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Quando solo i pazzi denunciavano i mafiosi di Corleone

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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

Se si vuol capire la ragione per cui le aree para-mafiose del ceto dirigente italiano replicano, con puntualità, i tentativi di smantellare la legislazione sui “collaboratori di giustizia” (giornalisticamente noti come “pentiti”) e sui “testimoni di giustizia” (cittadini onesti esterni alle cosche o addirittura vittime di intimidazioni mafiose) occorre leggere questo intrigante volume di Ernesto Oliva, I pazzi di Corleone. I compaesani di Liggio, Riina e Provenzano, testimoni minacciati dalla mafia e abbandonati dallo Stato, Di Girolamo, Trapani 2020.Quando solo i pazzi denunciavano i mafiosi di Corleone

Si tratta, infatti, di una puntuale ricerca su documenti, archiviati e dimenticati, relativi a vicende della seconda metà del secolo scorso (pubblicati soprattutto dalla Commissione parlamentare antimafia negli anni Ottanta), da cui si traggono storie ben al di là di ogni immaginazione letteraria.

Dalla ricerca, infatti, emergono nomi e cognomi di abitanti di Corleone che – per le ragioni più svariate – decidono di accusare i colpevoli ignoti di delitti ben noti alle autorità giudiziarie, ma che, privi di qualsiasi conseguente protezione, vengono tempestivamente minacciati dai mafiosi e indotti ad annullare le prime loro deposizioni. Con quale stratagemma?

Quando solo i pazzi denunciavano i mafiosi di Corleone
Ernesto Oliva

Da qui il titolo del volume: assumendo atteggiamenti, pose, reazioni da “pazzi”.

Uno di questi folli per autodifesa è Luciano Raia, della famiglia perdente del dottor Michele Navarra (medico condotto e capomafia), che inizia a denunciare d’intesa con la moglie Biagia Lanza i membri della famiglia vincente di Luciano Liggio: la loro collaborazione non rimane segreta, viene sbandierata dal Giornale di Sicilia  e al “Valachi siciliano” non resta che comportarsi da smemorato clinico. Un altro pazzo a scoppio ritardato è Vincenzo Maiuri che aveva assistito all’omicidio di un luogotenente di Navarra.

Davvero autentico pare sia stato l’impazzimento di Vincenzo Streva che, dopo l’autodenuncia per l’assassinio di un giovane ladro di bestiame e la denuncia dei suoi complici, finisce ricoverato in manicomio criminale (mentre i correi da lui indicati restano a piede libero).

Oliva stesso evidenzia alcune delle numerose considerazioni suggerite dalle vicende che egli ha strappato all’oblio.

Innanzitutto “un quadro corale di aperte denunce contro i delitti del clan, del tutto contrastante con l’opinione comune secondo cui Corleone sia stato il luogo per eccellenza della pratica dell’omertà” (p. 20); inoltre che lo Stato – in particolare la magistratura  – ha “permesso in quegli anni alla mafia di Corleone di affermarsi con la forza della soggezione, salvando i liggiani da ergastoli e condanne che avrebbero potuto forse impedirgli di uccidere in seguito investigatori, magistrati, politici, giornalisti e chiunque fosse stato ritenuto capace di opporsi al loro potere stragista” (p. 21). Come si è icasticamente espresso il magistrato e senatore Giuseppe Di Lello, “allo storico silenzio dei siciliani” è corrisposta “una storica sordità dei giudici” (p. 41).

Quando solo i pazzi denunciavano i mafiosi di Corleone
Giuseppe Di Lello

Ancora una volta, dunque, si conferma la teoria sociologica per cui i responsabili dei delitti di mafia non sono soltanto i mandanti (più o meno occulti) e gli esecutori, ma anche quei rappresentanti delle istituzioni che – per interesse, per vigliaccheria, per mille altre motivazioni – si sottraggono ai propri compiti: abbandonando i cittadini inermi al ricatto delle cosche, ne inducono la maggioranza alla rassegnazione  e condannano all’isolamento i pochi coraggiosi che preferiscono rischiare la vita anziché svendere la dignità.

Tra queste persone eroiche alcune sono cadute in trincea, come il giudice Cesare Terranova e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (già comandante dei carabinieri a Corleone); ma altre no.

Come le tre infermiere dell’Ospizio Marino (Maria Aiello, Camilla Plaia e Angela Traina) che non esitarono a testimoniare contro Luciano Liggio ricoverato nell’ospedale di Palermo sotto falso nome.

Proprio Terranova, in un documento del 1965, così scrive di loro: “Queste giovani donne, dando prova di coraggio e di un senso di civismo non comune e purtroppo molto raro nel nostro ambiente, non hanno minimamente esitato a rivelare tutto ciò che sapevano e a fornire indicazioni per l’identificazione degli imputati, pur essendo perfettamente consapevoli della pericolosità dei soggetti da loro accusati” (p. 31).

Il volume, che ha il merito di portare alla luce delle vicende trascurate o comunque sottovalutate dalla storiografia sul tema, è arricchito da una relazione, sulla mafia a Corleone negli anni 1963 – 1964 a firma del vicebrigadiere Agostino Vignali, comandante della Squadra di Polizia Giudiziaria del comune palermitano. L’estensore del documento “riservatissimo” si mostra consapevole della necessità che l’azione repressiva giudiziaria venga accompagnata da iniziative efficaci sui “tre cardini fondamentali”: “scuole, industrie, bonifica agraria” (p. 209).

Sessant’anni dopo siamo costretti a riconoscere che il groviglio è ancora più complesso perché il sistema di potere politico-economico-mafioso ha dimostrato di saper approfittare delle risorse statali come, nel passato, delle condizioni di arretratezza e povertà. Scuole? I mafiosi controllano gli appalti per costruire le pubbliche e mandano i rampolli nelle private più prestigiose.

Industrie? Molti imprenditori – pur sbandierando slogan antimafia – cercano la complicità dei mafiosi prima ancora di essere contattati da essi e non pochi arrivano ai vertici delle associazioni di categoria con metodi mafiosi.

Bonifica agraria? L’agricoltura è un terreno fertilissimo per truffe concernenti i finanziamenti europei e, comunque, se i mafiosi hanno allentato la morsa nelle zone agricole é perché hanno trovato molto più lucroso il settore dell’edilizia prima; delle droghe, delle armi, dei flussi migratori e della speculazione finanziaria, dopo.

Almeno in Italia, il capitalismo, che in altri Paesi esige regole certe nell’esercizio della libera concorrenza, sembra invece supportare politiche governative ‘grigie’ in cui alla severità per le trasgressioni banali corrisponde uno sconcertante lassismo verso la macro-corruzione e la mega-evasione fiscale.

Con la conseguenza che, nella migliore delle ipotesi, viene perseguita la delinquenza comune e incoraggiata la criminalità mafiosa sistemica.Quando solo i pazzi denunciavano i mafiosi di Corleone

 

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Gianfranco D'Anna
Gianfranco D'Anna
Fondatore e Direttore di zerozeronews.it Editorialista di Italpress. Già Condirettore dei Giornali Radio Rai, Capo Redattore Esteri e inviato di guerra al Tg2, inviato antimafia per Tg1 e Rai Palermo al maxiprocesso a cosa nostra. Ha fatto parte delle redazioni di “Viaggio attorno all’uomo” di Sergio Zavoli ed “Il Fatto” di Enzo Biagi. Vincitore nel 2007 del Premio Saint Vincent di giornalismo per il programma “Pianeta Dimenticato” di Radio1.
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