Stragi di mafia: molte indagini, non tutta la verità

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Capaci e via D’Amelio contesti da delineare

Venticinque anni di cronaca in bilico sulla storia. Le stragi di mafia del 1992 presentano diversi capitoli in via di definizione. Il mosaico storico degli eventi non è completo.

Anche se la memoria nazionale e la coscienza popolare hanno ormai consacrato la fondamentale importanza del lavoro svolto, il valore del loro sacrificio, l’esempio morale e professionale testimoniato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tuttavia nonostante il quarto di secolo trascorso la storia del Paese non riesce ancora a delineare compiutamente il contesto delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio.

Un contesto non solo criminale, ma anche istituzionale, giudiziario e investigativo, che di anno in anno si arricchisce di nuovi scenari. Come sottolineano il Procuratore Generale di Caltanissetta Sergio Lari e il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo, fra i più impegnati sul fronte della ricerca della verità sulle stragi del 23 maggio e del 19 luglio 1992.

Capaci e via D'Amelio contesti da delineare. L'analisi del Procuratore

Sergio Lari

“La stagione delle stragi di mafia ha sicuramente segnato la storia del paese, ma anche la storia e l’evoluzione di cosa nostra, perché la scelta strategica effettuata da Totò Riina e dal vertice dei capimafia di fare guerra allo Stato con metodi terroristici alla fine si e rivelata esiziale per le cosche”  evidenzia il Procuratore Lari.

Mentre Salvo Palazzolo, scrittore e cronista investigativo di primo piano si chiede: “Ma cosa è avvenuto davvero quell’anno in Italia, quando con le uccisioni di Falcone e Borsellino – e con Tangentopoli – crollano i partiti e  la prima Repubblica? ” 

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Salvo Palazzolo

  • Da dove scaturisce la strategia stragista della mafia: cosa nostra cioè funzionale a logiche politico terroristiche, oppure  autodeterminata? 

Sergio Lari: “La scelta stragista della mafia ha origini molteplici. Come scoprimmo nei processi che facemmo a Caltanissetta. Anzitutto, una scelta rabbiosa di vendetta, perché dopo il maxi processo, la mafia aveva perso due di quelle prerogative che aveva garantito il potere a Cosa Nostra: l’impunità e la segretezza. Grazie al metodo Falcone e ai pentiti, a cominciare da Buscetta e Contorno, si conosceva l’organizzazione e i vertici erano stati messi alla sbarra con 300 capi di imputazione per un totale di 121 omicidi. Uno smacco tremendo per la mafia, significava che era finito il tempo delle vacche grasse, dei processi trasmessi altrove per legittima suspicione, dell’assoluzione per insufficienza di prove. L’organizzazione poteva finalmente essere sconfitta, pertanto, Riina prende la decisione di eliminare da una parte coloro che per lui sono i traditori, i presunti inaffidabili,  uno per tutti Salvo Lima, ucciso il 13 marzo del 1992 e sull’altro fronte i nemici mortali di cosa nostra. Questa la genesi della decisione”

SalvoPalazzolo: “Le sentenze della magistratura hanno rassegnato una verità attraverso le condanne: gli eccidi di Capaci e di via d’Amelio sono stati decisi dal capo di Cosa nostra Salvatore Riina e dal gruppo di vertice dell’organizzazione. Le indagini sui mandanti altri o i concorrenti esterni hanno scandagliato ipotesi e spunti arrivati da più parti. Prima la pista sugli appalti, poi l’ipotesi di un presunto coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Tutti capitoli giudiziariamente archiviati. Sono rimasti gli interrogativi attorno a quella stagione in cui l’Italia passò dalla Prima alla Seconda Repubblica. Chi aveva interesse, oltre a Cosa nostra, all’eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? ”

  • E se si fa luce sulle stragi del ’92 si delineano anche moventi e mandanti di altri omicidi?

