Danilo Dolci cent’anni d’utopia sempre attuale

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Danilo Dolci cent’anni d’utopia sempre attuale
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by Antonino Cangemi

E’ ancora adolescente, Danilo Dolci, quando conosce Trappeto. Sono i primi anni Quaranta e il paesino gli mostra una povertà cruda e crudele che non aveva mai visto.

Ignora che quel piccolo centro della Sicilia occidentale, dove si viene a trovare casualmente per uno dei tanti spostamenti del padre ferroviere, diventerà il suo luogo elettivo. Così lontano dai suoi natali per chilometri, mentalità, condizioni sociali: lui di Sesana, dove è nato quasi un secolo addietro, il 28 giugno del 1924, allora in provincia di Trieste, poi comune sloveno.

Danilo Dolci

L’indole ribelle, Danilo Dolci l’ha sempre avuta. Nel ’43 si rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e trova rifugio tra le montagne in Abruzzo; nel ‘50, prossimo alla laurea in architettura, fidanzato e insegnante in una scuola serale, lascia tutto per far parte della comunità di Nomadelfia, a Fossoli, di don Zeno Saltini. Ma quell’esperienza, se lo ‹‹ripulisce›› e gli fa scoprire la sua vocazione a lavorare per gli altri, non lo soddisfa del tutto. La spiritualità non gli basta, sente il bisogno di sporcarsi le mani affrontando a muso duro la realtà. Ed è per questo che dalla comunità di Nomadelfia nel gennaio del ’52 Dolci approda in Sicilia e si ferma a Trappeto, l’epicentro della miseria, dell’arretratezza e delle ingiustizie sociali in un’Italia che tenta di rianimarsi dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale, a due velocità: rapidamente al Nord, arrancando al Sud, ancor più in quello estremo.

Dopo poco, il 14 ottobre Dolci dà vita al primo sciopero della fame. A causarlo è la morte per denutrizione, di un bambino, Benedetto Berretta. Lo sciopero dura diversi giorni fino a quando le autorità assicurano alcuni interventi pubblici tra i quali la costruzione di una rete fognaria. Lo sciopero consolida la sua amicizia con Aldo Capitini, filosofo teorico della nonviolenza di cui il sociologo si riconosce allievo.

Il 30 gennaio del ’56 un’altra iniziativa eclatante, questa volta a Partinico: lo sciopero alla rovescia. Se il primo sciopero della fame è dettato da una ribellione istintiva (‹‹non c’era un ragionamento preciso, non avevo letto Gandhi, sapevo solo che non potevo accettare che esistesse un paese senza fognature, senza strade››), lo sciopero alla rovescia nasce dalla consapevolezza che lo strumento di riscatto dalla miseria è il lavoro, svolto naturalmente in condizioni dignitose. Centinaia di disoccupati impugnano pale e picconi e, pacificamente, si adoperano per rimettere in sesto una strada abbandonata. Ma la polizia li ferma e Dolci finisce sotto processo per occupazione del suolo pubblico e opposizione a pubblico ufficiale.

A difenderlo è Piero Calamandrei. Alcuni passi della sua arringa restano memorabili, come anche l’invocazione che la chiude: ‹‹Aiutateci, signori Giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi a difendere la nostra Costituzione che vuol dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia e pari dignità››. Il processo ha vasta eco, con Danilo Dolci si schierano fior di intellettuali italiani e stranieri: da Piovene a Moravia, da Bobbio a Carlo levi, da Bertrand Russel a Fromm, da Sartre a Piaget. Ciò non basta però a evitarne la condanna a 50 giorni di carcere.

La voce di Dolci ha risonanza anche fuori dall’Italia: sebbene non manchi chi le contrasta né manchino le polemiche, le sue iniziative fanno rumore, sono condivise e apprezzate. Nel ’57 in Unione Sovietica gli viene attribuito il premio Lenin: lui lo accetta pur dichiarando di non essere comunista e con i suoi soldi costituisce a Partinico il ‹‹Centro studi e iniziative per la piena occupazione››. Tra attestazioni varie, più di una internazionale e alcune letterarie (per i suoi saggi e le sue poesie), Dolci punta sempre di più sull’organizzazione e su un metodo di lavoro finalizzato a cambiare la realtà con progetti concreti. Nel ‹‹Centro studi e iniziative per la piena occupazione›› mira sulla partecipazione dei contadini: vuole che dicano la loro, che le decisioni siano prese insieme, che si realizzi la democrazia di base. E’ il metodo della ‹‹maieutica reciproca››: seduti in cerchio ciascuno racconta la propria esperienza, pone domande, formula risposte, senza che vi sia alcuna prevaricazione.Danilo Dolci cent’anni d’utopia sempre attuale

Una battaglia importante è quella per la costruzione della diga sul fiume Jato: le terre hanno bisogno di acqua per essere coltivate e l’acqua deve essere ‹‹democratica››. A suo fianco– oltre alla moglie Vincenzina, una vedova conosciuta in Sicilia che gli dà cinque figli – molti collaboratori. A partire da Lorenzo Barbera, che operò con piglio e autonomia prima nel Palermitano e poi nella Valle del Belìce, e dall’intellettuale umbro Goffredo Fofi, per finire, tralasciandone moltissimi, con i fedelissimi Franco Alasia e Pino Lombardo.

Proprio questi ultimi sono con lui protagonisti della nascita a Partinico, nel ’70 della prima radio libera italiana, dopo l’impegno per le vittime del terremoto del ’68. ‹‹SOS SOS. Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la voce della nuova resistenza››, si sente per 26 ore grazie a una antenna e a rudimentali apparecchiature, alternandosi alla voce di Dolci, musica, poesie, l’art. 21 della Costituzione: ‹‹Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione››. Dopo giungono i carabinieri, sequestrano ogni materiale, bloccano ogni collegamento e consegnano ai giudici Dolci e i suoi collaboratori incriminati per violazione delle norme del codice postale: grazie a un’amnistia sono assolti.

Dagli anni ’70 in poi in Dolci prevale l’impegno educativo: per cambiare occorre creare una nuova mentalità democratica e nonviolenta, è il suo convincimento. Ed ecco che nel ‘74 nasce il ‹‹Centro educativo di Mirto››. E’ una scuola diversa, immersa nella natura e frequentata da centinaia di bambini: le finestre nelle aule sono basse, i banchi disposti circolarmente per consentire lo scambio di idee, la ‹‹maieutica reciproca››. Dolci si avvale della collaborazione dei migliori pedagogisti, nell’80 è invitato a un convegno sulla didattica organizzato dall’Unesco, nel ’96 l’Università di Bologna gli rilascia la laurea ad honorem in Scienze dell’Educazione.

L’anno dopo, il 30 dicembre del ’97 il suo cuore, stroncato da un infarto, cessa di battere nella sua Trappeto. Si conclude così la sua parabola. La parabola di un uomo che fece dell’utopia la sua bandiera e dell’agire concreto il suo credo.Danilo Dolci cent’anni d’utopia sempre attuale

 

 

 

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