Giovanni Falcone ogni giorno al lavoro con l’Italia che cerca verità e giustizia

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Attualità ed efficacia del metodo Falcone

Giovanni Falcone ogni giorno al lavoro con l’Italia che cerca verità e giustizia

Giovanni Falcone si reca ogni mattina a lavorare in ufficio, presso tutte le Procure della Repubblica, le strutture investigative e la maggior parte delle redazioni di quotidiani e on line.

Guida la lotta e le denunce contro delitti e profitti di cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, traccia riciclaggi e tangenti, delinea successioni e new entry nei clan, anticipa le mutazioni genetiche di una mafia letteralmente montante e di sistemi criminali sempre più sofisticati.Giovanni Falcone ogni giorno al lavoro con l’Italia che cerca verità e giustiziaRetorica ? Affatto. E’ la constatazione della continuità operativa della Falcone generation che in magistratura, fra le forze dell’ordine e anche fra molti giornalisti, segue il metodo del giudice che a partire dal 1980 ha riunificato tutti i filoni di indagine spesso artigianali e comunque slegati, fino allora seguiti ed ha mobilitato le istituzioni contro i padrini delle cosche. Avviando in pratica quella che dal primo storico maxi processo a cosa nostra del 1986 viene definita la lotta contro le mafie.

Giovanni Falcone ogni giorno al lavoro con l’Italia che cerca verità e giustizia

Un metodo che prevede l’incrocio globale di tutti i dati, criminali, economici, amministrativi, politici, la scrupolosa verifica delle rivelazioni dei pentiti, la rigorosa applicazione delle norme.

La svolta del maxi processo è stata non solo determinante, ma soprattutto progressiva. La mafia da allora muore in carcere. I padrini passano dagli ergastoli al cimitero.

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deposizione chiave al maxiprocesso del boss pentito Masino Buscetta

Mentre Giovanni Falcone rivive quotidianamente nell’impegno di quanti seguono il suo esempio. “ Il ricordo di Falcone deve tramandarsi di generazione in generazione. E’ un compito di tutti, a partire dalle famiglie e dalle scuole” – sottolinea il Procuratore Capo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Francesco Lo Voi. –  “ Noi magistrati dobbiamo onorarne la memoria con l’osservanza dello stesso scrupolo che Egli dedicava a tutte le sue indagini, evitando di avviare iniziative giudiziarie se non con la ragionevole certezza di un esito positivo.”

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Francesco Lo Voi Procuratore Capo Direzione distrettuale antimafia di Palermo

  • La cronaca recente ha evidenziato la formazione di una sorta di mafia parallela. Un sistema di potere apparentemente meno violento, ma altrettanto criminale. Si può parlare di una versione siciliana di mafia capitale?

Non posso ovviamente parlare di indagini in corso, specie se condotte da altri Uffici. Dal nostro osservatorio emerge una nuova forma di gestione del potere, anche con metodi diversi dall’intimidazione “classica” delle cosche; sembra che cosa nostra prosegua con le sue attività storiche estorsioni, stupefacenti, mentre un livello “più alto” fa affari più importanti, con contatti meno appariscenti con i vecchi “uomini d’onore”.

  • Scenari degli attuali assetti criminali ?

La mafia, cosa nostra in particolare, si è evoluta ma è ancora legata alle sue regole ed alle sue strutture. Benché indebolita, continua a rivolgersi verso tutti i settori da cui trarre potere e denaro, anche con i mezzi forniti dal progresso tecnologico. La crisi economica degli ultimi anni ha anche modificato i rapporti con la pubblica amministrazione, suggerendo attività di infiltrazione magari a livelli “più bassi” del passato, ma ugualmente remunerativi e tali da assicurare il controllo del territorio e dell’economia.

  • Morti i padrini storici sono  ipotizzabili casi di dissociazione o di pentimento dei capimafia più giovani condannati a svariati ergastoli e destinati a restare sepolti vivi in carcere?

Ovviamente è quello che ci auguriamo. Ma, come diceva Paolo Borsellino, “prima viene il Giudice, poi il pentito”, intendendo dire che senza una forte iniziativa giudiziaria e repressiva non si creano le condizioni per nuove collaborazioni con la Giustizia. E’ a questo principio che ispiriamo la nostra attività.

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  • Cosa risponde ai colleghi più giovani quando le chiedono di Giovanni Falcone e dell’essere magistrati nella Palermo di traffici di droga e delle guerre di mafia, del sistematico assassinio di giudici, investigatori, politici, rappresentanti delle istituzioni ?

Chi lavora alla Procura di Palermo sa di impegnarsi in un ambiente difficile. Per meglio affrontare le difficoltà, raccomando a tutti – specie ai più giovani – di studiare tutto quanto avvenuto negli ultimi trent’anni, l’ordinanza del primo maxi-processo, le dichiarazioni dei più importanti pentiti, le sentenze contro capimafia e gregari, quelle sulle connessioni tra mafia e politica. Sono strumenti fondamentali per il lavoro quotidiano.

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strage del 23 maggio 1992

 

 

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