Teresa Principato: l’inesauribile lezione di Falcone e Borsellino

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Teresa Principato: l'inesauribile lezione di Falcone e Borsellino
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by Teresa Principato*

Le cerimonie di commemorazione di Giovanni Falcone, seppure necessarie a tenere vivo il ricordo di quello che considero uno tra gli uomini migliori del nostro Paese, troppo spesso in questi trenta anni sono consistite in ripetitive vetrine di ospiti dai ruoli sempre più rilevanti ed appariscenti, chiamati a dotte disquisizioni sulle sue innovative intuizioni investigative, che in realtà hanno cambiato le modalità di gestione  dei processi contro la criminalità organizzata e senza le quali  forse saremmo ancora alla ricerca di “pezzi” di cosa nostra.

Teresa Principato l'inesauribile lezione di Falcone e Borsellino
Giovanni Falcone

E gli argomenti non sono mancati, considerato che le sue intuizioni hanno dato luogo all’elaborazione di nuovi strumenti legislativi, per rendere più efficace l’azione della magistratura contro la criminalità organizzata. Sono stati, tra l’altro, approfonditi:

  • quello che continua ad essere chiamato il “metodo Falcone”,  consistente nell’avvalersi di indagini finanziarie presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero, che consentano di individuare il movimento di capitali sospetti e i terminali di tali movimenti. Un metodo che presenta una serie di intuibili difficoltà, ma che tuttora è adottato – anche se reinterpretato in base ai fatti concreti – a livello internazionale per combattere la criminalità organizzata. Basta pensare alla Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu contro la criminalità transnazionale in cui è stata approvata all’unanimità la risoluzione italiana nota come la «Convenzione di Palermo», ratificata nel 2000. Un risultato dovuto alla precomprensione da parte di Giovanni, risalente agli anni ’80,  del rischio che la criminalità organizzata –  come in effetti si è verificato –  diventasse un problema globale .

  • il coordinamento tra le varie procure;

  • le procure distrettuali con esclusive competenze di contrasto alla mafia, direttamente dipendenti dai capi delle rispettive procure;

  • la formulazione di norme che regolassero la gestione dei collaboratori di giustizia, in un primo momento delegata quasi solo a criteri elaborati dallo stesso giudice;

  • un “doppio binario” per i reati in materia di mafia, riguardante anche l’esecuzione della pena, con una forma di carcerazione differenziata (il 41 bis) per mafiosi e terroristi, motivata dalla necessità di impedire la comunicazione tra i boss in carcere e i mafiosi in libertà;

  • la costituzione di un ufficio centrale nazionale che avrebbe preso il nome di Direzione nazionale antimafia, per garantire la circolazione coordinata delle notizie in tutto il territorio nazionale.

E’ ovvio che ognuna di queste intuizioni merita, da sola, una doverosa trattazione, che peraltro negli anni è stata maturata ed esaustivamente discussa.

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Falcone e la moglie il magistrato Francesca Morvillo

Ma in questo momento di grave crisi della Magistratura, che ha messo in crisi i suoi valori fondanti, sarebbe utile, a mio avviso, che al centro delle commemorazioni si ponesse il modello di magistrato che Falcone ha rappresentato ed incarnato: il suo essere “uomo dello Stato” pur quando lo Stato ha osteggiato le sue idee; un senso dello Stato che lo indusse a rimproverare Borsellino quando quest’ultimo denunciò al CSM la grave crisi dell’Ufficio Istruzione, dopo la nomina di Meli ; la sua solitudine anche (o soprattutto) nell’ambito del suo ambiente di lavoro, vissuta con la piena comprensione delle sue vere radici; il suo rammarico per il mancato raggiungimento dei suoi obiettivi professionali, che però non lo ha mai indotto ad abbandonare le sue idee o a piegarsi alla richiesta di improponibili favori; l’ironia con la quale alla fine prendeva atto delle manifestazioni di velenoso contrasto che lo circondavano (“sono troppo giovane per tutto”, diceva col suo sorriso amaro); il suo rispetto umano anche per i  peggiori delinquenti, che trattava sempre senza acrimonia, mai prospettandosi come “entità”, ma sempre come un uomo;  il senso del valore del sacrificio, unito ad un fortissimo attaccamento al dovere , che fino all’ultimo gli faceva dire  “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”; il rifiuto di ogni sinecura, che anche dopo il maxiprocesso  lo induceva ad avvertire qualche suo collega impegnato nello stesso dibattimento che si riteneva in diritto di lavorare di meno,  che era da aborrire ogni forma di “reducismo” che legittimasse il rifiuto del lavoro di routine;  il dignitoso dolore per le calunnie e le maldicenze di cui era oggetto: ricordo che subito dopo aver saputo dell’attentato all’Addaura gli telefonai e lui tra le prime cose che mi disse, lamentò  il fatto che si era diffusa la voce tra i suoi detrattori che era stato lui stesso ad organizzare l’attentato, per aumentare l’attenzione nei suoi confronti; la sua consapevolezza, mai venuta meno, della rilevanza del suo ruolo di magistrato e quindi di rappresentante dello Stato.

