Perché Rosario Livatino sì e altri giudici no?

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La laica santità del giudice Livatino
Rosario Livatino
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by  Augusto Cavadi

In occasione della beatificazione del giudice Rosario Livatino nella cattedrale di Agrigento, domenica 9 maggio, fra altre domande rimaste in sospeso ne è circolata una: perché proprio questo magistrato e non altri, prima e dopo di lui?Perché Rosario Livatino sì e altri giudici no?

Provare a rispondervi può fare chiarezza su alcuni aspetti della questione che – nell’entusiasmo e diciamo pure nella retorica delle circostanze – rischiano di restare nell’equivoco.

La prima considerazione, tanto elementare quando decisiva, è che noi esseri umani non siamo in grado di influenzare la condizione di chi è caduto nella guerra contro le mafie.

Che ne è, oggi, di Antonino Giannola, Pietro Scaglione, Cesare Terranova, di Gaetano Costa, di Rocco Chinnici, di Antonino Saetta, di Rosario Livatino, di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e di Paolo Borsellino?

Sono entrati nel Nulla eterno o in uno stadio evolutivo inimmaginabile? Non lo sappiamo. Ciò che sappiamo è che non possiamo modificare di un grado sia pur minimo il loro status attuale.

Ma allora – e siamo a una seconda considerazione – cerimonie commemorative, medaglie d’oro al valor civile, intitolazioni di strade e di piazze, beatificazioni liturgiche…sono tutte iniziative che servono o a noi sopravvissuti o a nessuno. Non è il caso, neppure inconsciamente, che ci auto-interpretiamo come una sorta di giuria della storia che assegna i voti, riconosce i meriti, stabilisce graduatorie. Gli eroi hanno fatto la loro parte e chiuso i giochi: è a noi che conviene raccoglierne il testimone, salvarne la “memoria sovversiva” (J B. Metz), studiarne lo stile e i metodi per correggere, se necessario, e in ogni caso per integrare e andare oltre.

In questa strategia della memoria che si trasforma in analisi, in progetti, in proposte ogni magistrato spicca con la propria identità, con il proprio profilo umano e professionale.

Certo tutti loro – da Giangiacomo Ciaccio Montalto ad Alberto Giacomelli – sono accomunati dalla medesima, inflessibile, fedeltà al ruolo di interpreti e amministratori della legalità democratica (e proprio questo rigore li distingue, o addirittura li isola, rispetto a colleghi più ‘elastici’): ma ciascuno sulla base di proprie motivazioni ideologiche, religiose, etiche, politiche che – in quanto cittadini – avevano il diritto di coltivare e, se volevano, di manifestare. Se è così, mi pare che s’imponga una terza considerazione: ogni eroe dell’antimafia appartiene all’intera società, ma ciò non esclude che alcuni settori (partiti, sindacati, movimenti, chiese…) avvertano la propensione spontanea verso questo o quel personaggio più consonante dal punto di vista morale, simbolico, psico-sociologico.

No: queste differenze non dividono, ma articolano e arricchiscono. Purché rispettino l’originalità autentica del modello prescelto, senza strumentalizzazioni né intenzionali né soltanto inconsce.

Se un magistrato, in vita, è stato un credente in senso esplicitamente religioso (sia pur di una fede inquieta, tormentata, sofferta come Livatino), è legittimo che, una volta ucciso,  la sua Chiesa – in segno di gratitudine e ai fini della propria pedagogia attuale – decida di onorarlo proclamandolo ‘beato’, “martire della giustizia e indirettamente della fede” (secondo la felice formula di Giovanni Paolo II). Se un giorno così avvenisse con Paolo Borsellino – di cui ricordo la frequente presenza domenicale fra i banchi della chiesa di san Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo – sarebbe altrettanto legittimo, altrettanto significativo.

Perché Rosario Livatino sì e altri giudici no?
Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

Non altrettanto corretta sarebbe una decisione del genere, pur se assunta con l’eventuale consenso degli eredi, per altri magistrati che ho avuto l’onore di incontrare in vita, come Gaetano Costa e Giovanni Falcone. Essi erano fieramente, consapevolmente, interni a un’ottica esclusivamente terrena, mondana. Farne oggetto di culto o di imitazione per ragioni religiose sarebbe davvero, nei loro confronti, un’offesa: al di là di ogni intenzione laudativa, un gesto di prepotenza clericale. Sarebbe l’attuazione del timore che già Nietzsche, con amara ironia, esprimeva alla fine del XIX secolo: che i preti – non avendolo saputo convertire in vita – lo avessero potuto canonizzare da morto.Perché Rosario Livatino sì e altri giudici no?

 

 

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