Restare in città per lamentarsene o andarsene altrove?

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Restare in città per lamentarsene o andarsene altrove
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

In estate, per qualche giorno o per qualche settimana, per una collina vicina o per un altro continente, si lascia la propria città. E la si può guardare come dall’alto di una mongolfiera. Questo distanziamento può diventare – direbbe Pierre Hadot – un ottimo “esercizio spirituale” filosofico se ci suggerisce, ad esempio, la domanda su che rapporti ciascuno di noi intrattiene con la propria città.Restare in città per lamentarsene o andarsene altrove

Per alcuni è il rapporto del neonato con le poppe materne: ci si resta attaccati, soddisfatti del guscio protettivo, pronti a frignare ogni volta che si è frustrati in qualche necessità o desiderio. Parafrasando J. F. Kennedy, si potrebbe affermare che – per questi cittadini – la preoccupazione costante gravita intorno a ciò che la città può fare per loro, senza mai chiedersi che cosa essi possano fare per la città.

Da questa fase infantile, altri escono per passare a un atteggiamento adolescenziale di protesta e di rifiuto, di fuga: mentale e – quando possibile – fisica. Tanta insofferenza è quasi sempre, e quasi del tutto, giustificabile (un po’ come, in genere, l’insofferenza giovanile verso il sistema socio-culturale in cui ci si trova a nascere e a crescere): come sopportare un assetto fondato sulla disparità strutturale fra chi possiede molto e chi possiede poco o niente; fra chi si gode la vita senza lavorare e chi lavora tutto il giorno, e tutti i giorni, senza potersi godere la vita; fra chi ha molte strade professionali spianate dalla protezione familiare e chi  viene privato della possibilità di mostrare le proprie doti; fra chi può imporre al resto della società il suo potere (specie, ma non esclusivamente, maschile) e chi deve subire senza prospettive di emancipazione (specie, ma non esclusivamente, se donna) il potere altrui …Chi emigra dalla città – specie se all’amarezza comprensibile non congiunge disprezzo per chi resta – merita rispetto.

Restare in città per lamentarsene o andarsene altrove
Italio Calvino

Eppure…eppure può capitare che qualcuno, oltrepassando la fase della protesta giovanile, pervenga a vedere la sua città con animo maturo. Con occhi adulti. E’ lo sguardo di compassione di chi – pur avvertendo l’esigenza di allontanarsene periodicamente – decide di non abbandonarla per sempre. E vi ritorna per dare, con gentilezza, una mano al lento processo di evoluzione. E’ l’atteggiamento del prigioniero platonico che, avendo respirato l’aria pura della libertà e della saggezza, non si accontenta della propria situazione privilegiata e ritorna nella caverna per provare a svegliare gli antichi compagni di detenzione. E’ l’atteggiamento di Paolo Borsellino che, dopo la strage di Capaci, sa che è arrivata la sua ora e, nonostante ciò, ribadisce pubblicamente la sua volontà di seguire le orme dell’amico Giovanni Falcone e di perseverare nel lavorare a favore della sua “bellissima” e “disgraziata” Palermo. Chi perviene a questo sguardo disincantato ma amorevole, critico ma grato, non può non cercare l’alleanza con altri sguardi simili.

BERSABEA | amicinellarte.itDa solo resterebbe sterile. E’ la tesi della celebre chiusa de Le città invisibili, di Italo Calvino,  che con fatica crescente tentiamo di consegnare alle nuove generazioni: ” L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.Restare in città per lamentarsene o andarsene altrove

 

 

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