Queste e tante altre qualità dovrebbero ispirare l’azione dei magistrati e servire da modello ai giovani che si accostano all’esercizio della giurisdizione, ai quali dovrebbe essere reso noto l’alto profilo del “giudice” Giovanni Falcone.

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Paolo Borsellino

Il profilo di Giovanni non si discosta molto da quello di Paolo Borsellino, il cui altissimo senso dello Stato e l’orgoglio per quello che riteneva il “dovere” di un magistrato sono andati talmente oltre da portarlo consapevolmente alla morte, pur di rimanere ad essi coerente.

Non c’è da meravigliarsi della consonanza dei loro caratteri, considerato che entrambi sono nati e cresciuti nello stesso quartiere, la Kalsa, hanno condiviso giochi e progetti, sono stati entrambi impegnati per tanti anni nello stesso durissimo lavoro,  perseguendo comuni obiettivi, idee e soluzioni, sacrificando a tal fine i loro spazi vitali : non è a mio avviso sbagliato dire che  erano entrambi impregnati degli stessi valori.

Quel che più emergeva  dal contatto con Paolo era il suo profondo spessore umano, il suo senso di solidarietà,  l’affetto consolatorio che riversava sui colleghi di lavoro e sui suoi collaboratori, l’infinito amore per la sua famiglia, la generosità. Ricordo che uno dei marescialli che lavoravano con lui, che aveva una figlia molto malata, mi raccontava spesso di come lui si fosse in ogni modo prodigato per questa ragazza, tanto che per gratitudine lui si sarebbe fatto fare a pezzi per il suo Procuratore. Nell’ambiente di lavoro era estremamente amato e stimato: se si riusciva ad ottenere la sua fiducia ed il suo apprezzamento, lui riusciva a gratificare i suoi interlocutori, dando loro la libertà di organizzarsi e  organizzare, senza pressanti controlli.Teresa Principato l'inesauribile lezione di Falcone e Borsellino

Si è già detto della denuncia rivolta al CSM con la quale lamentava il profondo scadimento dell’Ufficio Istruzione di Palermo, finito in mani che lui riteneva non appropriate : una decisione molto criticata da tutti, persino da Falcone.

Dopo la morte del suo amico, la sua primaria esigenza era di individuare i colpevoli della strage: in quella fase era iniziata una sovraesposizione che, come tutti gli ripetevamo, lo avrebbe condotto alla morte. Di questo lui era assolutamente convinto ed aveva fretta di esaurire i suoi tentativi di individuazione dei veri autori della strage. Qualche giorno prima della fine, stavamo andando in Germania per una rogatoria e mentre  eravamo al bar il suo maresciallo recò la notizia che, come aveva appreso dai suoi referenti, era già arrivato a Palermo il tritolo a lui destinato. Partimmo egualmente e lui non si risparmiò certo nel lavoro. Negli ultimi giorni, spesso usciva da solo per andare a comprare il giornale : era suo espresso desiderio che quando lo avessero ucciso la sua scorta non fosse con lui : non voleva che venissero uccisi degli innocenti.

A mio avviso, le considerazioni ed i fatti sopraesposti danno da soli il senso della profonda religiosità di cui tutta la vita di Paolo è stata permeata e non lasciano dubbi sulla spontanea cristianità cui egli informava le sue azioni.  Non è facile oggi intravvedere una continuità della sua opera e dei suoi eccezionali valori etici.Teresa Principato l'inesauribile lezione di Falcone e Borsellino

I lunghi anni di indagine ed i ripetuti dibattimenti hanno lasciato in tutti noi profondi dubbi, delusioni ed il senso di qualcosa che è rimasto incompiuto, in attesa di una risposta. Tra i tanti buchi neri che continuano ad angosciare, vi è una domanda : perché Paolo Borsellino, che  per conto suo aveva cercato di capire qualcosa su quel tragico evento, non fu mai ascoltato dall’allora Procuratore della Repubblica di Caltanissetta  che conduceva l’inchiesta sulla strage di Capaci?

Teresa Principato l'inesauribile lezione di Falcone e Borsellino
Teresa Principato

Teresa Principato* Magistrato per anni in prima linea sul fronte delle inchieste contro cosa nostra come Procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo e successivamente esponente di spicco a Roma della Direzione Nazionale Antimafia.

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