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Rage room sintomo sociale della spirale dell’autodistruzione

Cuore & Batticuore

Rubrica settimanale di posta. Sentimenti passioni amori e disamori. Storie di vita e vicende vissute

By Emanuela Fagioli

Rage room à la carte. Prenoti mettendo in conto una lista d’attesa più o meno lunga. Scegli il kit di oggetti e l’arma che più ti aggrada.

Selezioni la colonna sonora che ti accompagnerà e, superata la vestizione di sicurezza che prevede casco integrale-para spalle-para ginocchia-scarponcini anti infortunio, puoi finalmente avere accesso alla rage room, la stanza dove dar sfogo alla tua rabbia repressa.

Entri e spacchi tutto. C’è chi lo fa aiutandosi con un piede di porco, chi con un ferro da golf e chi con la mazza da baseball.Rage room sintomo sociale della spirale dell'autodistruzione

Gli oggetti sono i più disparati: piatti. bicchieri, vasi, sedie e piccoli mobili, telefonini, laptop e televisori.

Dopo Giappone e America la moda è sbarcata in Italia dove i giovani stressati e frustrati possono così trovare sollievo. Roma, Bologna, Milano…

Quando me lo raccontano scuoto la testa e sorrido. Non è possibile ribatto, è un controsenso. E allora mi mostrano le clip video. I miei pensieri oscillano tra velature di ironia e di tristezza.

L’ironia è che per sfogarti e distruggere gli oggetti simbolo di un sistema che ti stressa oltremodo, non trovi di meglio che soggiacere ignaro all’ennesima moda prodotta dal sistema stesso.

Paghi per essere anestetizzato ed essere di nuovo efficiente e funzionale al sistema.

L’ironia è che per arrivare alla tua rage room devi seguire una trafila che smoscerebbe anche l’incredibile Hulk. Perché la rabbia, quella vera, per sua natura esplode e non attende né orari né abbigliamento di sicurezza.

L’ironia è che mi immagino un futuro da pessimo film di fantascienza dove le rage room saranno istituzionalizzate e obbligatorie, nello stile delle casette linde delle prostitute elvetiche che però almeno non sono obbligatorie.

  • Le velature di tristezza si aprono a molti interrogativi e alcuni pesano come macigni: perché oggi concediamo così tanto spazio alla rabbia?
  • Perché abbiamo perso la capacità di usare l’atomica energia che la rabbia sprigiona per cercare di cambiare in meglio?
  • Perché ci siamo assuefatti a cercare sempre un capro espiatorio fuori da noi stessi sul quale abbattere i nostri fallimenti?

    Rage room sintomo sociale della spirale dell'autodistruzione
    Emanuela Fagioli

Quanti leader, quanti campioni dello sport, quante imprese hanno visto la luce grazie alla forza della rabbia, alla capacità dei protagonisti di piegarla con rigore e autocontrollo e utilizzarla per conquistare traguardi grandi!

Un esempio fra i tanti: Walter Bonatti. Nel 1954 il giovanissimo Bonatti rischia la vita sul K2 per consegnare bombole di ossigeno ai compagni di punta, Compagnoni e Lacedelli, ma viene defraudato del suo ruolo nella conquista del K2.

Il suo nome non viene citato anzi viene ingiustamente accusato dal capospedizione di aver intralciato i piani, viene umiliato e quanto tenta di difendersi è tacciato di falso da tutto l’establishment alpinistico che ruota intorno alla vittoriosa spedizione tricolore.

Di ritorno in Italia Bonatti è psicologicamente distrutto, ma è anche diventato un fascio di pura rabbia. Sceglie di affrontare le sfide più estreme senza più compagni di cordata.

Solo lui, la sua immensa rabbia e le montagne da vincere. Sono anni grandi, Bonatti inanella imprese che lo fanno entrare nella leggenda e poi lascia la montagna per dedicarsi alle esplorazioni di aree remote del globo. Così, sempre in solitaria, sempre con la forza della sua rabbia, entra nel mito.

  • Perché i nostri ragazzi vezzeggiati, coccolati e straviziati sono, o vogliono sembrare, tanto rabbiosi?
  • Qualsiasi sia la risposta, perché dimentichiamo e non pratichiamo e non insegniamo più l’autocontrollo?
  • E se io giovane adulto frustrato mi abituo a spaccare tutto per rilassarmi, senza contenimento ne freni, quando la mia rabbia andrà in ebollizione in ufficio o in metropolitana o al campus o in casa e non avrò il kit di sopravvivenza di una rage room che farò?
  • E perché mai ho bisogno della rage room per distruggere smartphone e laptop che mi ossessionano? Non riesco semplicemente a spegnere i miei, almeno per qualche ora al giorno, con un gesto di libertà altrettanto potente ma più intelligente?
  • E se dai laptop la richiesta passasse a manichini iper realisti quale sarebbe la reazione del mercato? L’escalation potrebbe non aver fine. Dove porremmo questa volta l’asticella del buon gusto e del lecito?

Un ultimo pensiero: non è propriamente edificante spaccare tutto  e nel caso delle rage room il tutto è anche anonimo, senza anima né storia.

L’organizzazione tra l’altro ti solleva dal dopo. Il dopo dei cocci da gestire, quello dei rimorsi che arrivano per aver fracassato, insieme a oggetti tuoi, ricordi, sacrifici, esperienze e speranze.

Il dopo, quello che ti costringe a raccattarti in frammenti e ricominciare.

Rage room sintomo sociale della spirale dell'autodistruzione

Più che una terapia contro lo stress, distruggere tutto comprende in realtà quello che non si accetta di se stessi. La riflessione della fotografa e pittrice Emanuela Fagioli denuncia il grave malessere sociale evidenziato dalla diffusione a macchia d’olio delle camere della rabbia e della distruzione. L’idea originale di Ed Hunter, che ha per così dire fondato a Melbourne la prima camera della rabbia, è diventata virale e si è diffusa con  tanto di franchising anche in Italia. Dove qualche utente mostra un tocco di classe o un sintomo psichiatrico in più e richiede sottofondi di musica classica. In particolare la Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner, colonna sonora del film Apocalypse Now….

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Gianfranco D'Anna
Gianfranco D'Anna
Fondatore e Direttore di zerozeronews.it Editorialista di Italpress. Già Condirettore dei Giornali Radio Rai, Capo Redattore Esteri e inviato di guerra al Tg2, inviato antimafia per Tg1 e Rai Palermo al maxiprocesso a cosa nostra. Ha fatto parte delle redazioni di “Viaggio attorno all’uomo” di Sergio Zavoli ed “Il Fatto” di Enzo Biagi. Vincitore nel 2007 del Premio Saint Vincent di giornalismo per il programma “Pianeta Dimenticato” di Radio1.
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