 Sergio Lari: “Gli omicidi Falcone e Borsellino erano stati orditi da tempo, una eliminazione chirurgica come era stato già fatto nel passato con  Chinnici, Terranova, Costa, Piersanti Mattarella, Giuliano. Prima della stagione delle stragi, cosa nostra aveva già ucciso singoli nemici, per continuare a tessere relazioni all’interno della società senza persone che si mettessero di traverso, e senza inchieste giudiziarie. Omicidi compiuti per conservare il network del potere. Le eliminazioni di Falcone e Borsellino, invece, si inseriscono in una strategia unitaria, che parte con la strage di Capaci e prosegue con il fallito attentato dell’Olimpico del 1994. E’ una strategia di guerra nei confronti dello Stato. Altri omicidi erano previsti da cosa nostra, quello dell’allora Procuratore Piero Grasso, quello di Calogero Mannino, quello di Ignazio Salvo, poi effettivamente ucciso nel  1992 e quello di Claudio  Martelli, che secondo  la mafia aveva usufruito dei voti di cosa nostra senza ricambiare i favori ricevuti. C’era dunque un programma eversivo complessivo.”

 Salvo Palazzolo: “ I delitti eccellenti hanno avuto sempre delle costanti. Dopo l’azione dei sicari, abbiamo assistito all’entrata in scena di uomini, spesso con un distintivo in tasca, che hanno fatto irruzione nelle scene del crimine, negli uffici, nelle abitazioni delle vittime, per portare via prove, indizi, per portare via le ultime parole delle vittime, che erano in agende, file, appunti. Una coincidenza davvero singolare fra l’azione dei killer e di quelli che potremmo chiamare ripulitori”.

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i padrini di cosa nostra Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella

  •  Quanto c’è ancora da scoprire sulle stragi del ’92 ?  

Sergio Lari: “Sulla strage di Via d’Amelio non si é ancora potuto stabilire chi avesse imbottito di esplosivo la 126 usata per l’attentato. Noi sappiamo che dalle confessioni del pentito Spatuzza, chi ha procurato l’auto, le batterie, l’antennino, e tutto l’occorrente per innescare l’esplosivo, ma non sappiamo ancora chi era il misterioso uomo, l’artificiere, che fu visto operare nel garage dove si preparò l’auto bomba. Chi era costui? Un uomo di Cosa Nostra o un soggetto arruolato per l’occasione?  La Procura di Caltanissetta continua ad indagare circa la presenza di altre persone, diverse da Cosa Nostra, che possano aver contribuito nella fase esecutiva, alla realizzazione dell’attentato.”

Salvo Palazzolo: “Non sappiamo ancora chi ha rubato l’agenda rossa di Paolo Borsellino e il diario di Giovanni Falcone. Cosa c’era nelle parole rubate ai nostri giudici? Con il collega Gery Palazzotto abbiamo provato a mettere in scena un’indagine sul palcoscenico del Teatro Massimo. Il 23 maggio, l’attore Ennio Fantastichini ripercorrerà tutti gli interrogativi e gli indizi attorno alle parole rubate di Falcone e Borsellino. Lo spettacolo si chiama proprio ‘’Le parole rubate”.stragi-di-mafia-molte-indagini-non-tutta-la-verità

  • È possibile, dopo 25 anni, scoprire elementi decisivi per arrivare alla verità? 

