Caccia ai terroristi islamici fra le dune del Sahara

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Caccia ai terroristi islamici fra le dune del Sahara
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Missione Sahara 

Dal canale di Sicilia la prevenzione difensiva della frontiera Italiana si sposta sulle dune del Sahara, in Niger. Ma a differenza dei residui del post colonialismo, stile Legione Straniera, il dispiegamento dei reparti dell’Esercito italiano avrà una duplice delicata funzione di stabilizzazione territoriale, mediante l’addestramento delle truppe locali, e di interdizione dei terroristi islamici che attraversano le frontiere fra Ciad, Niger e Mali diretti in Libia e gli altri paesi del Maghreb.

”E’ una svolta ben precisa ed apprezzabile nella strategia rispetto al passato. L’Italia si sta concentrando sempre di più nel Mediterraneo e nel continente africano, disimpegnandosi, invece, in altri teatri come  quello afghano e iracheno” sottolinea l’editorialista Michela Mercuri, docente di Storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università degli Studi di Macerata  e di Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano.

 Caccia ai terroristi islamici fra le dune del Sahara Michela Mercuri
Michela Mercuri
  • Ricognizione delle missioni militari all’estero?

Prima la tendenza era quella di inviare truppe ovunque chiedessero gli alleati, e soprattutto gli Stati Uniti. Oggi c’è una maggiore pianificazione. Sono state votate due nuove missioni, quella in Niger e quella in Tunisia. Missione quest’ultima sotto egida Nato e che prevede l’invio di 60 uomini impegnati a supportare le forze locali per la lotta al terrorismo e il controllo delle frontiere, ed è stata rafforzata la missione in Libia. E’ evidente che il controllo dei flussi migratori, e di conseguenza la lotta ai trafficanti ed il terrorismo jihadista, siano le principali preoccupazioni dell’Italia e, dunque, gli obiettivi dei suoi sforzi esteri. Ora, se è vero che in alcune aree, specie nel Sahel dove sono presenti circa 4.000 soldati francesi, il nostro ruolo non può che essere secondario, è anche vero che ci sono teatri come quello libico che, invece, devono vedere l’Italia con un ruolo guida. Qui non abbiamo scuse. Il nuovo focus africano delle missioni italiane può offrirci la possibilità di avere finalmente una voce in capitolo, non solo sulla questione migranti ma anche, con un po’ più di convinzione, nel Mediterraneo che tanto ci riguarda da vicino. Starà al nuovo governo che emergerà dalle elezioni del 4 marzo decidere il futuro dell’Italia nella sua sponda sud. Caccia ai terroristi islamici fra le dune del Sahara

  • Reale portata della missione in Niger?

L’azione è stata pianificata su espressa richiesta del Presidente del Niger. Sulla reale portata della missione non ci sono molte informazioni dettagliate e credo si dovrà attendere l’insediamento del nuovo governo ma è evidente che, al momento, con i 120 militari previsti da qui a giugno, sarà possibile soltanto costruire una base logistica – probabilmente nell’area dell’aeroporto di Niamey e non nella base francese di Madama come inizialmente trapelato.

  •  Come replicheranno i nostri soldati se attaccati? quali le regole di ingaggio?

Le regole di ingaggio non sono ancora state chiarite del tutto. Da quanto fin qui annunciato, la missione italiana consisterà in via precipua nell’addestramento delle forze locali per il controllo dei confini del Paese, esposto a un massiccio flusso di migranti che, dal Niger, attraverso l’incontrollabile deserto libico del Fezzan, arrivano sulle coste e da qui tentano la traversata verso l’Italia. A parole, dunque, non si tratterebbe di una missione combat ma, per dirla nel gergo tecnico di Security Force Assistance. Tuttavia il Niger è un Paese ad alto rischio in cui i traffici illeciti, droga, armi ed esseri umani, sono gestiti sovente da organizzazioni jihadiste. Non possiamo affermare con certezza che operare in un terreno del genere, anche solo con scopi di addestramento, possa escludere aprioristicamente azioni di combattimento. Inoltre, è plausibile ipotizzare che la presenza di nuovi occidentali rischi di fomentare attacchi terroristici. Di questo bisogna essere consapevoli. Caccia ai terroristi islamici fra le dune del Sahara

  • Nessuno parla più del piccolo contingente italiano in Libia? Ci sono lavori in corso ?

Si, la missione italiana in Libia è in fase di rafforzamento. Nel Paese siamo già presenti dal settembre 2016 con la missione Ippocrate di stanza a Misurata che vede impegnati circa 300 uomini con il compito di fornire assistenza medica alle forze libiche, specie quelle che hanno combattuto contro il sedicente  Stato islamico, e un ospedale da campo. La missione si inserisce nella strategia italiana di supporto al Governo di accordo nazionale, Gna, guidato da Fayez al- Serraj. Si prevede un’integrazione delle forze in campo, per arrivare a 400 uomini, integrando la missione sanitaria con l’invio di istruttori, tecnici e consiglieri militari che addestreranno le forze fedeli al Gna, proseguendo nelle azioni di ripristino e riparazione dei mezzi militari libici, come ad esempio le motovedette della Guardia costiera. Non dimentichiamo che la stabilizzazione del Paese è prioritaria per l’Italia e, dunque, la dimensione libica della nostra politica estera dovrà essere prioritaria rispetto a tutte le atre questioni.

  • Il riacutizzarsi della tensione in Kosovo, con l’assassinio del leader serbo a Mitrovica, non rende rischioso il ridimensionamento della nostra presenza militare nei Balcani?

A fronte del ridimensionamento di alcune missioni, quali quella in Iraq e Afghanistan, il governo italiano ha rinnovato quelle già in corso nel 2017. È stata rifinanziata la partecipazione alla missione ONU in Libano, UNIFIL, e quella Nato in Kosovo che vede l’impego di circa 500 uomini. Un eventuale riacutizzarsi della crisi potrebbe richiedere nuove misure deliberate, comunque, sempre in ambito Nato.  Caccia ai terroristi islamici fra le dune del Sahara

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