Sanremo il poco e il peggio dell’Italia allo specchio

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Sanremo il poco e il peggio dell’Italia allo specchio
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P  A  G  I  N  E

Rubrica di critica recensioni e anticipazioni

by Maggie S. Lorelli

Sanremo è anzitutto un fenomeno di costume. Sin dai primi anni ’50, moltissime famiglie italiane hanno atteso con trepidazione l’evento, trasmesso dapprima in radio e dal 1955 in diretta tv.Sanremo il poco e il peggio dell’Italia allo specchio

Nel corso di tutti questi anni, che sfiorano il settantennio, la manifestazione invernale, più puntuale della neve a Cervinia, è stata uno specchio infedele delle nuove tendenze della musica leggera italiana, ma soprattutto una cartina tornasole dei costumi di massa. Al punto che, nonostante si tratti di una competizione canora, un giudizio equilibrato non può prescindere dai testi dei brani selezionati e da tutti gli elementi scenografici, dagli arredi agli abiti, del carrozzone allestito per allietare il considerevole popolo del pop, che nel 2019 ha superato i 10 milioni di telespettatori.

Del resto la musica leggera italiana, tradendo lo spirito nobile del melodramma nostrano, è sempre stata asservita al messaggio verbale e, per stare alla metafora su cui si dibatte di recente, “un passo indietro” alla parola. Col risultato di suonare, è il caso di dire, almeno un secolo indietro rispetto all’evoluzione musicale.Sanremo il poco e il peggio dell’Italia allo specchio

E’ così che la “canzone sanremese” è diventata uno coacervo di stilemi ritriti e rigurgiti neomelodici con l’unico obiettivo di produrre in serie motivetti orecchiabili che vengono trasmessi ossessivamente dalle radio e su cui si batte cassa discografica.

“Ho cercato canzoni che potessero piacere al bambino, alla mamma e alla nonna”, annuncia candido il mattatore dell’anno, ma al posto delle tagliatelle di nonna Pina spuntano le manette a donna supina.

Meteore che trapassano la memoria collettiva con la stessa fulminea rapidità delle vacue polemiche prefestival, più “false e ree”, per dirla col Manzoni, del Carnevale che se le porta via.

Che dire, per stare in tema di ipocrisia, dei testi delle canzoni? Non si pensi che caricarli di tronfie velleità ideologiche sia una moda degli ultimi anni. Passando in rassegna alcuni fra i versi più controversi della storia sanremese, mi accorgo che sin dagli anni ’50 ci si divertiva a scovare fra le righe significati ideologici sproporzionati, come dimostrano le numerose esegesi di “Papaveri e Papere”, nelle cui ingenue strofe i critici più sensibili agli oppiacei hanno visto gli alti e imponenti papaveri democristiani annientati dai colpi di falce dell’azione rivoluzionaria del comunismo, mentre nel verso Sei nata paperina, che cosa ci vuoi far? lo storico della canzone italiana Gianni Borgna è arrivato a scorgere una morale femminile rinunciataria “che predica rassegnazione a oltranza e supina accettazione del proprio stato di inferiorità sociale”.

Ogni anno l’ ”artista concettuale” del momento fa parlare di sé come un profeta per il fatto di veicolare nelle sue parole un messaggio politico o ideologico legato a temi di attualità, con l’ambizione smodata di cambiare la mentalità imperante.

Fatta eccezione per i testi realmente corrosivi del benpensiero comune (mi torna in mente Faccia di cane dei New Trolls scritto da De André, quelli ironicamente provocatori di Elio e le Storie Tese, o quelli  apparentemente nonsense di Rino Gaetano, Vasco Rossi e ogni altro Ultimo mai arrivato primo), penso ai testi dedicati alle stragi, alle guerre, ai martiri, ai neri, ai gay, ai pazzi, alla vita, alla morte e ad altri momenti di trascurabile infelicità umana.

Suvvia, Sono solo canzonette!, ammonirebbe Bennato. Per non dire di uno zelante dovere civile ostentato in modo bislacco dai vertici della macchina da share, passando con disinvoltura da monologhi aulici e interviste impegnate a suicidi tentati, cavalli pazzi, pancioni gonfiati, braghe calate, tette affacciate, farfalle sbucate, coniugando il servizio pubblico all’interesse pubico… Un trito misto di relitti imbellettati e novizi aberranti aromatizzato all’erba rancida.Sanremo il poco e il peggio dell’Italia allo specchio

Quest’anno il boccone amaro è rappresentato dalla presenza del rapper mascherato (di quelli che ce li ritroviamo in versione sbarbata da bravo ragazzo come giudici strapagati dei talent) che in un video con 5 milioni di visualizzazioni insulta una donna con i polsi bloccati e il capo avvolto in un sacchetto del pane. Ma stiano tranquille le donne, si tratta solo di deliranti stereotipi di genere, niente in confronto allo stupro della musica, profanata sin nel nome di Mozart.

Rassegnamoci: anche quest’anno il fuoco pirotecnico di Sanremo, attizzato ad arte dalle polemiche, riscalderà le serate di febbraio che porta nel suo nome la purificazione da ogni male.

E per i negazionisti del “ma chi lo guarda più?” sappiate che, visti gli ascolti, lo si guarda di nascosto, nel segreto del salotto di casa, a propria insaputa, perché Così fan tutti.

Sanremo il poco e il peggio dell’Italia allo specchio
Maggie S. Lorelli  maggiemusic@gmail.com
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