Sergio Lari: “Ci sono vari punti cruciali, a cominciare dalla scelta del metodo terroristico utilizzato per Capaci e l’abbandono della decisione di uccidere Falcone in un agguato a Roma. Riina pensava che una strage eclatante inducesse lo Stato a una trattativa che portasse a nuovi referenti rispetto a quelli che, secondo il capo dei capi della mafia, avevano tradito cosa nostra. Cioè non erano stati in grado di bloccare, prima. e condizionare, poi, il maxi processo. La procura di Caltanissetta, che ho diretto per 8 anni, ha condotto indagini sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, dei Tranchina, di Cosimo  d’Amato, i nuovi pentiti degli anni duemila. Ecco, il fallimento della trattativa ha indotto Riina ad accelerare il progetto omicidiario nei confronti di Paolo Borsellino, come indicato da Brusca e Cangemi.  Poi Riina nel 1993 stoppa la stategia stragista, anche se era previsto un altro colpettino, come lo defini il braccio destro del padrino, Salvatore Biondino, cioè l’uccisione dell’allora Procuratore Piero Grasso,  che poi non fu portato a termine per motivi tecnico-logistici. Il fermo alle stragi era dovuto all’idea appunto di condurre trattative misteriose al fine sempre di trovare nuovi referenti”.stragi era dovuto all’idea appunto di condurre trattative misteriose al fine sempre di trovare nuovi referenti”.

Salvo Palazzolo: “I pentiti di mafia hanno svelato molte cose dell’organizzazione, ci vorrebbe un pentito di Stato per scoprire le complicità di cui ancora non sappiamo”.stragi-di-mafia-molte-indagini-non-tutta-la-verità

  • Quali retroscena mai chiariti inquietano maggiormente? 

Sergio Lari “Ho vissuto in prima persona tutte le evoluzioni e i travagli, non solo della lotta contro mafia,  ma anche della magistratura, con tutte nuove norme giuridiche e il potenziamento degli apparati investigativi per contrastare cosa nostra. E se penso, invece a come hanno dovuto fronteggiarla, praticamente senza mezzi e strumenti,  i colleghi e gli uomini delle istituzioni che hanno perso la vita: Falcone, Borsellino, Chinnici, Costa, Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, Cassarà e tutti gli altri. Mi ricordano Ettore, l’eroe senza paura che sotto le mura di Troia si trova ad affrontare l’invincibile nemico Achille. Ecco la mafia era stata lasciata crescere fino a farla diventare un nemico invincibile. Tanto che per uccidere Falcone si misero in moto 3-4 mandamamenti: Brancaccio, Noce, San Lorenzo, San Giuseppe Iato, con una forza economica e militare messa in campo da  cosa nostra paragonabile a quella di uno Stato. Uno stato criminale

 Salvo Palazzolo: “Mi inquieta la maniacale precisione di chi ha rubato le parole dei nostri martiri. Chissà cosa conservava il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa nella sua cassaforte. Chissà cosa aveva scritto l’agente Nino Agostino. Chissà quali appunti aveva preso il commissario Ninni Cassarà nella sua agenda, pure quella è sparita dopo il delitto”.

  • Manca di più la volontà politica o la capacità di reggere verità inconfessabili. O entrambi ? 

Sergio Lari: “Non ci possiamo permetter il lusso di abbassare la guardia. La mia preoccupazione é che quando scomparirà la generazione di magistrati e investigatori che ha combattuto in prima persona cosa nostra, la nostra generazione, chi arriverà dopo di noi possa sottovalutare quanto è successo. Vedo la scuola, per fortuna, tende a parlare molto e a ricordare questo terribile periodo storico che ha vissuto il Paese. Dopo 25 anni, bisognerebbe reintrodurre una specifica educazione civica, per una piena acquisizione e sensibilizzazione sui rischi che abbiamo corso e sull’esigenza assoluta che ciò che é stato non si possa più verificare. Solo così potremo dire che le centinaia  di persone innocenti assassinate dalla mafia, non sono morte invano.

Salvo Palazzolo: “Il presidente del senato Piero Grasso aveva auspicato una commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi, ma non è stata mai costituita. Anche la commissione antimafia avrebbe dovuto occuparsi di stragi, ma è rimasto un programma. Forse, non c’è davvero la volontà politica di riaprire un capitolo della storia del nostro paese”.stragi-di-mafia-molte-indagini-non-tutta-la-verità

 

 

 

 

 

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