104, euro 12,00) in cui egli raccoglie le ‘puntate’ della rubrica Favas Feder (La penna di Fava) da lui curata per la rivista tedesca “Arztliche Psychotherapie”. Il libro si può qualificare  “divulgativo” solo a patto di precisare che, comunque, il pubblico ideale è costituito da  lettori non del tutto ignari di tematiche psicologiche, anche se non necessariamente terapeuti essi stessi. Infatti Fava, nei suoi interventi, racconta – il termine è intenzionalmente evocativo del registro letterario – alcuni episodi della sua esperienza clinica che gli offrono il destro per mettere a fuoco delle indicazioni terapeutiche di ordine generale.Pazienti e colleghi l'autoanalisi di uno psichiatra

Di queste indicazioni, in particolare quattro o cinque hanno colpito me – che non sono uno psicoterapeuta.

La prima è che in una relazione terapeutica il medico, se è in grado, dà molto ma, se è attento,  può a sua volta ricevere altrettanto dai pazienti quando essi spiegano “cosa provano in certe circostanze”, offrono “metafore dei loro problemi”, incoraggiano le “intuizioni iniziali” (p. 23): essi, più che l’ oggetto, sono i cooperatori del processo clinico (come sosteneva anche George Engel, il fondatore della psicosomatica moderna). In fondo, per dirla con Jerome Frank, “la psicoterapia è un’autoterapia guidata”  (p. 99).

Una seconda indicazione riguarda la necessità che lo psichiatra – anzi, in generale, il medico – non si limiti a contrastare i sintomi del malessere, ma induca il paziente a modificare quanto di stressante vi sia nel suo “stile di vita” complessivo e, intanto, gli si offra come “una persona su cui poter contare” (p. 31). Istruttive, per valutare l’adeguatezza del sistema formativo universitario,  una obiezione e una domanda che Fava si sentì rivolgere in proposito da uno specializzando in psichiatria. L’obiezione aveva il carattere di una protesta all’invito a inquadrare il paziente nel contesto complessivo della sua storia e del suo attuale ambiente: “Ma questa è psicoterapia e non ho il tempo di farla” (ivi). Fava contro-obiettò che “non è psicoterapia, è quello che ogni medico, indipendentemente dalla specializzazione, deve fare. E’ la medicina psicosomatica”, provocando così la domanda del giovane collega psichiatra:  “Ma perché nessuno ci parla mai di queste cose?” (ivi).Pazienti e colleghi l'autoanalisi di uno psichiatra

Una terza notazione riguarda la “comorbilità iatrogena” (p. 64). Il termine è tecnico, ma il concetto che esso designa non è astruso: “si riferisce alle modificazioni sfavorevoli in termini di decorso, caratteristiche e probabilità di risposta secondarie allo specifico trattamento di una malattia” (ivi). Dunque andare in psicoterapia o assumere psicofarmaci quando non ce n’è bisogno può risultare almeno altrettanto dannoso di non farlo quando ce ne fosse effettiva necessità. “Gli psicoterapeuti esperti conoscono bene gli effetti nocivi che può avere una psicoterapia mal condotta oppure non indicata. E quanto difficile sia lavorare con un paziente successivamente a tale terapia.[…] Conoscono però molto meno gli effetti sfavorevoli dei farmaci, soprattutto le sottili alterazioni psicologiche che possono provocare” (p. 65).Pazienti e colleghi l'autoanalisi di uno psichiatra

Una quarta notazione riguarda una delle possibili cause sociali del malessere soggettivo: la “ingiustizia organizzativa” (Tom Sensky) per cui le responsabilità in contesto lavorativo vengono assegnate in maniera arbitraria, clientelare (p. 70), con una sorta di selezione al contrario in base al criterio del “culto della mediocrità”: “qualunque ragionamento che dimostri originalità e indipendenza di giudizio diventa una minaccia, mentre conta l’adesione alle linee guida. Il talento e l’originalità sono un segno di autonomia, mentre la mediocrità assicura duratura fedeltà” (pp. 74 – 75).

Un’ultima indicazione vale non solo per il mondo dei terapeuti ma, a mio avviso, può essere estesa a tanti altri ambiti professionali, specie se si tratta di professioni di aiuto o simili (quali l’insegnamento): “Il mio maestro Robert Kellner diceva che la parte più difficile della medicina è costituita dal rapporto con i colleghi e che a questo nessuno è preparato. Con alcuni colleghi abbiamo provato a scrivere delle difficoltà che si possono avere nei rapporti professionali: Dealing with difficult medical colleagues.  E’ curioso che mentre  esistono migliaia di lavori sul rapporto tra medico e paziente, questo sia forse il primo lavoro in inglese che affronti i rapporti tra clinici” (pp. 34 – 35).Pazienti e colleghi l'autoanalisi di uno psichiatra

 Giovanni A. Fava chiude il suo testo con l’esortazione a preservare “l’autonomia e l’indipendenza del giudizio clinico” (p. 104), evitando di attenersi pedissequamente a “linee guida, che in campo psichiatrico risentono fortemente degli interessi farmaceutici” nell’illusoria convinzione che “tutti i pazienti con una certa diagnosi devono ricevere un certo tipo di trattamento, che spesso deriva da analisi statistiche manipolate per interessi commerciali” (p. 102). Solo a queste condizioni – apparentemente più gravose rispetto a metodiche standardizzate, adatte, direbbe Nietzsche, a tutti e a  nessuno – l’attività dello psichiatra/psicoterapeuta può rivelarsi “sì, un mestiere molto duro. Ma il più bello del mondo” (p. 49).Pazienti e colleghi l'autoanalisi di uno psichiatra

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