Addio all’Arcivescovo apostolo della fede

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Addio all'Arcivescovo Bommarito apostolo della fede
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Cuore & Batticuore

Rubrica settimanale di posta. Storie di vita e vicende vissute

Trasfigurato dalla fede e con umiltà, è tornato alla Casa del Padre Mons. Luigi Bommarito, Arcivescovo Emerito di Catania.

Protagonista assieme ai Cardinali Francesco Carpino e Salvatore Pappalardo e alla Conferenza episcopale dell’Isola della profonda svolta della Chiesa siciliana, oltre alla gloria di settanta anni di apostolato, Mons. Bommarito lascia molteplici esempi e ricordi di santità e carità.

Esempi che caratterizzano tutta la sua esistenza e amplificano una eredità spirituale destinata ad essere storicizzata.

Addio all'Arcivescovo Bommarito apostolo della fede
Mons. Bommarito Papa  Wojtyla e il Cardinale Pappalardo durante la visita di Giovanni Paolo II° a Catania nel 1994 (foto:Angela Platania)

Un’eredità spirituale che si coglie fin dalle prime ricostruzioni biografiche.

Quarto dei 5 figli di un imprenditore di Terrasini proprietario di macine e pastifici viene ordinato Sacerdote a 23 anni.

Ordinazione sacerdotale preceduta da un episodio di autentica devozione familiare. Qualche anno prima, il brillante studente laureando in Giurisprudenza aveva riunito l’intera famiglia: i genitori Salvatore Bommarito e Rosina Cipriano ed i fratelli, Nino, Stella, Piri e Giuseppe.

“Papa, Mamma ho la gioia del Signore nel cuore, ho deciso di entrare in Seminario e diventare Sacerdote” disse con un soave sorriso e una particolare luce negli occhi. “ Ma sei l’unico figlio maschio che ha studiato per seguire l’azienda” ebbe appena il tempo di accennare fra le lacrime d’emozione il Padre, subito subissato dagli applausi e dagli abbracci commossi che la madre e i quattro fratelli tributavano a don Gino, come cominciarono a chiamarlo.

La Mamma fu ancora più esplicita: “ Figlio mio, io lo sapevo da molti anni. Quando eri appena nato, stavi per morire, ma io sono andata in pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Romitello e in ginocchio ho supplicato la Vergine e tutto il Paradiso: lasciatemelo crescere poi lo affido a voi. E’ cosi è stato “.

L’entusiasmo religioso e la capacità di infiammare, commuovere e trascinare i fedeli nel corso delle omelie, fanno subito crescere la considerazione che l’Arcidiocesi monrealese e in particolare l’Arcivescovo e futuro Cardinale Francesco Carpino hanno per Don Gino, tanto che dopo la laurea in utroque iure, cioè in Filosofia e in Diritto Canonico, gli viene affidato l’incarico di Assistente Spirituale della la Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani, di Monreale. Ed in veste di assistente dell’Arcìvescovo partecipa a Roma con Mons. Carpino alle sessioni del Concilio Ecumenico Vaticano II°.

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Il Cardinale Francesco Carpino

Sono in tanti, nonostante sia passato mezzo secolo, a ricordare ancora i mitici tempi della Fuci della quale Monsignor Bommarito era “anima” e guida.

Ma accanto all’assistenza spirituale, non mancavano gli esempi di carità. Il più evidente, perché a differenza di molti altri episodi non potè rimanere riservato, è la vendita della una grande tenuta che aveva in parte ereditato e in parte ampliato con i propri risparmi sul golfo di Cala Rossa. Tre palazzine circondate da un vasto uliveto con un pozzo d’acqua dolce di notevole valore.

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Il golfo di Cala Rossa a Terrasini

Una tenuta ultilizzata per seminari e campeggi estivi della Fuci e nei restanti mesi ceduta gratuitamente ai familiari per vacanze e scampagnate.
Per ripianare il deficit ed evitare il fallimento del pastificio, che dopo la prematura scomparsa del padre veniva gestito dai fratelli, don Gino vendette la sua personale tenuta di Cala Rossa e versò l’intero ricavato ai fratelli.

