Fuggire dal vuoto forzato della nostra quarantena?

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Fuggire dal vuoto forzato della nostra quarantena
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by Augusto Cavadi

Analisi filosofica della quarantena Blaise Pascal all’inizio della Modernità, l’aveva asserito con la lucidità dello scienziato: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera”.

Chi avrebbe scommesso, solo qualche settimana fa, che un pensiero del genere si sarebbe rivelato attuale?

Pascal non era né un musone (molte sue pagine sono venate da un humor sottile, penetrante) né un un misantropo (quando poteva si recava nella comunità giansenista di Port Royal).

Fuggire dal vuoto forzato della nostra quarantena
Blaise Pascal (1623-1662) matematico, fisico, filosofo e teologo francese. Il suoi Pensées sono considerati fra i cardini del pensiero moderno

Tuttavia considerava problematica l’affannosa ricerca di divertissement: che non è, propriamente, il divertimento – comprensibile e legittimo – di chi cerca un pò di svago dopo una giornata di concentrazione sul lavoro, quanto la fuga da ogni forma di raccoglimento.

E’ il terrore di stare un’ora fermo, a riflettere sul senso di ciò che si è e che si vuole davvero: un terrore così angosciante che si preferisce qualsiasi rischio in pace e in guerra, qualsiasi fatica.

Ebbene questa incapacità di silenzio, di meditazione, è per Pascal causa di ogni infelicità: ci cacciamo nei guai più vari perché temiamo la noia come un buco nero. E’ cronaca di questi giorni, di queste ore: siamo disposti a rischiare ogni contagio – passivo e attivo – pur di evitare la quarantena in casa.Fuggire dal vuoto forzato della nostra quarantena

Ma Pascal non condanna, moralisticamente, nessuno. Sa infatti che la spasmodica tensione verso ritmi di vita incalzanti, luoghi affollati, spazi rumorosi, bevande inebrianti non è solo causa di infelicità.

Prima ancora, più originariamente, ne è un effetto. La distrazione forzosa produce infelicità; ma, in un circolo vizioso, ne è anche il prodotto. Siamo infelici perché incapaci di sostare, ma siamo incapaci di sostare perché infelici.

Le restrizioni di queste ore sono dure da sopportare per tante ragioni, ma una delle più profonde (e  perciò meno palesi) è che fanno da cartina di tornasole: rivelano il nostro stato d’animo complessivo.

Infatti “nulla è così insopportabile all’uomo come essere in pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione” perché “sente allora la propria nullità”, la sua “impotenza”, la “tristezza”, la “disperazione”.Fuggire dal vuoto forzato della nostra quarantena

Queste ore di pausa, di riposo, di tregua manifestano il nostro “vuoto” interiore. Che non si colma da un giorno all’altro a colpi di spot televisivi (certo, anche gli inviti alla prudenza di testimonial di successo possono servire), ma invertendo radicalmente la direzione di marcia.

Reimparando, o imparando per la prima volta, a cercare cibi sani: conversare con la compagna di vita, dialogare un po’ con i figli, ascoltare buone musiche, vedere film belli, leggere libri appassionanti, riprendere in mano diari interrotti per stanchezza o per pigrizia, ripescare amici sinceri con cui si erano persi quasi del tutto i contatti.

Per milioni di concittadini e di concittadine sono giornate disastrose per la sopravvivenza economica personale e delle loro famiglie.

Ma chi non interrompe un lavoro – o ha il privilegio di interromperlo senza pagarne le dure conseguenze economiche – potrebbe scoprire che nel buio di questa tragedia riluce un’occasione rara di conversione esistenziale: dalla frenesia della moltiplicazione dei mezzi alla quiete della fruizione del fine.

Alzarsi dal letto, uscire da casa, cercare occasioni di lavoro e di guadagno, curare la propria salute, coltivare relazioni sociali, sbrigare pratiche burocratiche, affrontare esami…tutto ciò è ineliminabile.Fuggire dal vuoto forzato della nostra quarantena

Ma appartiene al regno dei mezzi, degli strumenti, dei metodi: per arrivare dove? Per raggiungere quale méta? Per fruire di quale fine?

La tradizione filosofica, non solo occidentale, sostiene che il nostro approdo più gratificante sarebbe la contemplazione di qualcosa – e di qualcuno – che si ama: un quadro di Rembrandt, una poesia di Quasimodo, una madre anziana che sprofondata nella sua poltrona attende paziente la mezz’ora della nostra visita.

La reclusione coatta in casa, in questi giorni, potrebbe svelarci la radice della nostra infelicità: non sapere contemplare gli oggetti del nostro amore. O non averne.

Le epidemie passano, certe povertà esistenziali restano. Nonostante se stesse, le epidemie potrebbero lasciarci in eredità una prima indicazione: smettere di illuderci e avvertire i vuoti come vuoti.

Uscire da quella povertà estrema che consiste nell’ignorare la propria povertà.

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