L’esperienza monrealese, con epicentro fra il Duomo di Monreale e la chiesa della SS.Trinità del Collegio di Maria, si concluse il 1 giugno del 1976, giorno del suo cinquantesimo compleanno, quando arrivò la consacrazione episcopale, decisa dall’allora Pontefice Paolo VI°, che lo destinò alla sede di Agrigento, come Vescovo ausiliare di Monsignor Giuseppe Petralia, in quegli anni Pastore della Chiesa della Città dei templi.

Subentrato nel 1980 a Mons. Petralia, le circa 200 parrocchie della diocesi agrigentina vennero scosse dall’entusiasmo e dall’attivismo evangelico del nuovo Presule, distintosi per il rinnovamento ecclesiale e le dure prese di posizione contro la mafia e la corruzione, e la partecipazione alle marce per l’acqua.

Nel giugno del 1988 Papa Giovanni Paolo II° lo nomina Arcivescovo di Catania e con la visita apostolica del maggio del 1994 si reca personalmente a visitare la seconda diocesi siciliana.Addio all'Arcivescovo apostolo della fede

Fra i molteplici episodi che vanno ricordarti della sua attività episcopale, certamente emblematico è quello del 9 maggio 1993 quando Monsignor Bommarito é tra i concelebranti della messa nella Valle dei Templi, passata alla storia per il celebre anatema lanciato da papa Wojtyla contro i mafiosi. Significativa anche la visita a Catania di Giovanni Paolo II°, vissuta da Bommarito accanto al carismatico Pontefice.

Catania, la cui diocesi resse fino al 2002, quando lasciò per sopraggiunti limiti di età, rappresenta per lui l’apice e insieme l’epilogo episcopale.Addio all'Arcivescovo apostolo della fede

“Quando arrivai a Catania – dichiara in una intervista rilasciata nell’ottobre del 1988 al giornale on line Prospettive– non sapevo della città se non quanto i giornali continuamente scrivevano, che cioè era un covo della criminalità, una trincea avanzata della mafia, un luogo dove dominavano gli interessi mafiosi. Sono arrivato e ho constatato che quello che scrivevano i giornali era verissimo ma anche che Catania non era tutta mafia, che era intelligenza, bontà, generosità, laboriosità. Più andavo conoscendo la città e la diocesi, più andavo approfondendo le problematiche pastorali delle parrocchie e più mi rendevo conto che c’erano le potenzialità per superare questa difficile, se non tragica, situazione. Un giorno dopo l’altro c’era un morto ammazzato, e quando per alcuni giorni non ce n’erano, poi ne arrivavano tre in una volta sola. Ho capito che Catania aveva le potenzialità per vincere queste grandi tragedie. Varie circostanze, dovute alle pubbliche amministrazioni che diventavano via via più stabili, alla magistratura sempre più presente e puntuale, alle forze dell’ordine che non demordevano e anche alle nostre parrocchie, al processo di rieducazione delle coscienze – perché la mafia oltre ad essere un fenomeno di violenza è un fenomeno culturale che si vince con la rieducazione, con la legalità da far capire e da far assimilare costantemente… , questo cumulo di circostanze ha fatto sì che le cose cambiassero. Credo che la Catania di oggi sia ben lontana dalla Catania di allora. 14 anni hanno infatti creato una situazione estremamente positiva. Questo, naturalmente, non significa che non ci siano problemi da risolvere o ingiustizie da riparare o che il fenomeno della disoccupazione che ancora angoscia tantissime famiglie non debba essere tenuto presente da parte di tutte le autorità o che non ci siano quartieri che vadano attenzionati al massimo e dove la mafia ancora recluta nuove forze… Significa solo che si può guardare all’avvenire con serena speranza, purché non si abbassi mai la guardia.”

Anche la Diocesi che Lei trovava nel 1988 era molto diversa. Come la lascia adesso?

“Questo è un giudizio che non posso dare io…Credo che si siano realizzate tante piccole cose. Io amo dire che sono stato spettatore di quanto qui è stato fatto da sacerdoti impegnati e laboriosi, da parrocchie veramente “avanguardiste” anche nelle metodologie pastorali, da gruppi ecclesiali quanto mai fervorosi, da religiose e religiosi estremamente attenti a seguire il Vangelo nelle scuole, nelle opere loro affidate, nelle comunità ecclesiali dove sono impegnati. Ho trovato una diocesi molto laboriosa e sacerdoti capaci di grandi realizzazioni per il Regno di Dio, delle quali è inutile fare l’elenco, ma di cui sono stato testimone ammirato e gioioso, perché tutto quello che si fa in servizio nel cammino del Vangelo è per noi sacerdoti sempre motivo di gratitudine al Signore e a quelli che si impegnano, ed è motivo di consolazione.”

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La Cattedrale di Sant’Agata a Catania

Nella relazione sulla Diocesi che qualche mese fa ha inviato alla Santa Sede Lei ha citato i punti salienti e le conquiste più significative della Chiesa catanese. Tenendo presente questo documento, un bilancio di questi 14 anni si può fare?

“Un bilancio si può fare ma preferirei che lo facessero altri, persone serene, obiettive – e ce ne sono tante -, che potrebbero essere interpellate per sapere se la Diocesi ha camminato e ha raggiunto qualche traguardo. Io credo che Mons. Domenico Picchinenna, mio predecessore, che aveva avuto il compito di creare comunione e solidarietà e fraternità, questo compito l’ha svolto in maniera esimia ed esemplare. Io gli sono profondamente grato e gliene sarò sempre perché egli continua a sostenere, con la sua preghiera e con le sofferenze tipiche dell’età avanzata, il cammino di questa nostra Chiesa catanese.”

C’è un episodio del suo episcopato catanese che Lei ricorda con particolare affetto e commozione?

“Sono tanti i momenti che ricordo. Per esempio, sono sempre stati esaltanti le giornate delle ordinazioni sacerdotali e diaconali e soprattutto la consacrazione episcopale del mio Vicario generale Mons. Salvatore Pappalardo, chiamato a reggere la Chiesa di Nicosia. La visita pastorale del Papa, poi, è stata un avvenimento bellissimo, anche perché si è svolta con qualche mese di ritardo rispetto a quando doveva avvenire, e questo ci ha aiutato molto. E’ proprio vero che la Provvidenza scrive dritto su righe storte. Infatti, grazie a quel ritardo abbiamo avuto il tempo di organizzarci meglio, abbiamo dovuto ridurre i programmi predisposti prima e non siamo stati travolti dalla situazione. Ho capito in quella occasione come Catania sia come l’Etna, che pare tranquillo e calmo e ad un certo punto erutta con tutta la sua potenza. Questa città, quando è presa dall’entusiasmo, diventa travolgente. Simpaticamente travolgente. Con il Papa è stato così”.

Una domanda che si pongono in molti: adesso cosa farà Mons. Bommarito?

“Intanto farò il Vescovo. Essere Vescovi emeriti non significa essere ex-preti. Continuerò a seguire il Signore là dove potrò fare un po’ di bene. Quotidianamente mi piovono inviti un po’ da tutte le parti, da Catanzaro, da Roma, da Genova, da Lampedusa…Sono tantissime le manifestazioni d’affetto che mi stanno arrivando. Naturalmente, dovrò fare una selezione, anche perché non sono più giovanissimo. Cercherò di servire al meglio il cammino del Regno là dove la Provvidenza mi chiama. Sono molti anche quelli che mi hanno pressantemente invitato a rimanere a Catania. Certamente per un po’ tornerò nella casa paterna, a Terrasini. Poi vedremo. Mi devo dare a Dio, adesso. Certo avrò più tempo per studiare, per approfondire, per riflettere.”

Quando un uomo di grande levatura religiosa e sociale, come mons. Luigi Bommarito muore, come affermava il poeta e ecclesiastico inglese John Donne “non viene strappato un capitolo dal libro, ma viene tradotto in una lingua migliore.”

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